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Quello dell’11 settembre
è un atto tremendo che può cambiare il corso della storia futura. È
un atto di terrorismo senza precedenti che colpisce la comunità
internazionale, non un solo paese. Un atto che, come sempre capita
nelle scelte di chi pratica il terrorismo, ha una fortissima valenza
simbolica: gli obiettivi scelti, quelli colpiti ma anche quelli mancati
(Camp David o la Casa Bianca), rappresentano valori che appartengono
alle democrazie di gran parte della comunità internazionale. Bisogna
dunque tener conto delle esplicite intenzioni di offesa e di morte, ma
anche del tentativo di produrre una rottura che passa per quello che
gli obiettivi scelti rappresentano sul piano dell’immaginario
collettivo.
1. Proprio per questo la
risposta deve coinvolgere la collettività internazionale: anche se il
paese direttamente colpito sono gli Stati Uniti, il problema riguarda
tutti coloro che ancorano le proprie democrazie ai valori della
libertà, della convivenza e del rispetto tra diversi. Occorre evitare
che si producano effetti negativi come la chiusura verso l’autarchia
economica o la differenza e la divisione tra i paesi, o la rottura dei
rapporti tra le persone, rischi possibili quando in attentati come
quelli che abbiamo visto in presa diretta attraverso la televisione
vengono uccise migliaia e migliaia di persone: la dimensione della
violenza è tale che può creare reazioni diffuse, quasi spontanee nel
comportamento dei singoli, che si sommano a quelle dei paesi e delle
rappresentanze istituzionali.
Quello che è capitato a
New York e a Washington dimostra che il terrorismo internazionale è
vivo, vegeto e in grado di colpire utilizzando strumenti in larga
misura inediti rispetto alla sua storia precedente: anche questa
commistione di capacità tecnologiche sofisticate e di strumenti
apparentemente più banali come le armi da taglio o da fuoco – e
peggio ancora gli aerei civili utilizzati per offendere – apre una
serie di problemi più delicati rispetto a quelli affrontati nel
passato nella lotta al terrorismo.
2. La prima cosa necessaria
è una forte azione di contrasto: la comunità internazionale,
attraverso i suoi organismi, deve mettere in campo contestualmente
azioni repressive e azioni politiche.
Quelle repressive devono
essere efficaci e circoscritte: occorre individuare i terroristi e
intervenire per punirli e far sì che non possano ripetere atti di
questa natura. Questo sarà uno dei problemi più delicati dei prossimi
giorni. Tra le cose da evitare c’è senza dubbio una generica
ritorsione che avrebbe molti effetti negativi. Due i più evidenti: da
un lato, quello di rivolgersi contro persone che non hanno
responsabilità nella pratica o nella protezione del terrorismo; dall’altro,
non colpendo i terroristi, la possibilità di provocarne ulteriori
azioni. L’azione di contrasto deve essere mirata e preparata con
attenzione: bisogna colpire i colpevoli e a farlo deve essere la
comunità internazionale, non solo gli Usa. Sbagliare o debordare nella
repressione dei terroristi sarebbe un danno grave per tutti.
Nel contempo bisogna
mettere in campo, sempre attraverso le organizzazioni internazionali,
forti azioni politiche. Perché bisogna rimuovere le condizioni che nel
mondo hanno favorito il permanere di sacche di odio, di fortissime
disuguaglianze, di forme degenerative di povertà. Tutto ciò non può
mai, in alcun modo, giustificare il terrorismo, che danneggia ancor
più i più deboli e i più poveri. Ma il permanere di disuguaglianze
così stridenti contribuisce a dare una copertura ideologica, creando
le condizioni per cui fasce non indifferenti della popolazione mondiale
tollerano, quando non simpatizzano, con il terrorismo.
3. Bisognerà poi che la
comunità internazionale si interroghi anche sulle crisi dei suoi
organismi sovrannazionali – dall’Onu alla Nato – anche se nell’immediato
è costretta a utilizzarli: crisi di rappresentanza, di democrazia, che
hanno reso la loro funzione, soprattutto quella preventiva, scarsamente
efficace nel corso di questi anni. Non c’è alternativa a
utilizzarli, ma nel contempo bisogna discutere seriamente su come
riformarli, partendo dalla cessione di quote di sovranità da parte di
ogni singolo paese per costruire strutture sovrannazionali in forma
democratica, dotandole degli strumenti necessari per intervenire
efficacemente nei processi politici ed economici.
4. E poi bisognerà
affrontare i prevedibili effetti economici. Le reazioni emotive non
riguardano soltanto le persone ma anche le imprese, i sistemi
economici. E queste possono portare nel breve periodo alla scelta di
comportamenti prudenti che possono danneggiare l’economia. Noi siamo
più esposti di altri, perché la crescita italiana era già in dubbio
e – come abbiamo detto anche di recente – inevitabilmente inferiore
alle ottimistiche previsioni del governo, quelle che stavano alla base
del Dpef. La mancata realizzazione di quelle ipotesi di crescita si
può tradurre, anche in ragione dei vincoli comunitari, nel tentativo
da parte del governo di intervenire sulla spesa corrente come elemento
di compensazione. Non credo che, per quanto riguarda il patto di
stabilità, l’Unione europea cambierà opinione davanti alle nuove
condizioni di scenario, ma, anche in questo caso, la crescita italiana
sarà inferiore a quella ipotizzata dal governo e dunque i problemi che
riguardano l’andamento della spesa e le intenzioni dell’esecutivo
su temi come le pensioni e i diritti dei lavoratori verranno riproposti
con la stessa pesantezza che è stata annunciata in agosto.
E' significativo che al
ministero del Tesoro, che pure non ha competenze in merito, mentre il
ministro parlava al meeting di Comunione e Liberazione di un nuovo boom
economico per l’autunno, si stesse preparando un’ipotesi d’intervento
sulle pensioni che stravolge la riforma Dini e produce tagli di spesa
già nel 2002: mentre il ministro faceva propaganda a Rimini i suoi
tecnici cercavano di individuare gli strumenti per compensare la
crescita che non ci sarà.
Ma i nodi ormai vengono al
pettine e le previsioni errate del governo, accentuate prevedibilmente
dal nuovo scenario, ci porteranno con tutta probabilità alle
difficoltà di cui parliamo da tempo. La Finanziaria è alle porte e
tutti a quel punto saremo chiamati a scelte coerenti per difendere
quelli che rappresentiamo.
(Rassegna sindacale, n. 34, settembre 2001)
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