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L'intervento alla Direzione Ds del 25-26 giugno
Ripartire dal "lavoro che pensa"
di Bruno Trentin
Con tutto il rispetto per lo Statuto non mi sento di schierarmi su mozioni imprigionate a priori, al di là dei loro contenuti sulla candidatura di un Segretario. Il partito ha bisogno d’altro, di confrontarsi e di dividersi anche sui contenuti di un progetto di società e in questo dibattito almeno di ritrovare una unità di linguaggio e una comune concezione della politica.

Non ci illudiamo, anche una riflessione critica sulle ultime elezioni politiche e sugli errori fatti nei confronti di Rifondazione e del movimento di Di Pietro non cancellano il fatto che l’importante consenso riscosso dalla coalizione dell’Ulivo –e lo stesso voto del nostro partito- siano segnati molto più da un rifiuto di quanto c’era di populismo reazionario nel programma di Berlusconi, che da una consapevolezza piena dei risultati conseguiti dai governi di Centrosinistra o dal fascino di un progetto di cambiamento rivolto sia alle forze meno tutelate che a quelle più dinamiche della società italiana. Su questo punto vorrei concentrare il mio intervento pur essendo consapevole della sua parzialità.

Non disconosco affatto alcuni dei più significativi risultati dei 5 anni di governo del Centro Sinistra. Osservo soltanto che:

  • primo - dopo la scelta coraggiosa (e compresa dalla maggioranza degli italiani) dell’ingresso nell’Unione Monetaria, riforme importanti, come il risanamento dei conti pubblici che assieme all’Euro ha favorito una ripresa della crescita e dell’occupazione; o come la riforma ancora in itinere della pubblica amministrazione; o come la contestata riforma della scuola e della formazione, ancorché priva delle risorse necessarie a tradurla in una grande esperienza collettiva; o come la riforma dell’assistenza e della sanità, sono rimaste le iniziative di un governo e qualche volta di ministri illuminati e non sono divenute il terreno fecondo di un confronto nel paese e di una battaglia politica nel paese.
  • Secondo – queste riforme o quelle ipotizzate sulle pensioni non sono state percepite come parte di un progetto generale di società, con le sue priorità rigorose, con il suo divenire e le sue implicazioni in materia di redistribuzione delle risorse, con le sue compatibilità, quindi, e con il rispetto degli impegni assunti con l’Unione Europea.

Quando parlo di un progetto, con i messaggi forti che esso è in grado di lanciare sia alle forze più dinamiche che a quelle meno protette della società, non parlo evidentemente di una modernizzazione, che non riesco ancora a distinguere dal succedersi delle opere e dei costumi che si manifestava anche alla fine del Medioevo, si definì in seguito quel periodo come i "tempi moderni".

La modernità non è in sé stessa, né solo buona né solo cattiva. E’ come tutti i percorsi storici, intrisa di contraddizioni profonde, di fattori di progresso come di regressione. Ed è soprattutto, alla faccia delle soluzioni già iscritte nella storia, aperta ad esiti diversi e spesso alternativi. Il compito di una forza di sinistra non può essere la modernizzazione o la normalità, ma quello di produrre idee, programmi, iniziative, capaci di forzare la strada verso uno di questi esiti, presentandosi al paese davvero come una forza di cambiamento, libera dalle ideologie e dalle mode messe in campo dai poteri forti e da intellettuali alla ricerca di un successo effimero.

Vi ricordate la moda della "fine del lavoro", con i suoi seguaci di destra e di sinistra? Vi ricordate la necessità di abbassare i salari nelle zone con più disoccupati? Vi ricordate le favole sulla flessibilità come fonte di una nuova occupazione particolarmente qualora si fosse rimosso qualsiasi ostacolo al licenziamento individuale senza giusta causa? E vi ricordate i guasti che queste ideologie (che nulla avevano a che fare con la necessità di governare la flessibilità del lavoro indotta dalle nuove tecnologie, con grandi programmi di formazione e di riqualificazione dei giovani, degli adulti, degli anziani, degli immigrati) hanno determinato non solo nel basso livello del nostro dibattito politico ma nei nostri rapporti con tanta parte del mondo del lavoro, anche fra i giovani? Non era un dibattito fra innovazione e conservazione ma, in fieri, fra due modi radicalmente diversi di governare la trasformazione in atto nel paese, spesso ambedue incapaci di esprimersi con la chiarezza necessaria.

Abbiamo bisogno, dopo più di dieci anni di latitanza, di riconquistare in una lettura critica della trasformazioni della società civile una nostra autonomia culturale, che ci consenta, come è ineluttabile per una forza che vuole fare parte del movimento socialista europeo, -il partito socialista europeo deve ancora essere costituito- di leggere queste trasformazioni da un punto di vista: quello del lavoro o dei lavori, con il loro peso crescente nel mondo, con i loro interessi articolati e spesso divaricanti e, soprattutto con i loro mutamenti di ordine generale, per creare i nuovi presupposti di una solidarietà fra diversi che riconosca a tutte le sue componenti un diritto alla conoscenza, all’informazione e al controllo, un diritto a liberarsi di tutte le forme dirette o indirette di oppressione e un diritto all’autorealizzazione della persona nel lavoro. Anche nella giusta e qualche volta solitaria battaglia per i diritti fondamentali dei lavoratori condotta dalla CGIL, è mancata, a volte, una forte capacità di proposta.

Quando parlo di un progetto o di un punto di vista non mi riferisco ad una lettura statica di questo o quel gruppo sociale, magari per ricavarne un elenco di istanze corporative nella speranza di accontentare tutti.

Il mondo del lavoro oggi è diviso e non riusciremo mai a rappresentarlo tutto. Esso potrà ritrovare nei suoi diritti, a partire dal diritto individuale alla formazione continua e dalla posta in gioco che essa contiene in termini di potere, una sua qualche unità nella diversità, solo se proietterà le sue ambizioni sul futuro, non sulla difesa corporativa dell’esistente.

E così è per le altre forze sociali fra le quali dobbiamo sostenere e premiare quelle che cercano di emanciparsi dalla società delle rendite da evasione fiscale o da fuga dei capitali, dell’assistenza, e dei bassi salari, per cimentarsi con le grandi sfide della competitività su scala planetaria e quindi con le sfide della ricerca, dell’innovazione, della valorizzazione con la formazione continua della risorsa umana, del lavoro che pensa.

Questo grande punto di riferimento, questo muovere dall’analisi della società dal punto di vista del lavoro non cancella affatto la necessità di nuove alleanze sociali e politiche e non può portare il partito ad una posizione di chiusura o di autarchia.

Anzi, un progetto di società dà una ragione fondamentale, non tatticistica come fu la nostra effimera alleanza con Cossiga che impose l’oscuramento dell’Ulivo, alla scelta dei nostri alleati perché è con la convergenza e anche la contaminazione fra progetti e programmi che pur nella diversità si dimostrano compatibili, che si costituisce una forte alleanza, capace di imprimere all’Ulivo il carattere di un vero e proprio movimento politico. Le alleanze si costruiscono e si consolidano nella riflessione critica su un progetto; ma non sono le alleanze precostituite a dettare i contenuti di un progetto riformatore.

A quell’alleanza noi vogliamo recare il nostro contributo e non la nostra candidatura al comando. Prima le idee e dopo gli uomini.

Ma se manca questo lavoro in progresso per un progetto di società e per un nuovo contratto sociale, con le sue alternative interne che vanno portate alla luce del sole, e che vanno fatte intendere nelle loro implicazioni a tutto il popolo della sinistra per fare intendere in tutta la loro portata le scelte che alla fine siamo chiamati ad effettuare, se è possibile con il suo consenso, se manca questo progetto viene meno anche la capacità di comprendere e giudicare la validità delle nostre decisioni quotidiane, e questo riguarda anche al nostro dialogo impostato con Giuliano Amato.

Io ero d’accordo con l’intervento militare in Kossovo per ragioni umanitarie e non ho cambiato idea, pur non essendo così ingenuo da non vedere sbavature, forzature e disegni che configgevano con quelle ragioni. Ma, anche in questo caso, quale enorme prezzo abbiamo pagato nel momento in cui siamo stati incapaci di coinvolgere tutto il popolo di sinistra in un dibattito aperto e senza remore sulle ragioni di una scelta drammatica, che rompeva con tutta una tradizione del movimento operaio italiano!

Io ritengo, compagni, che stiano qui le ragioni profonde e non meschine che spiegano come in mancanza di un progetto meditato e sofferto, non come i vari programmi condannati al macero per la nostra indifferenza, si sono affermati, per responsabilità di tutti, i due mali fondamentali del partito piglia-tutto: il leaderismo e il trasformismo, con il suo gioco di rimessa di fronte all’incalzare dei problemi di cui non si conoscono le soluzioni.

E del resto non è un caso che la stessa storia di un partito così diverso come Rifondazione presenti molti similitudini con questo percorso, con questo gioco di rimessa sia pure in forme più caricaturali.

Di questo abbiamo bisogno:

Un progetto capace di giustificare e di legittimare le alleanze politiche e di coinvolgere trasversalmente, partendo dal lavoro, tutti i gruppi e le caste della società italiana, un progetto capace di fronteggiare la più drammatica delle fratture sociali nel nostro paese e nel mondo, quello fra chi è padrone degli strumenti del sapere e chi ne è escluso, ben al di là del cosiddetto "digital divide".

Un progetto capace di tentare grandi risposte alle sfide di questo secolo

- Dal diritto all’autorealizzazione del più grande numero di persone nel lavoro che dia un nuovo nerbo alla lotta per l’occupazione, attraverso una mobilitazione straordinaria di risorse nella formazione e nella ricerca, anche rinviando la facile politica degli sgravi fiscali indiscriminati.

- Alla generale riforma e al decentramento del Welfare, nei suoi servizi formativi, nella sua politica di promozione al lavoro, nel suo sistema previdenziale che deve poter tutelare anche i precari ed i sottoccupati di oggi e di domani e che deve potere mantenere in una esperienza di lavoro le popolazioni anziane.

- Alla riforma della Stato per un Federalismo che salvaguardi nelle competenze che riconosce allo Stato il rispetto, per la scuola come per l’assistenza, dei diritti iscritti nella nostra Costituzione.

- Alla iniziativa politica, con obiettivi trasparenti, per costruire una Federazione europea degli Stati-nazione, per realizzare una unità politica dell’Europa, a partire dalla unione monetaria, in modo da ricostruire sulla base di scelte politiche concrete e trasparenti, votate a maggioranza, un rapporto effettivo fra istituzioni europee e cittadini. Una Europa politica capace di divenire un grande soggetto riformatore nei confronti di processi di globalizzazione selvaggia, in modo da non lasciare solo il Capo dello Stato a combattere la sua battaglia per la Federazione Europea.

Sono poi questi i temi di una forte opposizione.

O siamo capaci di ripartire da qui, da un dibattito franco su queste scelte o per l’affermazione di altre; da divisioni salutarie sulle idee ed i programmi, perché è con quelle che si giunge poi se non all’unità, alla coesione di un partito per affermare le decisioni assunte da una sua maggioranza; o giungiamo così alla formazione di un gruppo dirigente che non sia all’insegna della transitorietà o rischiamo di prolungare una crisi lacerante dove prevalgono la caccia alle responsabilità e la personalizzazione della competizione, senza farci capire dai tanti compagni che stanno oggi immediatamente dietro ai funzionari e agli eletti del nostro partito; e che sono i primi a sentirsi esclusi.

(27 giugno 2001)

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