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Restano sul campo anche i
posti di lavoro. In tutto il
comparto aereo (volo, manutenzione, costruzione) si parla di almeno 100
mila esuberi. Altre vittime degli attentati di New York e Washington,
dopo quelli che sono morti e quelli che hanno visto i propri risparmi
volatilizzarsi in Borsa. Le compagnie aeree, messe in ginocchio dagli
effetti degli attentati (aeroporti chiusi per giorni, piani di volo
ridotti, azioni crollate) stanno annunciando
licenziamenti: hanno iniziato le americane, ma ora le seguono anche le
europee.
La Boeing, che gli aerei li costruisce (è il principale
produttore al mondo di velivoli), ha annunciato 30 mila licenziamenti
(su una forza lavoro complessiva di 199 mila addetti), che diventeranno
effettivi nel 2002.
La United Airlines e la American Airlines, i cui jet sono
stati dirottati dai terroristi contro le torri gemelle e il Pentagono,
hanno deciso di licenziare 20 mila dipendenti ciascuna. La Continental
Airlines ha annunciato il licenziamento di 12 mila dipendenti,
di cui 3 mila nella città di Houston, e la riduzione dei voli del 20%.
Anche Northwest ha comunicato tagli intorno al 20% dei suoi
piani di volo.
Il resto del mondo non è immune. E' di oggi la notizia che la British
Airways manderà a casa 7 mila dipendenti. La KLM ha
annunciato riduzioni, Air Canada ha chiesto sovvenzioni a
Ottawa. Lufthansa prevede una riduzione dell'utile operativo nel
2001 di oltre 250 miliardi di euro.
L'Alitalia prevede una riduzione
delle entrate del 20%, con stime che vanno dal 10 al 40%. Il presidente
Fausto Cereti ha ipotizzato una riduzione di capacità e una
flessibilizzazione dell'azienda. Altre misure ipotizzate: circa mille
prepensionamenti, il blocco dei contratti stagionali, l'adozione di
ammortizzatori sociali, tagli fino all'8% sui voli intercontinentali. Martedì 25 ci sarà un incontro con i
sindacati.
Virgin Atlantic taglierà 1.200 posti e ridurrà di un quinto i
voli transatlantici. Il fatturato di Iberia è in calo del 30%. Air
France ha bloccato le assunzioni e ha ritirato 17 velivoli.
Le
reazioni sindacali
I sindacati cercano in qualche modo di reagire. La Itf (International
Transport Workers' Federation) ha lanciato un appello per una
"cooperazione globale senza precedenti che garantisca la sicurezza
dei cieli in tutto il mondo e scongiuri la crisi del settore".
Perché si raggiunga questo obiettivo, i sindacati ritengono
indispensabile un supporto a livello politico. " I governi -
dichiara ancora l'Itf - devono capire che l'aeronautica civile non può
più essere considerata semplicemente come un business commerciale. I
costi della sicurezza e l'esposizione del settore agli eventi politici
devono garantirgli un trattamento speciale. Siamo di fronte a una
potenziale catastrofe industriale".
Le organizzazioni del lavoro ritengono che una guerra (se scoppiasse e
se durasse nel tempo) aggraverebbe la spirale di licenziamenti e tagli
già innescata dalla crisi, come accadde già dopo la guerra del Golfo
(nel 1992 solo la compagnia americana Iata perse 7 miliardi e mezzo di
dollari).
Per quanto riguarda il caso Alitalia, i sindacati fanno sapere che non
accetteranno strumentalizzazioin della crisi. "Non accetteremo
sacrifici a priori - ha dichiarato Guido Abbadessa, segretario generale
Filt Cgil - anche perché, chiedendoli a prescindere
dall'indicazione di prospettive per il futuro, l'azienda non fa che
aumentare il sospetto che qualcuno voglia sfruttare la
situazione".
Negli Stati Uniti, per fronteggiare la crisi, l'Afl-Cio e la Twu (la
federazione dei trasporti) stanno premendo perché le autorità
stanzino un pacchetto di salvataggio finanziario per le compagnie
aeree. Sindacati, Casa Bianca e Congresso - secondo quanto comunica la
Twu - stanno negoziando le seguenti misure: un aiuto finanziario
immediato di circa 5 miliardi di dollari; un anno di esenzione fiscale;
revoca della tassa sul carburante per i jet; altri sconti e prestiti
che garantiscano liquidità alle compagnie.
(20 settembre 2001)
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