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 SICUREZZA  PRIMA  
Amianto 
Amianto
Un'inchiesta sulla vicenda 
della Cecchetti di Civitanova

Civitanova Marche: storia di amianto e di omertà. Una delle tante, come se ne scoprono ormai da anni. Storia di lavoratori esposti alle fibre letali, ma anche di un territorio inquinato da rifiuti tossici (interrati di nascosto, ovviamente). Una storia che è diventata un libro-inchiesta di Vittorio Longhi sulla Cecchetti Sgi (Società gestioni industriali), l’azienda (ormai fantasma) al centro della vicenda. La Cecchetti ha lavorato nella costruzione e manutenzione di carrozze e carri ferroviari rivestiti di amianto, soprattutto per conto delle Ferrovie dello Stato, per più di ottant’anni. La chiusura dello stabilimento, avvenuta nel ’94, è preceduta di un paio di anni dalla legge 257, che vieta definitivamente l’uso del minerale cancerogeno e riconosce ai lavoratori esposti il diritto a un incremento della pensione. A novembre del 2000, il sottosegretario al Lavoro Paolo Guerrini emana, attraverso un provvedimento ministeriale, le "linee guida" che prevedono, anche per molti ex operai della Sgi, il diritto all’indennità per l’esposizione all’amianto. Nel mese d’aprile dello stesso anno, il beneficio è esteso a tutti i reparti, anche a quelli non specificati nelle linee d’indirizzo iniziali, quali la meccanica, la fonderia e la manutenzione.

"Il legame tra le lavorazioni dell’officina meccanica Cecchetti e l’amianto è ormai noto – afferma nella prefazione del libro di Longhi il segretario della Cgil di Macerata, Aldo Benfatto –. Lo testimonia il riconoscimento a molti degli ex "cecchettari" delle indennità previste per l’esposizione alla fibra letale. Meno note però sono le condizioni effettive di lavoro nella fabbrica. Le strutture sanitarie locali hanno manifestato l’esigenza di conoscere meglio il grado dell’esposizione ad amianto alla Cecchetti". Il libro-inchiesta, voluto dalla Cgil di Macerata e realizzato con la collaborazione del Servizio prevenzione e sicurezza negli ambienti di lavoro (Spresal) della AsI 8 di Civitanova Marche, prende spunto proprio dal provvedimento ministeriale, per cercare di ricostruire e descrivere le condizioni in cui gli operai per tanti anni hanno lavorato. Attraverso la storia della fabbrica, dalla costituzione della Sacmac alla chiusura della Sgi, si è tentato di stabilire un rapporto tra i diversi periodi della produzione e la quantità di amianto trattato nello stabilimento. Le testimonianze raccolte tra i lavoratori dei vari reparti chiariscono con precisione le fasi della costruzione e della manutenzione di carrozze e carri e forniscono informazioni importanti sulla scarsità delle misure di sicurezza adottate e dei controlli medici previsti dall’azienda.

Ma dall’inchiesta, sicuramente uno strumento utile a chi opera per la prevenzione e la cura dei lavoratori coinvolti, è emerso anche un altro elemento preoccupante, che la Camera del lavoro di Macerata ha voluto portare all’attenzione dell’opinione pubblica. Il riferimento è al possibile interramento di sacchi pieni di rifiuti tossici contenenti amianto all’interno dello stabilimento. Se questo tipo di smaltimento fosse avvenuto, senza alcuna denuncia, si tratterebbe di un gravissimo danno ecologico, oltreché di un reato commesso dall’azienda. Alcuni degli intervistati, ex operai addetti alla manutenzione, hanno confermato il sospetto, che da tempo riguarda l’area. Quello che rende il sospetto ancora più preoccupante è il clima d’omertà che circonda la vicenda. Molti dicono di sapere, ma non vogliono parlare. Intanto, sul terreno, prima coperto dai capannoni della Sgi, sono in corso i lavori di costruzione di un nuovo, vasto centro residenziale, dove si prevedono anche scavi per la realizzazione di un lungo sottopasso. E tutto questo non fa che aggiungere aspetti inquietanti alla già brutta storia dell’azienda di Civitanova.

(Rassegna Sindacale, n. 30, agosto 2001)

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