L'ESPERTO

SICUREZZA E SALUTE

PRIMA 

 

Diego Alhaique

Sette terapie per gli Rls

Una nuova malattia si sta diffondendo tra i lavoratori. Colpisce in prevalenza i Rappresentati dei lavoratori per la sicurezza (Rls). E’ stata chiamata "sindrome della trentaduesima ora" e si manifesta dopo aver frequentato il corso di formazione che gli accordi sindacali stabiliscono della durata di "almeno" 32 ore. 

Fatte le prime esperienze di esercizio del proprio ruolo, gli Rls si accorgono che qualcosa non va e cominciano ad accusare un malessere che man mano si aggrava. I sintomi più frequenti sono: vertigini e paura di cadere (nel vuoto di conoscenze), disorientamento (non si sa a chi rivolgersi per chiedere aiuto), difficoltà di comunicazione con gli altri (specialmente con i responsabili aziendali della sicurezza). 

Ben presto si instaura uno stato cronico di sfiducia in se stessi e di depressione che immobilizza l’Rls. Una delle cause che finora gli esperti hanno individuato, anche in base ai primi risultati di apposite rilevazioni fatte dalle Regioni sull’applicazione del decreto 626, è l’insufficiente apporto di vitamine specifiche: quelle del complesso "IF" (informazione e formazione). Il rimedio alla sindrome consisterebbe quindi in un’assunzione massiccia di IF. 

Ma i problemi che presenta la somministrazione della terapia - già battezzata da alcuni "o32h" ("oltre le 32 ore") - sono di ordine economico e pratico. Innanzi tutto i costi: corsi di formazione della durata necessaria a preparare in modo approfondito gli Rls e a carattere ricorrente (per l’aggiornamento e gli Rls di nuova nomina), rappresenterebbero un costo eccessivo per la maggior parte delle imprese. 
Esiste poi un problema di qualità: troppa informazione e formazione "spazzatura" è stata disseminata in questi anni. Bisogna da una parte disinquinare l’ambiente e dall’altra mettere a punto e garantire iniziative di qualità. 

Se questi sono gli ostacoli, i ricercatori forniscono alcuni suggerimenti per superarli. Inoltre, negli ultimi tempi, qualcosa è avvenuto che autorizza ad essere ottimisti sulla maggiore disponibilità dei rimedi terapeutici necessari a contrastare la malattia. Vediamo di che si tratta. Primo: non tutte le imprese mancano di risorse economiche da impiegare per disporre di IF. Qui c’è un soggetto ben individuabile che può (dovrebbe) entrare in gioco: il sindacato aziendale, di gruppo o di settore (ai vari livelli) può e deve presentare richieste precise per investimenti e programmi seri e durevoli di IF. 
Non è impossibile: è stato già fatto in alcune grandi imprese (es. Telecom, Enel) e in alcuni settori (es. chimici), ma tante altre grandi realtà non sono ancora state investite da queste azioni e quindi ancora molto si può fare. 

Secondo: simili iniziative possono (dovrebbero) essere intraprese anche nella dimensione territoriale delle relazioni sindacali, raggiungendo accordi e intese che coinvolgano le realtà istituzionali ricche di risorse finanziarie e competenze tecniche e professionali (pensiamo alle Regioni e ai fondi che spesso restano inutilizzati per la formazione professionale) capaci di far compiere agli interventi di IF l’evoluzione quantitativa e qualitativa di cui c’è bisogno. 
Sarebbero queste le iniziative idonee ad investire le piccole e piccolissime imprese, alleviando quelle carenze vitaminiche che impediscono non solo l’azione, ma a volte perfino la nascita degli Rls in tali realtà. 

Terzo, circa il nuovo, e per molti aspetti positivo, che si sta muovendo: nell’ultimo anno l’Inail ha messo a disposizione quasi 78 milioni di Euro (150 miliardi di lire) per iniziative di informazione e formazione con cui sono stati finanziati oltre tremila progetti, attualmente in corso di realizzazione nei confronti di 711 mila lavoratori, 12.250 Rls, di 86.500 addetti alla gestione delle emergenza (pronto soccorso, antincendio, ecc.) e di 19.400 datori di lavoro e responsabili dei servizio di prevenzione e protezione (Rspp) appartenenti ai diversi settori produttivi. 

Di tutta questa ingente risorsa messa a concorso, più di 15 milioni di Euro non hanno trovato risposta, soprattutto nell’asse di finanziamento relativo agli Rls (più di 10 milioni di Euro). Se da una parte ciò conferma il "morbo" che affligge queste figure, dall’altra occorre aggiungere che siamo di fronte ad una forte iniezione di IF in tutto il sistema di prevenzione e che questa grande esperienza (la prima del genere in Italia e forse in Europa) servirà a fornire suggerimenti per migliorare la qualità dell’IF. 

A tal fine l’Inail ha già provveduto ad affidare all’Università Bocconi una ricerca con l’obiettivo di selezionare le realizzazioni migliori che potranno fungere da modello per ulteriori interventi da parte di tutti gli operatori. Inoltre, il residuo del finanziamento sarà di nuovo messo a concorso, per cui si presenta una nuova occasione - da non perdere per l’insieme delle parti sociali - di attingere a queste risorse per rafforzare la presenza degli Rls. 

Quarto: sono state recentemente nuovamente lanciate, rafforzandole, importanti iniziative di censimento e selezione degli interventi di IF, con lo scopo di rendere disponibili in rete una banca dati delle migliori esperienze. Ci riferiamo, in particolare, al progetto Inform@zione (vedi Rassegna Sindacale n. 6-2002). Di questo c’è molto bisogno, soprattutto da parte degli Rls, l’anello debole, come abbiamo visto, del sistema di prevenzione.

Quinto, riguardo a prospettive terapeutiche fondamentali per sconfiggere la sindrome della 32a ora: la documentazione di carattere generale o specifico cui poter ricorre per informarsi e capire. A parte quella relativa all’azienda, che deve essere fornita obbligatoriamente dal datore di lavoro, essa dovrebbe innanzi tutto essere di qualità e fornita nel modo più ampio e diffuso. C’è quindi non tanto un’esigenza di quantità (di roba se ne è vista girare parecchia in questi anni), ma di:

 

  1. disponibilità diffusa su tutto il territorio nazionale. Internet non è infatti ancora utilizzata da tutti e i vari opuscoli che spesso sono distribuiti in occasione dei convegni raggiungono chi li frequenta, cioè i soliti addetti ai lavori; occorre costruire canali di distribuzione istituzionale che garantiscano la documentazione essenziale in modo capillare. Es. presso gli uffici del lavoro a livello provinciale, a cominciare da vademecum con informazioni da consegnare con il libretto di lavoro ecc.;

  2. e, ovviamente, di qualità. Si dovrebbe pervenire – soprattutto da parte dell’Ispesl - a garantire linee di prodotti chiaramente distinte per destinatari e gradi di approfondimento e soprattutto di livello qualitativo garantito. Negli stessi prodotti Ispesl ci sono oggi cose egregie, altre molto discutibili… Potrebbe essere utile all’uopo una Commissione nazionale scientifica di accreditamento e garanzia. Perché quel che in questo campo fanno l’Hse in Gran Bretagna, l’Inrs in Francia o l’Osha negli Usa noi non possono essere realizzate qui da noi?

 

Sesto: altre due componenti andranno particolarmente tenuti presenti nella terapia.

  1. Interattività e aggiornamento. La documentazione è certamente costituita da un oggetto erogato da parte di qualcuno verso qualcun altro, i destinatari, appunto. Anche questi, tuttavia, hanno il diritto e probabilmente l’esigenza di documentare i loro problemi e le loro esperienze, se non altro, di porre domande. Gli "sportelli" aperti che offrono questo tipo di flusso bidirezionale sono purtroppo ancora pochi. Il sindacato per primo dovrebbe costruire una rete di collegamento per gli Rls, diffondere le esperienze significative, pensando ad un Crd (il "Centro ricerche e documentazione rischi e danni da lavoro" di Cgil Cisl Uil nato dalle lotte per il controllo dell’ambiente di lavoro degli anni ’60 e ’70) idoneo ai nuovi tempi…e oggi un tale strumento potrebbe essere realizzato come frutto di accordi tra le parti, visto che la legge stessa prevede questo tipo di collaborazione.

 

  1. Sicurezza nel lavoro e non solo. Acquisita ormai la consapevolezza che al fondo di tutto c’è una problema di cultura, che rispettare la normativa è una condizione necessaria, ma non sufficiente, che non basta affrontare solo gli aspetti tecnici ecc., ma che occorre pensare in un certo modo, cioè avere una visione del mondo che fa perno sul concetto di prevenzione, non si può continuare a pretendere di perseguire la sicurezza e la salute sul lavoro senza tener conto che questo obiettivo non è poi tanto differente da quello da perseguire nella strada o in casa o negli svaghi. Lo stesso lavoro, ormai, non ha quasi più un "luogo", ma è mutevole, molteplice ed è dappertutto. Occorrerebbe allora impostare anche l’aspetto documentazione con questo approccio globale.

Settimo e ultimo, ma non per importanza: è evidente che ogni terapia richiede la collaborazione dei pazienti. In questo caso non è fuori luogo sottolineare ancora una volta che il lavoro in condizioni di sicurezza e benessere è un obiettivo perseguibile solo sulla base di una collaborazione reale tra i vari soggetti dell’impresa, a cominciare dal datore di lavoro e dallo stesso Rls, che fa bene il suo mestiere solo se si rapporta effettivamente ai lavoratori. Una collaborazione non a tutti i costi, ma frutto di un confronto a tutto campo, aperto e leale tra le parti. E’ quando manca una tale disponibilità che la salute e la sicurezza non sono garantite o lo sono solo nominalmente. Non basta infatti rispettare le leggi, occorre arrivare a condividere gli stessi obiettivi, concordare i percorsi da fare, dimostrare a tutti i livelli comportamenti coerenti con essi, verificare continuamente i risultati e aggiornare i programmi. Le possibilità di successo per sconfiggere la sindrome degli Rls sono tutte qui.

(25 febbraio 2002)

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