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Il Mezzogiorno rappresenta
una realtà economica e sociale fortemente diversificata e oggetto di
un profondo mutamento. Un territorio dove convivono importanti realtà
produttive, sociali e culturali insieme a forme diffuse di
emarginazione e di disagio sociale, di disoccupazione giovanile e
femminile e di lavoro sommerso. Questi fattori rappresentano al tempo
stesso i limiti e le opportunità per innescare un processo di sviluppo
che abbia come obiettivo non più un unico Mezzogiorno, bensì i
diversi territori che rappresentano i Mezzogiorni del nostro paese. È
questa la conclusione cui giunge il rapporto dell’Ires intitolato
"Ripresa dell’occupazione e dell’export. Le buone opportunità
del Mezzogiorno". Una conclusione che significativamente coincide
con le riflessioni e le indicazioni scaturite dalla conferenza
nazionale della Cgil sul Mezzogiorno che si è tenuta a Bari il 2 e 3
maggio scorsi.
Come risulta dagli
indicatori più significativi (pil pro capite, tasso di occupazione e
di disoccupazione, investimenti, stock di imprese non agricole,
export), il Mezzogiorno ha avuto in questi anni la capacità di
recuperare i livelli di crescita del 1992, sebbene con ritardo rispetto
al Nord e al Centro del paese. Si tratta di una ripresa lenta ma
costante, iniziata già a metà degli anni 90, che si accompagna con
inequivocabili segnali di vitalità delle diverse realtà produttive:
iniziano a emergere interessanti realtà distrettuali anche nel
Mezzogiorno, mentre si evidenziano "casi di eccellenza", come
la St Microelectronics, la Natuzzi, ecc. Dal punto di vista
occupazionale le tre grandi ripartizioni geografiche hanno conseguito,
seppure in epoche diverse, un recupero rispetto alla prima metà degli
anni 90 (il Nord nell’aprile ’97, il Centro nel gennaio ’99, il
Mezzogiorno nel gennaio 2001), e oggi sembrano avviate verso una decisa
ripresa. Il dato tendenziale nazionale (gennaio 2001 su gennaio 2000)
conferma l’impressione, rilevando un aumento del 2,9 per cento.
Il ritardo del Mezzogiorno
Nonostante i confortanti
segnali di ripresa economica, tuttavia, le distanze che separano il
Mezzogiorno dal resto del paese sono ancora considerevoli. Il
Mezzogiorno presenta un Pil per abitante inferiore di circa 33 punti
rispetto al livello medio nazionale (24,0 milioni contro i 35,9
milioni), anche se, nel triennio considerato, il tasso di crescita del
Pil pro capite è risultato nel Mezzogiorno il più elevato rispetto
alle altre ripartizioni territoriali: 1,6 per cento contro l’1,4 del
Nord Est, l’1,2 del Nord Ovest e lo 0,9 del Centro. Preoccupante
resta però il differenziale di produttività del Mezzogiorno nei
confronti del Centro Nord relativamente al settore della trasformazione
industriale e ad alcuni comparti manifatturieri (in particolare il
tessile e abbigliamento e il legno).
Il ritardo che caratterizza
le regioni del Mezzogiorno rispetto al Centro-Nord è confermato dalle
indagini condotte dalla Banca d’Italia sul reddito delle famiglie.
Nel 1998 il reddito per abitante nel Mezzogiorno è stato pari a 11,5
milioni di lire (66,5 per cento del valore medio nazionale). Secondo i
dati Istat, nel 1999 il fenomeno della povertà in Italia ha
interessato 2,6 milioni famiglie e coinvolto circa 7,5 milioni di
individui. Il 66 per cento delle famiglie in condizioni di povertà
risiede nel Mezzogiorno, il 20 al Nord e il restante 14 al Centro.
Forti differenze strutturali fra il Mezzogiorno e il resto del paese
sono presenti anche nel mercato del lavoro. Nonostante che a livello
nazionale il tasso di disoccupazione sia sceso al 9,9 per cento, nel
Mezzogiorno permane al 20,3. La disoccupazione riguarda il 29,4 per
cento delle donne nel Mezzogiorno contro il 13,7 a livello nazionale, e
rispettivamente il 51,9 dei giovani contro il 29,2. Infine il fenomeno
del sommerso: nel 1999 le unità di lavoro irregolari (al netto del
doppio lavoro) risultano 1.690.000, pari al 26,1 per cento della forza
lavoro nell’area, contro il 9,9 del Nord ovest, l’8,3 del Nord est
e l’11,3 del Centro.
In questo contesto gli
strumenti della programmazione negoziata, in particolare i patti
territoriali e i contratti d’area, che dovrebbero favorire lo
sviluppo autopropulsivo del territorio, hanno svolto finora un ruolo
limitato. Si tratta però di strumenti relativamente giovani (i primi
patti territoriali sono stati siglati nel 1996, e i primi contratti d’area
nel 1998) che hanno prodotto significative esperienze locali,
nonostante le difficoltà di coordinamento tra i diversi livelli dell’amministrazione
pubblica.
In definitiva nel corso di
questi anni si sono poste le condizioni per un effettivo rilancio
economico, in grado di assorbire i divari esistenti tra il Mezzogiorno
e il resto del paese. "I prossimi anni – conclude il rapporto
dell’Ires – saranno decisivi per comprendere se questo paese
intende effettivamente risolvere la questione meridionale, oppure
continuare a perpetrare l’ingente spreco di risorse economiche,
culturali e sociali presenti in un territorio da sempre sottovalutato,
sfruttato e non valorizzato come merita".
(10 maggio 2001)
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