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Franchising / Inchiesta sulle grandi catene
Un mondo a parte
di Anna Avitabile 

Grandi catene, piccoli diritti. Un mondo a parte, dove leggi e contratti vengono tenuti fuori della porta e valgono solo le norme stabilite dal gruppo. Dove l’inquadramento e i passaggi di livello sono considerati questioni legate ai percorsi interni di carriera, le relazioni sindacali liturgie da evitare, i turni del personale decisi di volta in volta e spesso cambiati all’ultimo momento, le ferie e i permessi, concessioni accordate a chi li merita. Dove la sicurezza del lavoro non è questione di cui il lavoratore e, men che meno, il sindacato debbono occuparsi (dato che ci pensa il gruppo). 

Un mondo in cui si chiede al personale di essere giovane, allegro, duttile e dove si offre in cambio un lavoro part time, con un salario al di sotto della sussistenza e un impegno che non lascia l’altra metà del tempo a disposizione. "Ho conosciuto una ragazza – racconta Mirco Grandi, funzionario della Filcams Cgil milanese – che praticamente impazziva per conciliare i turni dei suoi due contratti a mezzo tempo, uno con McDonald’s e l’altro con Tipico, la catena di consegna della pizza a domicilio del gruppo Autogrill. Alla fine, per fortuna, è riuscita a ottenere il tempo pieno presso Spizzico".

McDonald’s non è l’unico caso di catena commerciale ad adottare questa modalità organizzativa, ma sembra aver fatto scuola, anche perché la formula si è felicemente sposata con una trasformazione strutturale del settore della distribuzione e dei servizi, nella quale alla chiusura delle piccole attività autonome corrisponde l’espansione di catene che propongono marchi già affermati e tecniche di vendita collaudate sul campo. Il franchising rappresenta in questi casi la modalità preferita d’organizzazione, perché la "casa madre" (franchisor) mantiene le funzioni strategiche (finanza, marketing, investimenti immobiliari, valorizzazione del marchio) e lascia ai licenziatari (franchisee) quelle puramente gestionali, che riguardano il personale e l’amministrazione del punto vendita. 

A ben vedere, qualcosa di analogo avviene anche all’interno della distribuzione organizzata, perché le grandi imprese commerciali affittano spazi di vendita per alcuni prodotti di marca (come la cosmetica o l’abbigliamento sportivo) a soggetti autonomi che, a loro volta, utilizzano lavoro atipico. "Il franchising – spiega Marinella Meschieri, della Filcams nazionale – permette ai grandi gruppi di unire una maggiore flessibilità di gestione con un costo del lavoro più basso: per esempio, non applicando i contratti integrativi di gruppo".


La vertenza McDonald's...

Nella trattativa in corso al ministero del Lavoro riguardo al primo contratto integrativo aziendale McDonald’s, in gestazione dal maggio del ’97 (che riguarda premio di produzione, organizzazione del lavoro, orari e sicurezza) i sindacati del commercio contestano alla multinazionale americana la mancata applicazione della normativa sul part time, ma non è ancora chiaro se possano rivendicarne il rispetto solo in relazione ai 1.500 dipendenti diretti del gruppo (come vorrebbe la multinazionale), oppure anche ai 15.000 addetti dei punti vendita in franchising (come sostengono le stesse sigle di categoria). 

"La definizione legislativa del franchising – sottolinea Gabriele Guglielmi, della segreteria Filcams nazionale – dovrebbe definire regole e standard che uniformano i diritti degli addetti, anche a garanzia del marchio e della qualità del servizio. È una questione che riguarda decine di migliaia di lavoratori e se nella passata legislatura non è stata portata a compimento, è importante che lo sia nella prossima".


...e lo stile Blockbuster

Molti grandi gruppi hanno già adottato questa forma organizzativa o si apprestano a farlo. È il caso di Blockbuster Italia, la società al 49 per cento Fininvest e per il resto Blockbuster Inc, la corporate americana a sua volta partecipata da Viacom. Arrivato nel nostro paese nel ’94, il gruppo conta oggi circa 1.300 dipendenti, 159 punti vendita diretti e 14 in franchising, e si appresta ad accelerare il suo sviluppo. "Abbiamo in programma – dichiara Giorgio Manfredini, direttore generale di Blockbuster Italia – l’apertura di 150 punti vendita entro i prossimi tre anni, dei quali 30-35 all’anno saranno in franchising e 10-15 diretti". "Ogni nostro negozio – precisa Paolo Penati, direttore franchising del gruppo – rispetta il contratto nazionale e non vi è un solo caso di lavoro irregolare o al nero. Rispettiamo le regole, anche se il costo del lavoro in Italia è il più alto di tutti gli altri paesi in cui opera il gruppo".

L’età dei dipendenti di Blockbuster Italia non supera i 30 anni, il turn over è altissimo, trattandosi in maggioranza di studenti universitari che tentano di conciliare le due attività. Anche qui, a dispetto del quadro rassicurante tracciato dai suoi dirigenti, il sindacato chiede di discutere alcune questioni di base, come il diritto all’assemblea nel luogo di lavoro, l’inquadramento, gli orari, la sicurezza del lavoro e l’elezione degli Rls. Dopo un anno di inutili incontri al tavolo nazionale, le trattative proseguono a livello territoriale, a partire da Milano, dove ha sede la direzione. 

"Siamo dei pezzi di ricambio – osserva Gianni, quarto livello a tempo pieno – più che lavoratori. Gli orari sono assegnati come e quando vogliono loro, senza che siano concordati, né pagati. E poi c’è un generale sottoinquadramento: tutti i neoassunti sono immessi al sesto livello, quando non c’è neppure una delle mansioni che svolgono che rispecchi quella qualifica. Dopo due anni, i pochi rimasti vengono promossi al quinto livello". Anche la gratificazione del lavoro è scarsa. "I ritmi sono pesanti – sostiene Davide, passato a part time perché ha ripreso gli studi – e manca il rispetto per la figura del lavoratore. Sono stato anche da McDonald’s, dove la concezione del lavoro è più professionale, benché opprimente. Qui invece si lavora in una piccola videoteca affidata in gestione a chiunque".

(12 aprile 2001)

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