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Intervenga il Governo. Riunisca le parti e risolva
il problema. Questo, in estrema sintesi, il messaggio che viene dal
vertice convocato oggi dalla Prefettura di Caltanissetta sul caso del
Petrolchimico di Gela, posto sotto sequestro dalla magistratura per
presunta violazione delle norme ambientali. Serve "un intervento del governo nazionale"
che elimini "qualsiasi ipotesi di persistente divergenza interpretativa, rimuovendo le cause che
hanno determinato il sequestro degli impianti Agip di Gela e
consentendo la ripresa delle attività produttive".
Alla riunione convocata dal Prefetto di Caltanissetta Giuliano Lalli su richiesta formulata dall' assessore regionale
all' Industria Marina Noé, sono intervenuti la deputazione nazionale e regionale, il Presidente della Provincia Regionale,
il Commissario Straordinario del Comune di Gela, i responsabili delle forze dell' ordine, i dirigenti dell' Agip Petroli
e i rappresentati delle organizzazioni sindacali e di categoria (Cgil, Cisl, Uil, Ugl, Assindustria e Api). E' stato anche
deciso di mantenere l' impegno assunto di far emettere dal competente assessorato regionale al Territorio ed Ambiente "l'autorizzazione definitiva alle emissioni in atmosfera".
Nel documento conclusivo viene evidenziata inoltre "la
particolare drammaticità e le tensioni che rischiano di far diventare ingovernabile la situazione a Gela con gravissime
conseguenze per l'economia gelese e siciliana e con grave turbamento dell' ordine e della sicurezza pubblica, che
potrebbero ulteriormente sfociare in incidenti incontrollabili."
Una prima risposta dal Governo è venuta per voce del sottosegretario
al Ministero delle Attività Produttive, Giovanni Dell'Elce, il quale
ha detto di avere convocato per martedì 5 marzo "una riunione
tecnica al Ministero".
"C'é preoccupazione - ha aggiunto il sottosegretario -. Stiamo
valutando la situazione". Dell'Elce ha comunque escluso momento
l'ipotesi di un
decreto per affrontare la questione: "Non credo che questa sia la
strada giusta".
A Gela, intanto, questa mattina i
tremila dipendenti del Petrolchimico che rischiano di perdere il
lavoro hanno bloccato i cancelli della raffineria siciliana. Le
maestranze del turno di notte non hanno ricevuto il cambio e sono
rimaste nello stabilimento. Fuori centinaia di operai del diretto e
dell'indotto impediscono il transito delle merci e bloccano le vie di
accesso alla città: la scorrimento veloce per Catania, la statale 115
per Vittoria, la nazionale per Licata e la provinciale per Butera.
Come si è arrivati al sequestro del Petrolchimico
«La vicenda nasce nel 1999 - spiega Giovanni Ferro
, Segretario generale della Cgil di Caltanissetta, in un intervento su
Rassegna sindacale -da una serie di denunce alla Procura della
Repubblica presso il Tribunale di Gela da parte di due associazioni
ambientaliste (Italia Nostra e Amici della terra) che puntano a
dimostrare come il Petrolchimico non rispetti le leggi sulle emissioni
in atmosfera e quindi inquini. La Procura, dopo aver affidato a tecnici
di parte il monitoraggio delle emissioni, ritiene che effettivamente le
violazioni ci siano e pertanto spicca l’ordine di sequestro per
una quidicina di serbatoi, alcuni impianti e il deposito del pet-coke,
il combustibile sintetico che viene prodotto dal cocking dagli scarti
di lavorazione del petrolio “greggio Gela”, intimando all’Agip
Petroli di non bruciarlo più nelle caldaie perché esso in realtà
è un rifiuto e pertanto deve essere smaltito in inceneritori e
non in caldaie senza le dovute autorizzazioni».
«La storia prosegue con l’Eni che porta a
conoscenza l’esistenza di un decreto del presidente del Consiglio del
’95 che classifica il pet-coke come combustibile e il sindacato che
organizza, il 19 febbraio una gigantesca manifestazione di popolo a
Gela, come non si vedeva da vent’anni, con la partecipazione di
operai del diretto e dell’indotto, di studenti, disoccupati,
pensionati e massaie con figli appresso, oltre 20.000 partecipanti
provenienti anche dal comprensorio e dalle città di Niscemi, Butera,
Mazzarino e Riesi».
«Le tappe successive sono quelle del Tribunale del
riesame, a cui si è rivolta l’azienda, che si esprime il 27
febbraio, e del governo nazionale, che porterà in conferenza
Stato-Regioni un decreto che chiarisca con più dovizia di particolari
l’utilizzo del pet-coke nei cicli di produzione.
Nel frattempo la Procura, per venire incontro ai disagi causati dal
sequestro, proroga fino al 2 marzo l’ordine perentorio di
chiusura degli impianti sequestrati, in modo che ci siano i tempi per
l’elaborazione del decreto ministeriale e il pronunciamento del
Tribunale del riesame».
«Nel frattempo i lavoratori sono preoccupati: la
raffineria rischia seriamente di chiudere i battenti in maniera
definitiva, per la gioia di chi ha pensato che Gela debba dedicarsi
esclusivamente al turismo senza avere per questo ancora costruito un
albergo degno di nota e senza avere nel frattempo chiarito chi depurerà
le acque reflue cittadine e chi dissalerà l’acqua del mare che, in
assenza della raffineria che cura per la città anche questi servizi
essenziali, non potrà più essere distribuita in città come ad
Agrigento. Questo è uno dei drammi che vivrà Gela, oltre a
quello legato alla perdita dei posti di lavoro».
«L’altro dramma è l’assenza della politica. A
Gela si è appena dimesso il sindaco Franco Gallo e il consiglio
comunale. L’antimafia regionale e nazionale hanno già visitato la
città e ascoltato le organizzazioni sindacali e le associazioni
produttive, oltre che gli esponenti politici e le istituzioni
provinciali e cittadine, con l’obiettivo di capire le motivazioni
vere della scelta del sindaco e se ci sono veramente i presupposti per
un secondo scioglimento del consiglio comunale per infiltrazioni
mafiose».
«Si corre il rischio con la tensione alle stelle
di criminalizzare la magistratura che di questi tempi sta subendo
attacchi oltre misura sia in ambito nazionale che in quello gelese.
La Cgil di Caltanissetta ha sempre ritenuto la magistratura un baluardo
nella lotta per l’affermazione della legalità in questo lembo di
terra siciliana e in questa provincia. Se è intervenuta,
probabilmente irregolarità ci sono state. A questo punto non è
più rimandabile un dibattito che porti l’Eni a riflettere sul
ciclo produttivo e sui combustibili che bisogna utilizzare».
«Noi naturalmente riteniamo strategica la strada
del confronto sereno (non si può discutere con il cappio al collo…)
tra il legislatore e i tecnici, così da produrre una norma che non
debba più essere interpretata ma che sia esplicativa dei criteri da
rispettare salvaguardando l’ambiente, sicuramente provato da troppi
anni di emissioni e scarichi che gradualmente, e con la chiusura di una
serie d’impianti sono nel tempo diminuiti, e la salute delle
popolazioni gelesi e del vicino comprensorio (Niscemi, Butera,
Mazzarino, Licata, Vittoria ecc.) oltre che i posti di lavoro, che, non
dimentichiamolo, sono circa 3.000 tra diretto e indotto e diminuiscono
sempre di più a seguito di ristrutturazioni continue».
«Riteniamo utile che il confronto si sposti anche
alla Regione siciliana, presso l’assessorato all’Industria, dove
sta per partire il tavolo di concertazione regionale per la firma di un
Accordo di programma per chimica-petrolchimica ed energia in Sicilia,
in modo che si possa finalmente dare visibilità alla piattaforma che
la Fulc regionale presentò nel 1999 al governo di centrosinistra
Capodicasa di allora, che non ne fece nulla».
«Adesso l’assessorato all’Industria, guidato
da un tecnico del governo Cuffaro, l’assessore Marina Noè, sta
mettendo in piedi il confronto con una tempistica e una programmazione
che fanno ben sperare. In questo accordo di programma il sindacato
siciliano chiederà l’avvio definitivo dei progetti di bonifica delle
aree ad alto rischio ambientale e una ecocompatibilità delle
produzione chimiche che rafforzino l’integrazione dei siti
petrolchimici siciliani, con l’aggiunta del progetto di realizzazione
di un polo energetico siciliano che sfrutti anche l’arrivo del metano
dalla Libia».
(4 marzo 2002)
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