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Fiat di Melfi
Impianti 
sotto stress
Fiat 
L'inflessibilità 
di Cassino

Fiat di Melfi / Che fine ha fatto la fabbrica modello
Impianti sotto stress
di Grazia Mantella

Per ora l’urgenza è quella di fare le elezioni e rinnovare l’Rsu (le votazioni sono tuttora in corso). Poi, per la prima volta, i sindacati riusciranno forse ad aprire una discussione seria sulla sicurezza e sulle condizioni di lavoro alla Fiat di Melfi. "Potrebbe essere finalmente la volta buona", osserva Giuseppe Cillis, segretario generale Fiom della Basilicata, il secondo sindacato in fabbrica, con due delegati in meno della Fim, che ne ha 18. "Uno dei punti principali del nostro programma – spiega Cillis – è quello di rafforzare il ruolo degli Rls e avviare con l’azienda quel confronto che finora non c’è mai stato". Un confronto che dovrebbe prendere le mosse da quella che viene indicata come una delle principali inadempienze da parte della Fiat: nello stabilimento lucano manca un piano generale di manutenzione, che i sindacati dei metalmeccanici considerano "assolutamente necessario". "Sul piano della sicurezza – prosegue Cillis –, bisogna distinguere tra un prima e un dopo rispetto al dicembre dello scorso anno, quando si verificò un enorme incendio che provocò il fermo dello stabilimento, a causa del quale i lavoratori fecero una settimana di cassa integrazione".

L’incendio era scoppiato una domenica sera nel reparto verniciatura, dopo che gli impianti erano stati fermi per 24 ore. "L’ultimo turno finisce alle 22 del sabato e si riattacca alla stessa ora del giorno successivo – osserva ancora il dirigente Fiom –, pausa in genere riservata agli interventi di manutenzione. Le fiamme si propagarono in modo rapido e violento, percorrendo tutti i tunnel fino ai forni, per fortuna un quarto d’ora prima dell’inizio del turno". Non è stato l’unico incidente, di una certa portata, verificatosi nello stabilimento. Questo, a giudizio della Fiom, può solo voler dire che nel corso degli anni si è sottovalutato lo stress a cui sono stati sottoposti gli impianti. Alla Sata di Melfi si effettuano 18 turni alla settimana (ciascuno di 7 ore e 45 minuti), a differenza di tutti gli altri stabilimenti Fiat, in cui i turni sono 12, al massimo 15. Senza un piano di manutenzione generale, secondo Cillis, il rischio di incidenti aumenta. "Nel corso degli ultimi anni, ogni volta che cercavamo di aprire un confronto sui temi riguardanti la sicurezza e le condizioni di lavoro, non ultima la doppia battuta (lo stesso turno ripetuto per più di due settimane, ndr), l’azienda ha fatto sempre orecchie da mercante".

Lo scontro acuitosi a livello nazionale con la trattativa contrattuale, qui a Melfi è iniziato molto tempo prima. Proprio sulla sicurezza, ricorda il segretario della Fiom, "nelle estati del 2000 e del 2001 abbiamo fatto un totale di circa 50 ore di sciopero, perché a causa del caldo in alcune aree dello stabilimento, specie in verniciatura, il reparto più esposto, si raggiungono anche 40 gradi". Con il tempo, insomma, c’è stata una minore attenzione rispetto, non tanto agli adempimenti legati alle vigenti norme di sicurezza (vedi il dlgs 626), quanto all’andamento complessivo degli impianti sottoposti a pesanti ritmi di lavoro. Perché la macchina ha di fatto lo stesso destino del lavoratore: se viene usata troppo, l’usura è più rapida. "Alla Sata – spiega Giuseppe Belsanti, della Rsu aziendale – non si verificano mediamente infortuni per i quali sia riscontrabile un trauma e che, quindi, siano risarcibili dall’Inail. Il rischio di incidenti è ridotto a zero: il problema sono i ritmi da tenere". Il livello d’automazione all’interno della fabbrica è elevato e i macchinari sono relativamente nuovi, anche se sono passati sette anni dall’inaugurazione dell’impianto. Il nodo è proprio questo: macchinari sofisticati che costringono a tempi di lavorazione estremamente accelerati. "Questa è una fabbrica che logora – commenta Belsanti –. Sono molte le lavoratrici (a Melfi anche loro fanno il turno di notte, ndr) che hanno chiesto di fare il part time, sebbene siano ancora in poche ad averlo ottenuto".

Qualcosa, evidentemente, non ha funzionato. L’insediamento di Melfi, alla sua nascita (o forse già fin dall’annuncio della sua nascita) era stato presentato come il fiore all’occhiello di casa Fiat, su cui l’azienda automobilistica puntava per battere la concorrenza giapponese. Una fabbrica modello: il frutto di "una nuova filosofia produttiva e organizzativa", costruita in meno di un triennio, con quattro unità operative (stampaggio, lastratura, verniciatura e montaggio), i moderni macchinari, ergonomicamente inappuntabile e in regola con le norme di sicurezza. La realtà si è rivelata invece ben diversa. I lavoratori, che avrebbero dovuto dare in teoria un contributo fondamentale al miglioramento della qualità della produzione, sono rimasti alla fine dei meri esecutori, risucchiati dalla linea come da una marea, con l’ossessione del tempo. "La parcellizzazione del lavoro – rimarca Cillis – è maggiore che in una normale fabbrica: il 90 per cento delle operazioni di montaggio avviene al di sotto del minuto, per cui la partecipazione del lavoratore è uguale a zero. L’operaio deve solo pensare a "imbarcarsi", come si dice nel gergo della fabbrica: eseguire cioè nella propria stazione, lunga quattro metri e mezzo, la sua prestazione (due, tre micro-operazioni al massimo) nel tempo e nello spazio stabiliti". E le condizioni potrebbero peggiorare ulteriormente, visto che l’azienda in sede di rinnovo del contratto aziendale ha già proposto al sindacato di passare i turni da 18 a 19. Senza contare che nell’ambito del proprio turno un dipendente della Fiat di Melfi, a differenza di un suo collega che lavora a Mirafiori, ha due pause di 20 minuti ciascuna, anziché tre. "Per il momento l’età media è ancora bassa, ma come reagirà il fisico di questi lavoratori fra dieci anni?".

Interviene ancora Belsanti: "I ritmi di lavoro sono superiori del 20 per cento rispetto agli altri stabilimenti del gruppo. Anche le tabelle di calcolo dei tempi di lavorazione sono diversi e durante i tre giorni di riposo molti hanno pressioni per fare lo straordinario. Spesso sono gli stessi dipendenti a trascurare le norme di sicurezza per effettuare più velocemente le operazioni. I lavoratori, purtroppo, si sono via via dovuti adeguare ai ritmi delle macchine". Quelle stesse macchine sulle quali, ormai da troppo tempo, gli interventi manutentivi sono sempre meno puntuali. Molto dipende, secondo Belsanti, dal processo di terziarizzazione avviato da circa un biennio, in virtù del quale pezzi della fabbrica e relativo personale sono stati ceduti a sette ex aziende Fiat. "Con il processo di terziarizzazione – spiega il rappresentante sindacale – si è posto un problema di riduzione dei costi, sicché molti interventi non vengono attuati. Se un avvitatore per i bulloni non viene tarato, la lavorazione procede ugualmente, determinando uno sforzo maggiore".

Nonostante che la ripetitività dei turni, oltre che dei movimenti imposti dalla lavorazione, determini alla lunga danni fisici evidenti (vedi riquadro a pag. 5), la reazione dei lavoratori non va quasi mai al di là delle isolate lamentele: forse anche perché molti operai sono precari "e non hanno voglia di combattere battaglie che, ai fini delle loro prospettive occupazionali, si potrebbero rivelare controproducenti". Attualmente, la Sata occupa 5.400 unità, compresa una cinquantina di lavoratori interinali, mentre oltre 200 sono i giovani operai che lavorano con contratto a termine, in scadenza tra la fine d’ottobre e l’inizio di dicembre prossimi. Ma c’è anche chi sceglie di andarsene. Nell’arco complessivo di sette anni, oltre mille lavoratori hanno lasciato la fabbrica. "Un abbandono che – secondo Cillis – ha sempre avuto connotati precisi, a cominciare dal problema delle infrastrutture, certamente non slegato dalle questioni relative alla sicurezza: se un operaio deve svegliarsi alle 3 di mattina per essere in fabbrica alle 6, arriva già stanco, la capacità di concentrazione diminuisce e aumenta il rischio di incidenti". "Manca un collegamento diretto su rotaie che unisca Potenza a Melfi – conclude Belsanti –: l’azienda non è mai intervenuta nel merito, quello che accade oltre i cancelli dello stabilimento sembra non riguardarla".

(Rassegna sindacale, n. 35, 2 ottobre 2001)

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Fiat
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