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Attacco agli Usa / Intervista al vicedirettore dello Iai 
Lo scenario futuro
di Carlo Gnetti

Le domande che il mondo intero si pone sono: cosa succederà ora? Come reagiranno gli Stati Uniti al terribile colpo inferto dal terrorismo? E quali ne saranno le conseguenze? Le premesse per un conflitto senza quartiere e di lunga durata sono già state poste nei giorni scorsi dal presidente Bush, con il suo appello alla mobilitazione del paese e la sua unilaterale dichiarazione di guerra al terrorismo internazionale. Da questo momento in poi, passata l'onda dell'emozione, si tratta di prevedere i possibili scenari dello scacchiere politico e militare internazionale.

Il problema è come debellare un nemico che ha ramificazioni molto estese, che dispone di una notevole dotazione finanziaria e che può contare su una rete organizzativa consolidata. Bush ha insistito sul fatto che si tratterà di una guerra senza quartiere e di una campagna prolungata nel tempo. Ciò significa che non si tratterà solo di un'azione militare ma anche di pressioni economiche e di un'attività di intelligence che richiederà la collaborazione internazionale e dovrà necessariamente seguire una serie di piste (l'Italia da questo punto di vista è davvero in prima linea). Per coprire le falle che l'azione terroristica sul suolo americano ha evidenziato sarà necessario affrontare non solo gli aspetti tecnologici che hanno a che vedere con la raccolta e l'interpretazione dei dati, ma anche, e soprattutto, quelli umani. Un esempio per tutti: l'intelligence Usa non dispone di un adeguato numero di agenti in grado di capire la lingua araba. Inoltre l'amministrazione americana dovrà tenere conto della necessità di risolvere alla radice i motivi di tensione in Medio Oriente, considerando anche l'eventualità che l'intervento militare porti a una recrudescenza dell'estremismo nell'intera regione, oltre che in Asia e nell'Africa settentrionale.


Guerra o diplomazia?

Dunque si tratta di agire su diversi fronti. «L'intervento militare vero e proprio ­ argomenta Ettore Greco, vicedirettore dell'Istituto affari internazionali ­ avrà come obiettivo le singole persone, le cellule terroristiche, i quartieri generali e i campi di addestramento in diversi paesi. E' probabile anche che saranno colpite le sedi centrali della leadership afghana e le risorse economiche che consentono a quel regime di sopravvivere. Meno probabile è che venga effettuata un'azione massiccia in Afghanistan per giungere al controllo di fasce del territorio. In questo caso, a meno che non si tratti di un intervento rapido e dimostrativo, diventerebbe concreto il rischio di affrontare una guerriglia endemica, non tanto nella capitale quanto nel resto del paese. Gli Stati Uniti potrebbero anche offrire sostegno al movimento dei mujaheddin contrari al regime dei talebani».

Sul piano politico il governo di Bush si sta già adoperando per creare un nuovo sistema di alleanze, facendo perno su quelle tradizionali, come evidenzia il richiamo all'articolo 5 del trattato atlantico (quello che considera l'attacco esterno a un singolo paese membro della Nato come un'aggressione a tutti gli alleati), ma ricercando anche nuove cooperazioni e facendo pressione per convincere alcuni paesi a cambiare atteggiamento nei confronti del terrorismo. L'ambizione, fatte le debite differenze e considerato che non esiste una centrale unica ma che i gruppi terroristici si muovono a livello transnazionale, è di creare quel tipo di alleanza che consentì di isolare Saddam Hussein dopo l'invasione del Kuwait e di sconfiggerlo con la guerra del Golfo. Da questo punto di vista si avranno effetti molto rilevanti sulle dinamiche regionali, come del resto avvenne anche in quell'occasione. 


I rapporti col mondo islamico

La pressione più importante in vista dell'isolamento del regime dell'Afghanistan, il cui governo ­ va ricordato ­ non è riconosciuto a livello internazionale, è esercitata sul Pakistan. «Il governo pakistano ­ continua Greco ­ è stato il principale sostenitore dei talebani afghani, ma oggi si trova tra due fuochi. Da un lato i gruppi islamici radicali che agiscono all'interno e hanno collegamenti con altri gruppi attivi in Medio Oriente. Dall'altro gli Stati Uniti, per i quali è fondamentale acquisire se non il pieno appoggio del governo pakistano almeno la rinuncia a sostenere il regime afghano».
Se la scelta del governo pakistano si rivelerà dunque di fondamentale importanza, non meno rilevante sarà la posizione che assumeranno altri paesi della regione: l'Arabia Saudita e gli emirati arabi, paesi già alleati con gli Usa ma che continuano a chiudere un occhio sul fondamentalismo islamico e a finanziare le attività di alcuni gruppi estremisti; l'Iran, che non ha mai avuto buoni rapporti con i talebani e forse è interessato a favorirne il crollo; e soprattutto l'Iraq, che si trova anch'esso in una posizione strategica di centrale importanza e dove non manca ­ come del resto nei paesi finora citati ­ un forte sentimento anti americano. 

«Nel caso dell'Iran e dell'Iraq ­ continua Greco ­ la politica della chiusura e dell'isolamento politico portata avanti sinora rischia di non avere efficacia, e gli Stati Uniti potrebbero trovarsi costretti a rivedere le loro relazioni bilaterali con questi paesi. In Iran si sono create di recente le condizioni per riavviare il dialogo, ma il governo Usa non ne ha approfittato. Con l'Iraq rimane ancora aperta la questione delle sanzioni. Qui si tratta di avviare una politica più efficace, che magari abbia l'obiettivo di rovesciare con mezzi differenti il regime di Saddam Hussein. Un diverso atteggiamento di questi due paesi, da conquistare attraverso un mix di politiche regionali e di aperture diplomatiche, renderebbe gli Stati Uniti meno dipendenti dall'alleanza con l'Arabia Saudita».


Il ruolo della Russia e dell'Europa

Su un altro versante acquista rilevanza l'oggettiva convergenza di interessi fra gli Stati Uniti e la Russia di Putin, da tempo impegnata in conflitti con gruppi islamici in Asia centrale e, soprattutto, in Cecenia, nonché vittima a sua volta del terrorismo. «Finora il governo americano ­ osserva Greco ­ non ha dato prova di grande apertura nei confronti di Putin, che pure ha sollecitato l'alleanza dell'occidente contro il terrorismo. La politica condotta dalla Russia in Caucaso è stata giudicata negativamente e ritenuta all'origine dell'esasperazione dei conflitti e del rafforzamento dei gruppi islamici radicali. Oggi tuttavia gli Stati Uniti sono più interessati a collaborare con Putin dal punto di vista dell'intelligence, e a garantirsi la sua benevolenza quando sarà sferrato l'attacco militare contro i centri del terrorismo. Lo stesso può dirsi per la Cina, alle prese con una forte minoranza islamica nelle regioni occidentali».

Sul versante delle alleanze tradizionali, e in particolare dell'Europa, si tratta di vedere cosa succederà dopo il primo e ovvio riflesso di coesione e di solidarietà. Gli alleati europei dovranno convincersi dell'efficacia e della validità dell'azione militare Usa. Ma se si verificassero quelli che gli strateghi Usa chiamano con un eufemismo «danni collaterali», cioè perdite civili, con tutta probabilità il fronte sarebbe destinato a incrinarsi. Lo stesso avverrebbe se le politiche regionali Usa, in particolare nei confronti di paesi «problematici» come l'Iran, divergessero da quelle condotte dall'Unione europea o dai singoli paesi.

Per quanto riguarda l'alleanza militare in ambito Nato l'impegno europeo dipenderà dal tipo di scelta degli Stati Uniti. Si tratta cioè di vedere se gli Stati Uniti decideranno di intervenire unilateralmente ­ e in tal caso il richiamo all'articolo 5 del trattato acquisterebbe un significato puramente politico ­, se si atterranno alle procedure Nato, o se invece sceglieranno i loro alleati tra quelli della Nato o anche all'esterno dell'alleanza. «L'ipotesi più probabile ­ argomenta Greco ­ è un intervento al di fuori dello stretto ambito Nato. Il ricorso alla Nato, infatti, limiterebbe la libertà d'azione degli Stati Uniti, dato che l'intervento dovrebbe passare attraverso l'approvazione del Consiglio Nato, composto da 19 paesi».

Da questo punto di vista la posizione dell'Italia riflette esattamente quella degli altri alleati europei. Di fronte al Parlamento italiano il governo ha dato piena disponibilità a sostenere e a partecipare all'azione militare. Ma il ministero della Difesa ha poi precisato che occorre valutare il coinvolgimento italiano in relazione al tipo di intervento deciso dagli Usa. «In realtà ­ osserva Greco ­ gli alleati europei, pur avendo garantito pieno sostegno politico agli Usa, vorranno fare un'attenta valutazione delle implicazioni politico strategiche di ogni eventuale tipo di intervento militare».
Infine, per quanto riguarda l'Onu, gli Stati Uniti potrebbero contare sul favore di tutti i membri del Consiglio di sicurezza, forse con l'eccezione della Cina, paese meno disposto a ritenere legittimo qualsiasi tipo di intervento militare Usa. Ma anche in questo caso gli Stati Uniti sembrano poco propensi a chiedere una legittimazione che considerano nei fatti acquisita, muovendosi in un contesto di autodifesa. Del resto è la stessa Carta costituiva dell'Onu a prevedere il diritto di agire in base al principio dell'autodifesa.


(17 settembre 2001)

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