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Grandi catene, piccoli
diritti. Un mondo a parte, dove leggi e contratti vengono tenuti fuori
della porta e valgono solo le norme stabilite dal gruppo. Dove l’inquadramento
e i passaggi di livello sono considerati questioni legate ai percorsi
interni di carriera, le relazioni sindacali liturgie da evitare, i
turni del personale decisi di volta in volta e spesso cambiati all’ultimo
momento, le ferie e i permessi, concessioni accordate a chi li merita.
Dove la sicurezza del lavoro non è questione di cui il lavoratore e,
men che meno, il sindacato debbono occuparsi (dato che ci pensa il
gruppo).
Un mondo in cui si chiede al personale di essere giovane, allegro,
duttile e dove si offre in cambio un lavoro part time, con un salario
al di sotto della sussistenza e un impegno che non lascia l’altra
metà del tempo a disposizione. "Ho conosciuto una ragazza –
racconta Mirco Grandi, funzionario della Filcams Cgil milanese – che
praticamente impazziva per conciliare i turni dei suoi due contratti a
mezzo tempo, uno con McDonald’s e l’altro con Tipico, la catena di
consegna della pizza a domicilio del gruppo Autogrill. Alla fine, per
fortuna, è riuscita a ottenere il tempo pieno presso Spizzico".
McDonald’s non è l’unico
caso di catena commerciale ad adottare questa modalità organizzativa,
ma sembra aver fatto scuola, anche perché la formula si è felicemente
sposata con una trasformazione strutturale del settore della
distribuzione e dei servizi, nella quale alla chiusura delle piccole
attività autonome corrisponde l’espansione di catene che propongono
marchi già affermati e tecniche di vendita collaudate sul campo. Il
franchising rappresenta in questi casi la modalità preferita d’organizzazione,
perché la "casa madre" (franchisor) mantiene le
funzioni strategiche (finanza, marketing, investimenti immobiliari,
valorizzazione del marchio) e lascia ai licenziatari (franchisee)
quelle puramente gestionali, che riguardano il personale e l’amministrazione
del punto vendita.
A ben vedere, qualcosa di analogo avviene anche all’interno della
distribuzione organizzata, perché le grandi imprese commerciali
affittano spazi di vendita per alcuni prodotti di marca (come la
cosmetica o l’abbigliamento sportivo) a soggetti autonomi che, a loro
volta, utilizzano lavoro atipico. "Il franchising – spiega
Marinella Meschieri, della Filcams nazionale – permette ai grandi
gruppi di unire una maggiore flessibilità di gestione con un costo del
lavoro più basso: per esempio, non applicando i contratti integrativi
di gruppo".
La vertenza
McDonald's...
Nella trattativa in corso al
ministero del Lavoro riguardo al primo contratto integrativo aziendale
McDonald’s, in gestazione dal maggio del ’97 (che riguarda premio
di produzione, organizzazione del lavoro, orari e sicurezza) i
sindacati del commercio contestano alla multinazionale americana la
mancata applicazione della normativa sul part time, ma non è ancora
chiaro se possano rivendicarne il rispetto solo in relazione ai 1.500
dipendenti diretti del gruppo (come vorrebbe la multinazionale), oppure
anche ai 15.000 addetti dei punti vendita in franchising (come
sostengono le stesse sigle di categoria).
"La definizione legislativa del franchising – sottolinea
Gabriele Guglielmi, della segreteria Filcams nazionale – dovrebbe
definire regole e standard che uniformano i diritti degli addetti,
anche a garanzia del marchio e della qualità del servizio. È una
questione che riguarda decine di migliaia di lavoratori e se nella
passata legislatura non è stata portata a compimento, è importante
che lo sia nella prossima".
...e lo stile
Blockbuster
Molti grandi gruppi hanno
già adottato questa forma organizzativa o si apprestano a farlo. È il
caso di Blockbuster Italia, la società al 49 per cento Fininvest e per
il resto Blockbuster Inc, la corporate americana a sua volta
partecipata da Viacom. Arrivato nel nostro paese nel ’94, il gruppo
conta oggi circa 1.300 dipendenti, 159 punti vendita diretti e 14 in
franchising, e si appresta ad accelerare il suo sviluppo. "Abbiamo
in programma – dichiara Giorgio Manfredini, direttore generale di
Blockbuster Italia – l’apertura di 150 punti vendita entro i
prossimi tre anni, dei quali 30-35 all’anno saranno in franchising e
10-15 diretti". "Ogni nostro negozio – precisa Paolo
Penati, direttore franchising del gruppo – rispetta il contratto
nazionale e non vi è un solo caso di lavoro irregolare o al nero.
Rispettiamo le regole, anche se il costo del lavoro in Italia è il
più alto di tutti gli altri paesi in cui opera il gruppo".
L’età dei dipendenti di Blockbuster Italia non supera i 30 anni, il
turn over è altissimo, trattandosi in maggioranza di studenti
universitari che tentano di conciliare le due attività. Anche qui, a
dispetto del quadro rassicurante tracciato dai suoi dirigenti, il
sindacato chiede di discutere alcune questioni di base, come il diritto
all’assemblea nel luogo di lavoro, l’inquadramento, gli orari, la
sicurezza del lavoro e l’elezione degli Rls. Dopo un anno di inutili
incontri al tavolo nazionale, le trattative proseguono a livello
territoriale, a partire da Milano, dove ha sede la direzione.
"Siamo dei pezzi di ricambio – osserva Gianni, quarto livello a
tempo pieno – più che lavoratori. Gli orari sono assegnati come e
quando vogliono loro, senza che siano concordati, né pagati. E poi c’è
un generale sottoinquadramento: tutti i neoassunti sono immessi al
sesto livello, quando non c’è neppure una delle mansioni che
svolgono che rispecchi quella qualifica. Dopo due anni, i pochi rimasti
vengono promossi al quinto livello". Anche la gratificazione del
lavoro è scarsa. "I ritmi sono pesanti – sostiene Davide,
passato a part time perché ha ripreso gli studi – e manca il
rispetto per la figura del lavoratore. Sono stato anche da McDonald’s,
dove la concezione del lavoro è più professionale, benché
opprimente. Qui invece si lavora in una piccola videoteca affidata in
gestione a chiunque".
(12 aprile 2001)
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