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Dopo un dibattito certo ricco che partiva
da tre mozioni immodificabili e incomunicabili e che ci ha
trovato inevitabilmente divisi, ma preoccupati di trovare
alcuni punti comuni di riferimento – come la repulsa del
neoliberismo autoritario negatore della società civile o come
il posto ed il ruolo del lavoro – forse ora esiste la
possibilità di proiettare la nostra ricerca, senza
schieramenti precostituiti, verso il presente e verso il
futuro, di fronte alle sfide che stanno davanti a noi e non
alle nostre spalle.
Non sto proponendo pasticci ecumenici ma di mettere alla prova
la nostra capacità di compiere scelte impegnative, di
definire priorità vincolanti con la partecipazione critica di
tutti, nel nostro partito e nella coalizione in cui militiamo.
Dopo il cambiamento epocale della situazione mondiale, dopo la
tragedia dell’11 settembre, è possibile mantenere ancora
fra noi il discrimine sterile sulla sospensione o meno dei
bombardamenti, di fronte ad una trama terroristica che assume
anch’essa una dimensione mondiale? O non dovrebbe,
piuttosto, essere compito nostro, il definire una strategia
che faccia dell’Unione Europea un soggetto politico di
dimensione mondiale, anche nella lotta al terrorismo?
Per esempio, superando la penosa dislocazione dei governi
europei in una rincorsa in ordine sparso verso la benevolenza
del governo americano e costruendo, invece, con pervicacia una
iniziativa unitaria dell’Unione Europea per gettare le basi,
attraverso una Conferenza Internazionale di una soluzione
rapida della questione palestinese con il riconoscimento di
uno Stato sovrano, fondato sull’unità e la continuità
territoriale della Palestina, e su un progetto di cooperazione
economico, finanziato dall’Europa, fra lo Stato Palestinese,
lo Stato Sovrano di Israele.
E, in questo modo, colpendo al cuore la radice di umiliazione
e disperazione sulla quale il terrorismo assassino tenta di
costruire la sua egemonia su un universo di emarginati.
Per esempio, sostenendo una battaglia per la riforma
istituzionale dell’Unione Europea verso una Federazione di
Stati nazioni – meglio tardi che mai se come partito e non
come singoli compiamo questa scelta senza più indugi, e
reticenze soprattutto dopo le chiare parole del Presidente
Ciampi – con iniziative forti per dare sostanza, corpo alla
formazione di un’Europa capace di parlare con una sola voce
e di agire come un soggetto politico unitario.
Nella costruzione di un governo economico dell’Europa
monetaria, capace di imprimere un nuovo corso alla crescita
economica e un miglioramento qualitativo dell’occupazione;
nell’adozione di forme di cooperazione avanzata in Europa,
fra gli Stati e regioni che vogliono davvero cimentarsi con i
problemi la cui mancata soluzione segna il ritardo dell’Europa
– non parliamo dell’Italia – nella sfida competitiva che
accompagna la globalizzazione:
la ricerca
l’innovazione
la formazione lungo tutto l’arco della vita
le grandi infrastrutture della comunicazione
nell’assunzione di un ruolo europeo e di una soluzione
europea nella risposta alla sfida della globalizzazione, dopo
avere colpito, per i paesi dell’Unione monetaria le forme di
speculazione a breve termine sul tasso di cambio; superando,
cioè, prima di tutto in Europa pgni forma di protezionismo
nei confronti delle merci industriali e agricole che
provengono dai pesi più poveri; annullando il debito di
questi paesi; contrastando ogni violazione dei diritti umani e
dei diritti del lavoro, prima di tutto da parte delle
multinazionali che hanno una sede in Europa o delle loro
succursali; stabilendo, come Unione Europa, accordi di lunga
durata i paesi produttori di materie prime, cominciando dai
produttori di petrolio, per garantire risorse sicure a quei
paesi e liberare i paesi dell’Unione Europea dal
"ricatto petrolifero".
E per quando riguarda la società italiana, si tratta di
trarre tutte le conseguenze di una riaffermata centralità del
lavoro e dei lavori, come fattori di identità per un numero
sempre più grande di persone, di donne e di uomini e,
particolarmente per quanti si dedicano a nuove attività
professionali qualificate. Su questo punto Piero Fassino ha
dato un contributo importante. Questo vuol dire emanciparci
sia da una cultura, sempre perdente, della resistenza al
cambiamento, sia dall’egemonia delle culture neoliberali
della flessibilità, come via all’occupazione che ha
penetrato a volte nelle nostre fila. La flessibilità del
lavoro è certamente un portato delle nuove tecnologie, con le
quali fare i conti. Ma la sua diffusione –senza un governo
consapevole del cambiamento – non cambia in nulla il
problema dell’occupazione come l’abbiamo documentato dati
alla mano e può, invece, più facilmente emarginare milioni
di persone da un’attività lavorativa professionalmente
valida e fare pesare sull’intero mondo del lavoro e sui
singoli lavoratori la spada di Damocle della perdita, in
qualsiasi momento, del posto di lavoro, dell’attacco al
diritto di sciopero. Questo vuol dire, infatti, la
precarizzazione del lavoro.
Ecco allora la centralità di una battaglia che faccia della
Ricerca dell’Innovazione e della Formazione lungo tutto l’arco
della vita, finanziata e controllata non solo dallo Stato,
dalla Comunità Europea e dall’impresa ma anche dai
lavoratori; se questa diventa, assieme alla riforma degli
ordinamenti scolastici e dei sistemi di formazione per i
giovani, gli adulti, gli anziani e gli immigrati, la grande e
costosa priorità della politica economica e sociale di un
governo riformatore. Una priorità per la quale combattere sin
da ora, come forza di opposizione con un’autonoma cultura di
governo; sia, a mio avviso, come sindacato nella
contrattazione collettiva.
L’occupabilità, attraverso la ricerca e la formazione –
soprattutto a favore dei soggetti meno tutelati – non è
soltanto, in queste condizioni, un problema rilevante di
politica redistributiva è la strada obbligata alla piena
occupazione alternativa in molti casi, ad una riduzione
indiscriminata delle imposte; ma il perno di una riforma del
Welfare State che consenta alle società europee di misurarsi,
attraverso il lavoro, con la sfida dell’invecchiamento della
popolazione, per respingere nuovi attacchi alle pensioni e per
consentire di fare fronte ai nuovi bisogni delle generazioni
più anziane.
E diventa al tempo stesso una grande battaglia di libertà
così come sono state tutte le battaglie per il controllo e la
padronanza della conoscenza, per la partecipazione informata
alle decisioni dell’impresa. Una grande battaglia di
libertà contro gli intenti restauratori e autoritari che si
esprimono con l’attacco della Confindustria e del suo
governo allo stato dei diritti dei lavoratori.
Il ruolo che assume, oggi più di ieri – su questo punto
bisogna essere chiari – la lotta per difendere l’articolo
18 sui licenziamenti individuali, in una strategia dell’occupazione,
del miglioramento della qualità del lavoro, del controllo
sull’organizzazione del lavoro e del tempo, non può essere
quello di limitarsi alla difesa dei cosiddetti garantiti.
No, si tratta di garantire la certezza del contratto, prima di
tutto, particolarmente nei confronti dei lavoratori a tempo
determinato, a part-time e della massa dei lavoratori
parasubordinati o semi-autonomi senza sicurezza sociale.
Questo afferma la carta europea dei diritti fondamentali: per
impedire che la sorte delle persone, in un mercato del lavoro
sempre più diversificato, sia consegnata, in assenza di colpe
gravi e con una piccola multa, alla discrezionalità o agli
umori antisindacali degli imprenditori.
Una grande battaglia di libertà, dunque, che costituisce a
mio avviso, un’altra faccia della nostra battaglia per
conquistare pienamente in questo paese uno stato di diritto
che altri vogliono insidiare dalle fondamenta.
Su questi obiettivi, concreti – e scusatemi se vi annoio di
contenuti – sul diritto alla formazione permanente, all’informazione,
alla certezza del contratto e su quello della conquista di un
diritto alla rappresentanza dei lavoratori, che consenta anche
qui di ridare certezza alla contrattazione collettiva, la
Sinistra italiana ed il Sindacato potranno riconquistare i
suoi titoli di nobiltà. Lo sciopero dei metalmeccanici e la
grande manifestazione di Roma hanno un senso se costituiranno
una tappa verso la ricostruzione di un grande fronte unito che
espanda le frontiere sulla libertà anche nei luoghi di
lavoro. La risposta delle tre confederazioni all’attacco all’articolo
18 dimostra che ne esistono le condizioni. Assumere questi
obiettivi come alcune delle priorità ineludibili di una forza
riformatrice con ambizioni europee, può sembrare ad alcuni un
possibile elenco della spesa da fare valere come accessorio in
un generico programma da dimenticare il giorno dopo, come sino
ad ora è stato.
E quindi, si pensa a queste o ad altre scelte progettuali che
dovremo cercare di costruire insieme, come qualcosa di utile,
certo, ma che è altro dalla grande politica, dal dibattito
sul futuro dell’Ulivo, sul futuro della Sinistra italiana
come parte del movimento socialista europeo, sul tipo di
unità da costruire nel nostro partito, superando ogni
patriottismo di correnti o di cordate, sul dibattito aspro che
divide, in questi mesi, il movimento sindacale italiano.
Ma non è così. L’esperienza ci ha dimostrato in
abbondanza, che se un movimento, un’alleanza, una coalizione
rimane ferma nella difesa delle proprie conquiste e delle
proprie identità, contro chi intende cancellare con una
precisa strategia politica; se un’alleanza o un partito o un
sindacato si arroccano sulla difensiva, dedicandosi, nello
stesso tempo, alla difficile impresa della salvaguardia degli
equilibri interni, della difesa di vecchie regole consociative
di direzione, la divisione è alle porte. E ci sarà sempre la
divisione fra chi pensa di potere concedere di più all’avversario
per non farsi isolare e chi pensa, che non ci sia salvezza
fuori dalla difesa intransigente dell’esistente.
Una lunga e difficile storia ci ha, invece, dimostrato che le
alleanze, le coalizioni e la stessa unità di un partito o l’unità
di un movimento sindacale o lo stesso dialogo con un movimento
complesso come i noglobal o i new global come speriamo si
costruiscono giorno per giorno intorno ad un progetto, al
dibattito trasparente che può nascere da una proposta di
cambiamento che rifiuti di annegare sul mito poco riformista
della governabilità. E qui scontiamo ancora il limite e l’anomalia
della cultura politica di molta parte della sinistra italiana.
La debolezza o l’uso pienamente strumentale di una cultura
del progetto.
Dividendoci, e se occorre nella fase di costruzione di un
progetto, aprendo il confronto fuori dalle nostre file, senza
alcuna logica di potenza o tentazioni egemoniche, saremo molto
più vicini ad una unità e ad una solidarietà fra diversi ad
un partito pluralista e culturalmente autonomo, capace di
dialogare senza arroganze e senza mimetismi con le forze della
società civile. Lì, dove avvengono i cambiamenti più
profondi di un paese e di un popolo, lì dove maturano
problemi che attendono dalla politica progettuale e non dal
piccolo cabotaggio più o meno corporativo, una risposta e una
soluzione.
(17 novembre 2001)
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