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La commozione e lo sdegno per l’efferata
uccisione di Libero Grassi si rinnovano e si esaltano leggendo questo
Libro bianco alla cui realizzazione egli aveva apportato il suo
contributo appassionato. Era stato giustamente definito, il Grassi,
come un "imprenditore che non ha avuto paura", ma è
sconfortante dover constatare che solo il suo sacrificio ha imposto
all’attenzione di tutti, oltre alla grandezza del suo impegno
civile, la gravità di una situazione da cui alla fine egli è stato
travolto.
Non si tratta di fare il solito richiamo letterario
alla beatitudine dei paesi che non hanno bisogno di eroi, ma piuttosto
di dover prendere tristemente atto che ancora né le istituzioni né
la società si sono rese conto fino in fondo della gravità crescente
del fenomeno della criminalità organizzata e della sua potenzialità
destabilizzante. Se occorreva la morte di Libero Grassi perché si
rinnovasse, nella società e nello Stato, una parvenza di reazione
alla mafia, peraltro non del tutto scevra da contingenti calcoli di
lotta politica, non è retorico né provocatorio chiedersi quanti
altri coraggiosi imprenditori e uomini delle istituzioni dovranno
essere uccisi perché i problemi della criminalità organizzata siano
finalmente affrontati in modo degno di un paese civile.
Si suole affermare che questo stato di cose è la
diretta conseguenza del perverso intreccio tra politica e mafia che
rende timida e incerta l’azione repressiva dello Stato, ma tale
assunto, pur avendo un fondamento di verità, è riduttivo e rischia
perfino di banalizzare questioni di particolare complessità e
gravità.
E così, mentre la risposta istituzionale è ancora
largamente insufficiente, la società civile continua ad avere una
visione oleografica e distorta del fenomeno mafioso, identificandolo
con qualsiasi fenomeno di criminalità organizzata o, peggio,
ritenendolo appannaggio esclusivo delle popolazioni meridionali,
accomunate in un giudizio complessivo largamente negativo.
Se questo è il quadro realistico della situazione,
è ben comprensibile l’amaro giudizio negativo dei familiari del
Grassi, contenuto nel breve comunicato emesso dopo la sua uccisione,
nei confronti non solo dello Stato, ma anche della società e di
quella siciliana in particolare. Ancora una volta dalla famiglia
Grassi viene una lezione di serietà e di onestà intellettuale
poiché finalmente sono stati messi da parte i soliti discorsi
roboanti e privi di contenuti e si è messo il dito nella piaga: uno
Stato certamente inefficiente, ma anche una criminalità mafiosa non
estranea alla società siciliana. Dopo tanta antimafia di maniera c’era
veramente bisogno di valutazioni realistiche e prive di retorica. E
proprio a questa linea di rigore e concretezza nella valutazione dei
problemi concreti e nell’indicazione realistica di possibili
soluzioni sono ispirati questo libro e l’intervento di Libero
Grassi. Si è compreso che la causa principale dell’attuale
pericolosità delle organizzazioni criminali risiede nell’enorme
disponibilità di danaro di provenienza illecita e si sono affrontati
due degli aspetti più importanti di tale tema, che coinvolgono
direttamente la libera esplicazione delle attività imprenditoriali:
il racket delle estorsioni e il riciclaggio del denaro sporco.
Le due questioni sono più interconnesse di quanto
potrebbe sembrare a prima vista, poiché l’attuale intensificata
pressione delle organizzazioni criminali sulle categorie degli
imprenditori trova attendibile spiegazione non soltanto nella maggiore
ferocia delle prime, ma anche nella necessità di reinvestimento di
ingenti quantità di danaro di provenienza illecita. In altri termini,
l’immissione della dirty money nei circuiti del mercato
lecito passa anche attraverso l’utilizzo di imprese appartenenti a
onesti imprenditori; e ciò si realizza costringendo questi ultimi non
tanto a pagare il tradizionale "pizzo", ma a soggiacere a
richieste ben più penetranti che non di rado si risolvono in una
conduzione associata delle imprese con la drammatica prospettiva di
una futura totale estromissione dell’imprenditore onesto.
Si comprende meglio allora il perché di tante
uccisioni di imprenditori: un’ingerenza mafiosa nelle attività
imprenditoriali ben più grave delle solite richieste di
"pizzo". Queste, infatti, normalmente provocano attentati e
danneggiamenti di cose, ma ben di rado l’uccisione della vittima per
non far venir meno una fonte di reddito.
A scanso di equivoci va ribadito che il
tradizionale "pizzo" non solo è praticato su larga scala in
molte regioni del nostro paese, ma si va progressivamente estendendo a
zone fino a pochi anni addietro ritenute indenni da fenomeni del
genere; tuttavia l’intensificata pressione sulle categorie
imprenditoriali e il preoccupante aumento delle uccisioni di
imprenditori trovano spiegazioni, almeno in parte, in richieste
estorsive di natura parzialmente diversa e più gravi rispetto a
quelle tradizionali, finora ritenute equiparabili, in alcune parti del
paese, ai costi dì produzione.
Si dovrebbe evitare, poi, di cadere nell’errore
di valutare allo stesso modo tutte le richieste di "pizzo",
accomunandole in un giudizio di non straordinaria pericolosità
criminale.
Non c’è dubbio che alcune richieste di pizzo
provengono da piccole organizzazioni criminali e sono dirette all’acquisizione
dei mezzi finanziari per l’ingresso in attività illecite ben più
lucrose; in questo caso si può concordare con il giudizio di non
eccessiva pericolosità di tali manifestazioni di criminalità, che
potrebbero essere non difficilmente contenibili.
Il discorso cambia completamente, invece, quando si
è in presenza di grosse organizzazioni criminali che gestiscono un
racket delle estorsioni di grandi dimensioni e che, in tal modo,
riescono anche a interferire in settori estesi del mercato legale. Il
discorso è ancora più grave quando il cosiddetto pizzo è gestito da
organizzazioni verticistiche e unitarie, che controllano in maniera
capillare estese zone del territorio. In quest’ultimo caso il
pagamento del "pizzo" è il riconoscimento tangibile dell’autorità
dell’organizzazione criminosa nel territorio e, in questo senso,
costituisce una sorta di tassa a favore dell’organizzazione che lo
controlla.
Così stando le cose, si può comprendere appieno
il gravis simo disvalore, per un’organizzazione come "Cosa
nostra", di un atteggiamento come quello di Libero Grassi che non
solo non aveva chinato la testa alle richieste estorsive, ma
addirittura aveva collaborato all’individuazione degli
"esattori" e si era pubblicamente vantato di ciò, incitando
gli altri imprenditori a seguire il suo esempio. In breve, ciò
significava un incitamento alla rivolta contro l’organizzazione
mafiosa e doveva essere esemplarmente punito.
Solo se ci si rende conto di ciò si può
comprendere allora l’altissimo rischio che comportano atteggiamenti
coraggiosi come quelli di Libero Grassi e l’assurdità quindi di
certe pretese istituzionali, se dirette soltanto a provocare generiche
reazioni degli imprenditori senza collegamenti con strategie di
contrasto da parte degli organismi di polizia. Grassi era ben
consapevole dei rischi che correva e per ovviarli era favorevole a una
risposta collettiva delle associazioni di categoria, come ad esempio
assicurazioni collettive ("così, anche se la mafia minaccia di
dar fuoco al magazzino, si può rispondere picche. E subito dopo l’incendio
ricominciare da capo").
Credo che sia proprio questa la strada da seguire e
di ciò vanno convincendosi le forze politiche e imprenditoriali,
tanto che si tenta adesso una manovra legislativa che prevede,
piuttosto che il ricorso a forme assicurative, la creazione di un
fondo di solidarietà che incentivi la resistenza alle pretese
estorsive. Sarebbe necessario, inoltre, affidare, mediante un’opportuna
estensione del segreto professionale, alle associazioni di categoria
la gestione delle notizie riguardanti le estorsioni ai singoli
imprenditori, così evitando che gli stessi possano essere costretti a
correre i rischi derivanti dalle denunce e consentendo, però, agli
organismi di polizia di poter venire a conoscenza di quei dati sulle
estorsioni indispensabili per una efficiente opera di prevenzione e
repressione.
Se questi sono soltanto accenni a tematiche che
richiedono un ben diverso approfondimento, si deve, però, osservare
che al centro di qualsiasi manovra antiracket deve esservi un
intervento coordinato ed efficace delle associazioni di categoria e
degli organismi di polizia e non un mero e inutile appello alla
"resistenza civile" degli imprenditori senza un
contemporaneo ed effettivo impegno delle istituzioni. Se poi si passa
ai problemi del riciclaggio ci si rende conto che la situazione è non
meno grave di quella del racket delle estorsioni.
I media hanno riferito recentemente che, secondo il
presidente della Unioncamere, l’economia criminale ha raggiunto in
Italia il livello del 12 per cento del Prodotto interno lordo; in
pratica, una lira su otto proverrebbe in Italia da fonte illecita e il
provento delle attività illecite sarebbe superiore a quello dell’Iri
e della Fiat messe insieme. Ovviamente non tutto è riferibile ad
attività di pertinenza della criminalità organizzata ma ciò, a mio
avviso, rende la situazione ancora più inquietante poiché significa
che la criminalità organizzata è inserita in un sistema di
illegalità diffusa. L’autorevolezza della sede da cui provengono
questi dati dovrebbe far comprendere l’urgenza di intervenire.
Certamente non ci si illude che in poco tempo le strutture
istituzionali saranno in grado di funzionare efficacemente in questo
settore ma occorre ribadire che l’azione repressiva è assolutamente
necessaria.
Finora si è assistito a una singolare schizofrenia
legislativa. Da un lato, si sono continuate a introdurre norme che
sembrano favorire o che addirittura impongono le indagini patrimoniali
e bancarie; dall’altro, non si è tenuto conto della necessità di
migliorare la professionalità delle strutture organizzative chiamate
ad applicare dette norme e soprattutto di un sistema processuale
penale che nel suo complesso non sembra consentire indagini di tal
fatta. Si ricordi, in particolare, che i termini per il compimento
delle indagini preliminari (sei mesi) sono scarsamente compatibili con
la complessità e la lunghezza degli accertamenti di tipo patrimoniale
e bancario.
Non vi è dubbio che il termine suddetto è
prorogabile da parte del giudice per le indagini preliminari; ma la
proroga comporta la necessità di informare il soggetto indagato delle
indagini che si stanno compiendo nei suoi confronti. Non può non
essere rilevata la singolarità dello scollamento esistente tra una
normativa di natura sostanziale, apparentemente sempre più rigorosa
contro il riciclaggio del danaro di provenienza illecita e un sistema
processuale che praticamente impedisce indagini di tal fatta mentre le
strutture organizzative, sia sotto il profilo della professionalità
sia sotto quello dei mezzi materiali necessari, sono certamente
inadeguate.
Probabilmente stiamo vivendo nel nostro paese, per
quanto riguarda la lotta alla criminalità organizzata, un periodo di
crisi, poiché, nonostante le organizzazioni criminali siano divenute
ormai qualcosa di profondamente diverso e più grave rispetto al
passato, non abbiamo ancora adottato idonee strategie di contrasto
mentre nuove normative, non accompagnate da strutture organizzative in
grado di applicarle e di farle rispettare, corrono il rischio di
lasciare il tempo che trovano.
Nel recente passato, pur di fronte a una normativa
sostanziale largamente più imperfetta dell’attuale, sono state
compiute indagini bancarie e patrimoniali dì notevole efficacia, che
hanno portato all’acquisizione di prove significative contro membri
delle organizzazioni mafiose e alla confisca di ingenti patrimoni di
provenienza illecita. Sembra strano, allora, che di fronte all’aggravarsi
del fenomeno della criminalità organizzata nel nostro paese anziché
potenziare le strutture organizzative ed elevare la professionalità
degli investigatori, ci si limiti pressoché esclusivamente a tentare
di modificare gli strumenti legislativi; operazione, questa, che non
risolve nulla senza un contemporaneo miglioramento degli strumenti
processuali e soprattutto della capacità di intervento delle
strutture investigative.
Si è discusso a lungo e si continua a discutere
sull’opportunità di una banca dati per tutto il sistema bancario
che possa consentire l’individuazione delle operazioni sospette; ma
si dovrebbe pure cominciare a discutere delle strutture necessarie per
l’elaborazione di questa enorme massa di dati e per il compimento
delle necessarie, conseguenti, indagini, altrimenti, mentre
continueremo a discutere sul modo migliore di combattere il
riciclaggio, correremo il rischio di apparire come coloro che vogliono
gattopardianamente modificare tutto perché tutto resti come prima.
(Rassegna sindacale n. 22, 8 giugno 1992) |