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Trenta sindacalisti rinchiusi nelle carceri
coreane e molti di più ricercati nel paese. Di cosa sono accusati? Di
avere fatto il proprio mestiere, o di averci provato. Di avere
costituito un sindacato, di avere indetto uno sciopero o una
manifestazione, di avere difeso i diritti dei lavoratori. Una
macchia |
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indelebile sul biglietto di presentazione della
Corea del Sud, paese organizzatore dei mondiali di calcio insieme al
Giappone. Una macchia che, però, né i cugini del Sol Levante né la
Fifa hanno visto quando hanno coinvolto la tigre asiatica nel primo
mondiale del terzo millennio.
I sindacati sudcoreani accusano il governo di perseguire una strategia
repressiva nei confronti delle organizzazioni del lavoro. E le cifre
danno loro ragione. Nel 2001 ben 200 rappresentanti dei lavoratori sono
stati arrestati; dal 1998 a oggi, anno in cui è stato eletto premier Kim Dae-jung
(poi insignito del premio Nobel per la pace), i sindacalisti finiti in
prigione sono stati 700. Spesso e volentieri, in Corea del Sud, le
vertenze industriali vengono chiuse per intervento delle forze
dell'ordine. Così le manifestazioni, anche le più pacifiche.
La Corea del Sud non vanta un diritto del lavoro particolarmente
evoluto: si pensi che alla maggior parte dei dipendenti pubblici è
vietata l'iscrizione al sindacato, che il diritto di sciopero viene
spesso negato e che è prassi del governo intervenire negli affari
interni delle organizzazioni sindacali. Non a caso il paese è sotto
stretta osservazione internazionale: l'Oil l'ha più volte ammonito a
liberare i sindacalisti arrestati e l'Ocse ha istituito un osservatorio
permanente sulla legislazione del lavoro sudcoreana. Ma i ritardi
strutturali della Corea sono stati aggravati da una crisi economica che
ha spinto il governo ad avviare ingenti privatizzazioni nei settori
pubblici, i trasporti su tutti, dove l'anno scorso hanno perso il posto
più di 7 mila lavoratori. Naturalmente i sindacati hanno risposto con
scioperi e mobilitazioni a questo giro di vite, e di conseguenza
violenza e tensioni sono aumentate.
La denuncia di Yoon Youngmo
Il congresso nazionale della Cgil, lo scorso febbraio, ha dato spazio
alla questione sudcoreana ospitando Yoon Youngmo, un delegato della Kctu, la confederazione del
lavoro locale. In quell'occasione Youngmo ha denunciato le violenze che
subisce il movimento sindacale nel suo paese. "E’ dal 1997 (l’anno del
grande sciopero generale, ndr) - racconta Yoon Youngmo – che i lavoratori sudcoreani sono
sottoposti a violenti attacchi neoliberisti da parte del governo, con
l’appoggio del Fondo monetario internazionale e della Banca mondiale.
Col pretesto della crisi economica sono stati attaccati i diritti dei
lavoratori e delle loro organizzazioni".
Ora la crisi è finita, ma le sue conseguenze sono più che mai
attuali: "Il mercato del lavoro è cambiato del tutto – spiega
Yoon Youngmo -. Quasi il 60% dei lavoratori, adesso, è composto da
interinali. Tutti i meccanismi di sostegno all’economia e di
protezione sociale sono stati smantellati. Speculazione e finanza
regnano sovrane. Il governo non persegue alcun programma di sviluppo. A
fronte di tutto ciò i sindacati non hanno la possibilità di agire. La
legge sudcoreana, infatti, vieta loro il diritto di negoziare nei casi
di ristrutturazione aziendale. Non si può scioperare contro
un’impresa che chiude e licenzia, né si può contrattare nulla. Ma
negli ultimi cinque anni abbiamo avuto solo ristrutturazioni e
licenziamenti! Per questo i nostri sindacalisti sono finiti in
carcere".
Ad ogni modo il movimento sindacale sudcoreano ha ottenuto anche dei
successi. L’ultimo è venuto dalla campagna mondiale di supporto
lanciata lo scorso gennaio dalla Federazione internazionale dei
metalmeccanici. "In quell’occasione – conclude Yoon Youngmo
– abbiamo ricevuto il sostegno di ben 37 paesi, tra i quali anche il
vostro (i sindacati italiani, specialmente la Fiom, hanno fatto molto
per noi). E 37 paesi sono davvero molti, se si pensa che all’Onu ne
sono rappresentati 200."
(5 giugno 2002)
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