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Usa - Scandali finanziari e crisi economica 
Intervista a Marcello Messori

Recessione Usa, l'Europa senza difese

di Davide Orecchio

Una crisi finanziaria e una crisi di fiducia. E forse, in agguato, una crisi economica reale. Gli scandali ai vertici della finanza statunitense, con grandi aziende che truccavano i conti per gonfiare i profitti (prima Enron, poi WorldCom, e adesso un’inchiesta del Washington Post accusa anche il maxi-provider America On Line di avere ritoccato i libri contabili) sono un vento che alita forte sulle Borse di tutto il mondo e le tiene giù ma che soffia anche sul fuoco, secondo molti mai sopito, di una possibile recessione dell’economia Usa, che inevitabilmente coinvolgerebbe gli altri grandi blocchi mondiali, Europa in testa. Ne parliamo con Marcello Messori, economista e docente all’Università Tor Vergata di Roma, al quale per prima cosa chiediamo: nonostante tutto, sullo stato di salute dell’economia americana c’è da essere ottimisti?

Messori Direi proprio di no. Le probabilità di una recessione dell’economia statunitense sono serie. È vero che i segnali congiunturali dell’economia reale sono buoni, ma sugli Usa pesano tre fattori molto negativi: il deficit della bilancia commerciale, un debito pubblico che permane elevato e l’indebitamento delle famiglie. Tutto ciò rende particolarmente preoccupante negli Usa l’andamento della Borsa, perché il meccanismo viziato dai tre fattori negativi può reggere solo se non si interrompe il processo di crescita. Se i consumi a un certo punto precipitassero, immediatamente cadrebbe anche la domanda aggregata e le imprese che, sebbene abbiano migliorato le prospettive di profitto, sono ancora indebitate e assai poco propense a investire, non sosterrebbero a sufficienza la domanda. Se questo avvenisse, la caduta della Borsa diventerebbe ancora più grave e si allontanerebbe l’afflusso di investimenti dall’estero – il che in parte sta già accadendo -, che sono essenziali per finanziare il debito pubblico e riequilibrare la bilancia commerciale. Insomma gli Usa si ritroverebbero nel pieno di una situazione «a doppia v», con una grave recessione alle spalle (quella che seguì all’11 settembre, ndr), una ripresa in mezzo, e nel breve o medio periodo la prospettiva di una nuova, severa recessione. 

Rassegna Come reagirebbe l’economia europea alla recessione americana? Sarebbe in grado di mettere in moto, come dite voi economisti, un «meccanismo anticiclico»?

Messori L’Europa non ha autonomia sufficiente per imporre a livello internazionale un trend economico opposto a quello degli States. Anche perché il Vecchio Continente fatica a tenere il ritmo della congiuntura reale americana. Certo abbiamo dei fondamentali più in ordine rispetto agli Usa, ma questo stenta a tradursi in una tenuta dei livelli delle azioni, il che conferma la nostra dipendenza dall’economia d’oltreoceano. Poi dobbiamo aggiungere che la perdita di fiducia nella redditività degli investimenti finanziari negli Usa ha portato a un forte riequilibrio del rapporto dollaro-euro: non è un fatto eccessivamente drammatico, ma determina comunque una caduta di competitività per i prodotti europei, in modo particolare per i paesi che come l’Italia esportano beni tradizionali

Rassegna Insomma la parità tra dollaro ed euro è una cattiva notizia?

Messori È una notizia non drammatica, perché il grosso delle esportazioni di alcuni paesi europei è ancora all’interno dell’Europa, però è sì una cattiva notizia, perché le esportazioni nell’area del dollaro (che travalica i confini degli Usa) sono comunque significative.

Rassegna Veniamo agli scandali finanziari Usa. Il Congresso ha appena varato una legge che prevede pene molto severe e che inoltre separa nettamente le società di revisione contabile da quelle che forniscono consulenze. Basterà?

Messori Sono misure necessarie ma non sufficienti. Necessarie perché chi certifica i bilanci di un’impresa non può trarre anche gran parte dei propri guadagni da consulenze offerte a quella medesima impresa. È chiaro che in un sistema come quello americano, tutto costruito su bilanciamenti e contropoteri che si riequilibrano, se chi deve esercitare il controllo di fatto non lo esercita più accade, come si è visto, un disastro. Ma questa legge non è sufficiente, è solo un piccolo passo nella direzione corretta. Le degenerazioni del governo societario delle imprese statunitensi, infatti, non sono casuali. Al contrario sono l’esito di uno schema distorto che incentiva i management a prendere scorciatoie poco corrette per uscire dalle difficoltà. Insomma sono un fatto strutturale. L’idea che avevo prima che questa crisi esplodesse, e che è stata confermata dalla crisi, è che la soluzione si deve cercare in una combinazione del modello economico anglosassone e del modello europeo, dal momento che entrambi hanno debolezze strutturali complementari. 

Rassegna Potrebbe spiegarci meglio?

Messori Il sistema americano è distorto sul breve termine: è connaturato al suo modo di funzionare che, quando le cose vanno male, ci siano tentativi di imbrogliare le carte rapidamente. Se cadono i corsi azionari l’impresa va in crisi, il management ci rimette è così via. Da qui i casi Enron e WorldCom. È una catena che si autoalimenta. Anche a livello macroeconomico negli Stati Uniti c’è un problema analogo: le famiglie devono avere un altissima propensione al consumo fino a indebitarsi, il che mantiene elevati i profitti delle imprese e i corsi di Borsa che consentono alle stesse imprese di ottenere guadagni in controcapitale al di là del loro reddito. La stortura del modello europeo invece è sul lungo termine, come dimostrato da quanto successo per la crisi di Deutsche Telekom. In questo caso la struttura proprietaria – che sia statale, o risulti da un incrocio azionario o da una scatola cinese - non è permeabile alla concorrenza e protegge il management anche se questo persegue un obiettivo a lungo termine disastroso. Ci vorrebbe una convergenza tra i due modelli che ne eliminasse gli aspetti peggiori: si otterrebbe così un sistema con strutture proprietarie più efficienti, senza o con meno scatole cinesi, con meno incroci azionari, con meno famiglie prive di risorse sufficienti per investire nell’impresa, ma senza scadere nelle aberrazioni statunitensi.

Rassegna Lei ha citato Enron. In quel caso il disastro dell’azienda non solo ha gettato sul lastrico migliaia di persone che hanno perso il lavoro, ma ne ha anche polverizzato i risparmi accumulati nei fondi pensione. In Italia una cosa del genere potrebbe accadere?

Messori No. E le spiego il motivo. Il limite che ormai è evidente a tutti dei modelli 401k – i fondi pensione individuali dei lavoratori americani - è che consentivano e anzi spingevano il singolo sottoscrittore a non diversificare il suo investimento finanziario e previdenziale, cioè incentivavano ogni dipendente ad allocare una forte parte del risparmio pensionistico che stava accumulando nelle azioni dell’impresa presso cui lavorava. Questo comportava un doppio rischio: non solo di perdere il posto se l’azienda andava male, ma anche di conseguire danni come piccolo azionista dell’impresa. E’ quello che tecnicamente si definisce un «rischio di non diversificazione». In Italia però non lo corriamo. Sia i fondi pensione contrattuali, sia i fondi pensione aperti ad adesione collettiva, sia i fondi preesistenti istituiti in passato da banche o da imprese industriali hanno sempre riservato un’attenzione molto forte alla diversificazione. E i fondi preesistenti che non hanno diversificato abbastanza il loro portafoglio hanno comunque effettuato molti investimenti nel patrimonio immobiliare. Ma le differenze non finiscono qui: in Europa, e in particolare in Italia, non abbiamo uno schema diffuso di stock option come negli Stati Uniti, abbiamo un governo societario diverso, non necessariamente migliore per le imprese, ma che comunque espone meno a simili degenerazioni.

(19 luglio 2002)

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Enron

WorldCom

U.S. Securities and Exchange Commission