Con tutto il rispetto per lo
Statuto non mi sento di schierarmi su mozioni imprigionate a priori,
al di là dei loro contenuti sulla candidatura di un Segretario. Il
partito ha bisogno d’altro, di confrontarsi e di dividersi anche sui
contenuti di un progetto di società e in questo dibattito almeno di
ritrovare una unità di linguaggio e una comune concezione della
politica.
Non ci illudiamo, anche una riflessione critica sulle ultime
elezioni politiche e sugli errori fatti nei confronti di Rifondazione
e del movimento di Di Pietro non cancellano il fatto che l’importante
consenso riscosso dalla coalizione dell’Ulivo –e lo stesso voto
del nostro partito- siano segnati molto più da un rifiuto di quanto c’era
di populismo reazionario nel programma di Berlusconi, che da una
consapevolezza piena dei risultati conseguiti dai governi di
Centrosinistra o dal fascino di un progetto di cambiamento rivolto sia
alle forze meno tutelate che a quelle più dinamiche della società
italiana. Su questo punto vorrei concentrare il mio intervento pur
essendo consapevole della sua parzialità.
Non disconosco affatto alcuni dei più significativi risultati dei 5
anni di governo del Centro Sinistra. Osservo soltanto che:
- primo
- dopo la scelta coraggiosa (e compresa dalla
maggioranza degli italiani) dell’ingresso nell’Unione Monetaria,
riforme importanti, come il risanamento dei conti pubblici che
assieme all’Euro ha favorito una ripresa della crescita e dell’occupazione;
o come la riforma ancora in itinere della pubblica
amministrazione; o come la contestata riforma della scuola e
della formazione, ancorché priva delle risorse necessarie a
tradurla in una grande esperienza collettiva; o come la riforma
dell’assistenza e della sanità, sono rimaste le iniziative di
un governo e qualche volta di ministri illuminati e non sono
divenute il terreno fecondo di un confronto nel paese e di una
battaglia politica nel paese.
- Secondo –
queste riforme o quelle ipotizzate sulle
pensioni non sono state percepite come parte di un progetto
generale di società, con le sue priorità rigorose, con
il suo divenire e le sue implicazioni in materia di
redistribuzione delle risorse, con le sue compatibilità,
quindi, e con il rispetto degli impegni assunti con l’Unione
Europea.
Quando parlo di un progetto, con i messaggi forti che esso è in
grado di lanciare sia alle forze più dinamiche che a quelle meno
protette della società, non parlo evidentemente di una
modernizzazione, che non riesco ancora a distinguere dal
succedersi delle opere e dei costumi che si manifestava anche alla
fine del Medioevo, si definì in seguito quel periodo come i
"tempi moderni".
La modernità non è in sé stessa, né solo buona né solo
cattiva. E’ come tutti i percorsi storici, intrisa di contraddizioni
profonde, di fattori di progresso come di regressione.
Ed è soprattutto, alla faccia delle soluzioni già iscritte
nella storia, aperta ad esiti diversi e spesso alternativi. Il
compito di una forza di sinistra non può essere la modernizzazione o
la normalità, ma quello di produrre idee, programmi, iniziative,
capaci di forzare la strada verso uno di questi esiti,
presentandosi al paese davvero come una forza di cambiamento, libera
dalle ideologie e dalle mode messe in campo dai poteri forti e
da intellettuali alla ricerca di un successo effimero.
Vi ricordate la moda della "fine del lavoro", con i suoi
seguaci di destra e di sinistra? Vi ricordate la necessità di
abbassare i salari nelle zone con più disoccupati? Vi ricordate le
favole sulla flessibilità come fonte di una nuova occupazione
particolarmente qualora si fosse rimosso qualsiasi ostacolo al
licenziamento individuale senza giusta causa? E vi ricordate i guasti
che queste ideologie (che nulla avevano a che fare con la necessità
di governare la flessibilità del lavoro indotta dalle nuove
tecnologie, con grandi programmi di formazione e di riqualificazione
dei giovani, degli adulti, degli anziani, degli immigrati)
hanno determinato non solo nel basso livello del nostro
dibattito politico ma nei nostri rapporti con tanta parte del mondo
del lavoro, anche fra i giovani? Non era un dibattito fra
innovazione e conservazione ma, in fieri, fra due modi radicalmente
diversi di governare la trasformazione in atto nel paese, spesso
ambedue incapaci di esprimersi con la chiarezza necessaria.
Abbiamo bisogno, dopo più di dieci anni di latitanza, di
riconquistare in una lettura critica della trasformazioni della
società civile una nostra autonomia culturale, che ci
consenta, come è ineluttabile per una forza che vuole fare parte del
movimento socialista europeo, -il partito socialista europeo deve
ancora essere costituito- di leggere queste trasformazioni da un
punto di vista: quello del lavoro o dei lavori, con il loro peso
crescente nel mondo, con i loro interessi articolati e spesso
divaricanti e, soprattutto con i loro mutamenti di ordine generale,
per creare i nuovi presupposti di una solidarietà fra
diversi che riconosca a tutte le sue componenti un diritto alla
conoscenza, all’informazione e al controllo, un diritto a liberarsi
di tutte le forme dirette o indirette di oppressione e un diritto all’autorealizzazione
della persona nel lavoro. Anche nella giusta e qualche volta solitaria
battaglia per i diritti fondamentali dei lavoratori condotta dalla
CGIL, è mancata, a volte, una forte capacità di proposta.
Quando parlo di un progetto o di un punto di vista non mi
riferisco ad una lettura statica di questo o quel gruppo sociale,
magari per ricavarne un elenco di istanze corporative nella
speranza di accontentare tutti.
Il mondo del lavoro oggi è diviso e non riusciremo mai a
rappresentarlo tutto. Esso potrà ritrovare nei suoi diritti, a
partire dal diritto individuale alla formazione continua e dalla posta
in gioco che essa contiene in termini di potere, una sua
qualche unità nella diversità, solo se proietterà le sue
ambizioni sul futuro, non sulla difesa corporativa dell’esistente.
E così è per le altre forze sociali fra le quali dobbiamo
sostenere e premiare quelle che cercano di emanciparsi dalla società
delle rendite da evasione fiscale o da fuga dei capitali, dell’assistenza,
e dei bassi salari, per cimentarsi con le grandi sfide della competitività
su scala planetaria e quindi con le sfide della ricerca, dell’innovazione,
della valorizzazione con la formazione continua della risorsa umana,
del lavoro che pensa.
Questo grande punto di riferimento, questo muovere dall’analisi
della società dal punto di vista del lavoro non cancella affatto la
necessità di nuove alleanze sociali e politiche e non può
portare il partito ad una posizione di chiusura o di autarchia.
Anzi, un progetto di società dà una ragione fondamentale,
non tatticistica come fu la nostra effimera alleanza con Cossiga che
impose l’oscuramento dell’Ulivo, alla scelta dei nostri alleati
perché è con la convergenza e anche la contaminazione fra progetti e
programmi che pur nella diversità si dimostrano compatibili, che
si costituisce una forte alleanza, capace di imprimere all’Ulivo il
carattere di un vero e proprio movimento politico. Le alleanze
si costruiscono e si consolidano nella riflessione critica su un
progetto; ma non sono le alleanze precostituite a dettare i contenuti
di un progetto riformatore.
A quell’alleanza noi vogliamo recare il nostro contributo e non
la nostra candidatura al comando. Prima le idee e dopo gli uomini.
Ma se manca questo lavoro in progresso per un progetto di
società e per un nuovo contratto sociale, con le sue alternative
interne che vanno portate alla luce del sole, e che vanno fatte
intendere nelle loro implicazioni a tutto il popolo della sinistra
per fare intendere in tutta la loro portata le scelte che alla
fine siamo chiamati ad effettuare, se è possibile con il suo
consenso, se manca questo progetto viene meno anche la
capacità di comprendere e giudicare la validità delle nostre
decisioni quotidiane, e questo riguarda anche al nostro dialogo
impostato con Giuliano Amato.
Io ero d’accordo con l’intervento militare in Kossovo per
ragioni umanitarie e non ho cambiato idea, pur non essendo così
ingenuo da non vedere sbavature, forzature e disegni che configgevano
con quelle ragioni. Ma, anche in questo caso, quale enorme prezzo
abbiamo pagato nel momento in cui siamo stati incapaci di coinvolgere
tutto il popolo di sinistra in un dibattito aperto e senza remore
sulle ragioni di una scelta drammatica, che rompeva con tutta
una tradizione del movimento operaio italiano!
Io ritengo, compagni, che stiano qui le ragioni profonde e non
meschine che spiegano come in mancanza di un progetto meditato e
sofferto, non come i vari programmi condannati al macero per la nostra
indifferenza, si sono affermati, per responsabilità di tutti, i due
mali fondamentali del partito piglia-tutto: il leaderismo e
il trasformismo, con il suo gioco di rimessa di fronte all’incalzare
dei problemi di cui non si conoscono le soluzioni.
E del resto non è un caso che la stessa storia di un partito così
diverso come Rifondazione presenti molti similitudini con questo
percorso, con questo gioco di rimessa sia pure in forme più
caricaturali.
Di questo abbiamo bisogno:
Un progetto capace di giustificare e di legittimare le alleanze
politiche e di coinvolgere trasversalmente, partendo dal
lavoro, tutti i gruppi e le caste della società italiana, un progetto
capace di fronteggiare la più drammatica delle fratture sociali nel
nostro paese e nel mondo, quello fra chi è padrone degli strumenti
del sapere e chi ne è escluso, ben al di là del cosiddetto "digital
divide".
Un progetto capace di tentare grandi risposte alle sfide di questo
secolo
- Dal diritto all’autorealizzazione del più grande numero di
persone nel lavoro che dia un nuovo nerbo alla lotta per l’occupazione,
attraverso una mobilitazione straordinaria di risorse nella
formazione e nella ricerca, anche rinviando la facile politica
degli sgravi fiscali indiscriminati.
- Alla generale riforma e al decentramento del Welfare, nei
suoi servizi formativi, nella sua politica di promozione al lavoro,
nel suo sistema previdenziale che deve poter tutelare anche i precari
ed i sottoccupati di oggi e di domani e che deve potere
mantenere in una esperienza di lavoro le popolazioni anziane.
- Alla riforma della Stato per un Federalismo che
salvaguardi nelle competenze che riconosce allo Stato il
rispetto, per la scuola come per l’assistenza, dei diritti
iscritti nella nostra Costituzione.
- Alla iniziativa politica, con obiettivi trasparenti, per
costruire una Federazione europea degli Stati-nazione, per
realizzare una unità politica dell’Europa, a partire dalla
unione monetaria, in modo da ricostruire sulla base di scelte
politiche concrete e trasparenti, votate a maggioranza, un rapporto
effettivo fra istituzioni europee e cittadini. Una Europa politica
capace di divenire un grande soggetto riformatore nei confronti di
processi di globalizzazione selvaggia, in modo da non lasciare solo
il Capo dello Stato a combattere la sua battaglia per la Federazione
Europea.
Sono poi questi i temi di una forte opposizione.
O siamo capaci di ripartire da qui, da un dibattito franco
su queste scelte o per l’affermazione di altre; da divisioni
salutarie sulle idee ed i programmi, perché è con quelle che
si giunge poi se non all’unità, alla coesione di un partito per
affermare le decisioni assunte da una sua maggioranza; o giungiamo
così alla formazione di un gruppo dirigente che non sia all’insegna
della transitorietà o rischiamo di prolungare una crisi lacerante
dove prevalgono la caccia alle responsabilità e la personalizzazione
della competizione, senza farci capire dai tanti compagni che stanno
oggi immediatamente dietro ai funzionari e agli eletti del nostro
partito; e che sono i primi a sentirsi esclusi.