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Politiche fiscali 

Il vero impatto della manovra Tremonti

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Politiche fiscali

Il vero impatto della manovra Tremonti

 

Una riforma che, quando sarà a regime, favorirà i redditi più alti. Una manovra che comporterà tagli vistosi alla spesa sociale: gli sgravi fiscali promessi nel Patto per l'Italia, infatti, non costeranno i 5,5 miliardi di euro indicati nel testo dell'accordo separato, ma almeno 8 miliardi. Sono queste le conclusioni e le critiche alla riforma Tremonti elaborate dalla Cgil e argomentate dal Coordinatore dipartimento Politiche Sociali della confederazione, Beniamino Lapadula, in un editoriale pubblicato sull'ultimo numero di Rassegna Sindacale.

Comemntando il Patto siglato da Cisl e Uil, Lapadula allude a una vera e propria "capitolazione sul fisco" che si accompagna al cedimento sui diritti dei lavoratori. "In questo campo - scrive Lapadula - non solo si è abbandonata completamente la piattaforma sindacale unitaria, che conteneva critiche radicali alla controriforma Tremonti, ma si è data copertura alla furbesca operazione del governo che tende a occultare la gigantesca redistribuzione verso i contribuenti più ricchi che necessariamente scaturirà dall’impianto regressivo della delega fiscale. Questa, inoltre, si finanzierà anche con la soppressione permanente della restituzione del fiscal drag decisa dal governo senza la minima reazione da parte di Cisl e Uil".  

La Cgil ha calcolato che "i primi sette decili di contribuenti (cioè il 70 per cento degli italiani che sono soggetti Irpef, in quanto ciascun decile ne rappresenta il 10 per cento) fruiranno di uno sconto fiscale solo nel 2003, cioè nell’anno di avvio della riforma. Poi tutto andrà ai tre decili superiori e in particolare all’ultimo decile, cioè ai contribuenti benestanti, che si accaparreranno il 56 per cento dell’intero sgravio fiscale, mentre il problema degli incapienti resterà senza soluzione alcuna. Naturalmente - osserva Lapadula - anche in questo decile a far la parte da leone saranno i miliardari, categoria ben rappresentata nell’attuale maggioranza di governo. Ne fanno parte, come è noto il presidente del Consiglio e lo stesso ministro dell’Economia che, se si fa riferimento alle sue più recenti dichiarazioni dei redditi, avrà uno sconto superiore al miliardo di vecchie lire l’anno. Dunque dopo l’abolizione dell’imposta sulle successioni ecco il taglio per i più ricchi di un quarto dell’Irpef".

Per il sindacalista la manovra Tremonti "richiama immediatamente alla mente l’esempio Usa e la riforma fiscale di George W. Bush, ispirata e voluta dalle correnti più oltranziste del partito repubblicano capeggiate da Forbes, il proprietario della rivista Fortune, che si pongono l’obiettivo di ridurre l’intervento pubblico, in primo luogo quello sociale. La drastica riduzione della progressività e la radicale redistribuzione fiscale a favore dei ricchi non è dunque il fine ma il mezzo per smantellare l’intervento pubblico. È lo strumento per convincere il contribuente medio, penalizzato dalla fine della progressività che riduce il finanziamento e quindi l’erogazione dei servizi pubblici, a rivendicare minori imposte. Il fine è, appunto, quello di avviare un circuito capace di autoalimentarsi in grado di realizzare l’obiettivo dello stato minimo con il consenso attivo dell’elettore medio. Tremonti nella relazione che accompagna la delega fiscale si pone apertamente questo obiettivo fino ad arrivare a sostenere che, dopo il secolo del welfare, è tornato il tempo della filantropia. È, dunque, incomprensibile far finta, come hanno fatto Cisl e Uil che non ci sia sul terreno fiscale una precisa strategia che il governo intende attuare nei prossimi anni. Ma c’è di più, le organizzazioni sindacali che hanno firmato il Patto separato hanno accettato che venissero allegate delle tabelle sugli sgravi fiscali senza pretendere che fossero esplicitati i parametri di funzionamento, le modalità tecniche della manovra, in modo che ciascun contribuente potesse calcolare il proprio beneficio. L’impressione è che il governo abbia operato in tutta fretta alla messa a punto degli esempi con un intento meramente propagandistico e con l’obiettivo di fornire un alibi ai firmatari del Patto separato".

Cattive notizie dalle tabelle del governo
"La Cgil - prosegue Lapadula -, sulla base delle tabelle fornite dal governo, ha effettuato una simulazione per verificare l’effettivo impatto della manovra fiscale del governo nella fase di avvio della delega fiscale e a regime. I risultati: a fronte dei 5,5 miliardi di euro previsti nel Patto, il costo effettivo risulta pari a circa 8 miliardi di euro (15.383 miliardi di vecchie lire). Quando a settembre il governo sarà costretto finalmente a mettere nero su bianco, nella legge finanziaria, le riduzioni fiscali, si riuscirà a capire dove sta l’imbroglio".

"Resta comunque il fatto che la controriforma Tremonti, con il suo impianto a due aliquote, ha effetti redistributivi che penalizzano lavoratori dipendenti e pensionati. A rimetterci saranno soprattutto lavoratori e pensionati a reddito medio-basso che, presa una modesta mancia nel 2003, non solo non avranno più alcun beneficio negli anni successivi (vedi l’altra tabella), ma si vedranno tagliate fondamentali prestazioni sociali. I tagli fiscali infatti, a giudicare da quanto esponenti del governo vanno dichiarando in questi giorni, all’inizio, per non generare contraccolpi dovrebbero essere finanziati con entrate una tantum (condoni e cartolarizzazioni)". 

"Ma poi necessariamente sul welfare calerà la scure dei tagli di spesa. I tagli alla spesa corrente si preannunciano, infatti, devastanti, dell’ordine di un 1 per cento del Pil per ogni anno della legislatura. Non è credibile che risparmi di tale portata possano essere realizzati soltanto razionalizzando gli acquisti dei beni e servizi della pubblica amministrazione: risparmi di spesa di queste proporzioni si possono fare solo sugli stipendi dei pubblici dipendenti, sulla sanità e sulle pensioni". 

Per Lapadula "pronunciarsi come hanno fatto Cisl e Uil a favore di una riduzione del carico fiscale complessivo senza avere garanzie sulla compatibilità di tale riduzione con la crescita della spesa per le politiche sociali, per l’istruzione e per la formazione, significa dare un avallo incondizionato alla linea liberista del governo. La stessa clausola di salvaguardia della spesa sociale per il 2003, inserita all’ultimo momento nell’accordo, è formulata in modo da non garantire un bel niente. Il riferimento per l’invarianza della spesa per il prossimo anno non è infatti il 2002 ma il 2001. Tornare ai livelli di spesa del 2001, senza tener conto della riduzione di spesa del servizio sanitario nazionale che il governo preannuncia di voler smantellare con la reintroduzione delle mutue, significa tagliare 5.500-6.000 miliardi di lire di spesa previdenziale. A tanto ammontano infatti i maggiori oneri del 2002 sul 2001 per aumento delle pensioni minime, indicizzazioni e sblocco delle ultime finestre delle pensioni di anzianità".


(17 luglio 2002)

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