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In questi giorni sono emersi motivi di
preoccupazione rispetto all'andamento della situazione economica del
Paese, sulla quale vale la pena fare alcune considerazioni. La
situazione è davvero difficile e ha messo in discussione gli
ottimismi su una ripresa a tempi brevi. Non dimentichiamo che prima
delle ferie vi furono voci autorevoli che parlarono addirittura di un
nuovo miracolo economico. Ora il clima è mutato e si prevede che il
Pil non crescerà più dello 0,6%, mentre il rapporto fra deficit
pubblico e prodotto interno lordo si orienta verso il 2%. Secondo le
previsioni dell'Istat, negli ultimi mesi dell'anno, il tasso di
sviluppo del Pil non darà segni di vita e la crescita economica
dovrebbe attestarsi su un misero 0,2%.
La situazione non è rosea e sicuramente risente del mutamento di
quadro dell'economia mondiale: l'undici settembre e le implicazioni
sull'economia Usa e internazionale; l'andamento negativo dell'economia
del Sudamerica; l'indebolimento del settore auto; la crisi della Borsa
e le sue ricadute sull'economia reale e sulle aspettative dei
risparmiatori; gli effetti negativi sui prezzi dovuti al passaggio
dalla lira all'euro. Una fase di stagnazione sembra aver investito il
mondo. In questo contesto non è da sottovalutare l'effetto annuncio
"guerra" contro l'Iraq, che sta indebolendo le certezze e
che produce una fase d'attesa.
A questi problemi, che condividiamo con il resto del mondo e
dell'Europa, l'Italia deve aggiungere un debito pubblico molto
pesante, nettamente superiore al 100% del Pil; e invece di dar corpo
ad una politica economica incisiva si è perso del tempo prezioso in
uno scontro inutile sull'art. 18 dello Statuto dei lavoratori che alla
fine, per merito dell'accordo del 5 luglio, si è sostanzialmente
mantenuto, inoltre si sono spese più energie sui problemi della
giustizia che su quelli dell'economia. C'è un’aria di stallo che
preoccupa, anche se occorre non drammatizzarla oltre il dovuto.
L'istituto di ricerca Irs nel suo periodico "Congiuntura"
del 19 Settembre, dopo aver analizzato la situazione ed aver messo in
risalto tutte le difficoltà italiane, afferma che la "lettura
degli indicatori non ci porta a condividere l'attuale e diffuso
pessimismo sulle prospettive dell'economia. Resta probabile che nel
2003 l'economia sarà attraversata da una fase di ripresa".
Una previsione che nulla toglie alle responsabilità del Governo in
materia d'economia e soprattutto sulla ripresa degli investimenti
pubblici in infrastrutture. Non dimentichiamo che il Governatore della
Banca d'Italia aveva avuto modo di sottolineare nell'ultima assemblea
di Banca d'Italia del 31 maggio, che "uno sviluppo del Prodotto
interno lordo superiore al due per cento per l'anno in corso era
condizionato all'avvio, già nei primi mesi, del programma di lavori
pubblici". Purtroppo i cantieri non sono ancora stati avviati e
rischiano di essere ulteriormente bloccati dal decreto sui residui
passivi.
Siamo al tempo della responsabilità e della chiarezza. E' necessario
che si esca dal tempo dell'attesa che ha caratterizzato questi mesi e
che è uno dei meccanismi più rischiosi per ogni economia e società.
Bisogna che si prnda atto della realtà e si facciano scelte
conseguenti perché gli ottimismi vanno bene, aiutano e possono
stimolare molte energie ma non possono infrangere il muro della
realtà. Lo stesso bisogna dire per il pessimismo che può indurre ad
essere attenti e prudenti, ma se spinto oltre il dovuto produce
effetti negativi. La strada da intraprendere è quella del realismo,
del guardare ai processi reali e ragionare oltre i pregiudizi e le
promesse ed affrontare le difficoltà della situazione con strumenti e
politiche adeguati, dando così maggiori certezze a tutti.
Adesso di fronte all'evidenza di una pessima congiuntura, di
un'inflazione che cresce al 2,6-2,7% e di un debito pubblico
allarmante, è bene guardare in faccia alla realtà.
Ora bisogna agire e mettere in campo tutte le iniziative necessarie a
contenere le spinte recessive; rimanere in una posizione d'attesa
finirebbe solo per aggravare il ciclo economico.
A nostro parere l'intesa del 5 Luglio, da cui si è sottratta una sola
organizzazione sindacale, costituisce oggi l'unica agenda di lavoro
credibile e fattibile. Non ne vogliamo fare un "tabù", ma
solo rilevarne la valenza orientativa, anche perché non si riescono
oggi, di là dalle critiche, a vedere posizioni e prospettive nuove o
alternative a quanto contenuto in quell'intesa. Con l'accordo si sono
messi dei vincoli chiari e si è contrastata la visione e la
convinzione (ampiamente diffusa nella maggioranza di Centro-Destra e
in altri settori importanti della politica e dell'economia) che
l'economia italiana possedesse potenzialità di crescita incalcolabili
però compresse da un sistema di regole e condizionamenti
politico-sociali, rotti i quali gli "spiriti animali" del
nostro capitalismo avrebbero potuto riprendere a correre.
Invece si è dovuto prendere atto, dopo uno scontro durato otto mesi
nel quale la Cisl non è stata seconda a nessuno, che quella era una
strada pericolosa e che non dava risultati e che se si fossero voluti
affrontare i problemi veri del Paese si sarebbero dovute fare scelte
politiche e un rapporto concertativo con le rappresentanze sociali e
con il sindacato. Il sindacato non è un nemico da battere, ma una
risorsa per il Paese.
Oggi molti si aspettano che l'intesa tra Governo e parti sociali sia
smentita o svuotata, quasi che le politiche per il Mezzogiorno, la
riduzione delle aliquote (sgravi per 5,5 milioni d'euro) sulle persone
e sulle famiglie nelle fasce più basse (fino a 25 mila euro), le
modifiche sul mercato del lavoro con l'aumento dei sussidi di
disoccupazione e l'avvio di un processo di riforma degli
ammortizzatori sociali, fossero di matrice thatcheriana e non invece
una correzione delle politiche governative.
Ora è arrivato il momento di trarne le conseguenze in termini di
bilancio, di priorità e di risorse da mettere a disposizione in una
logica antirecessiva. Non vorremmo che le difficoltà del momento
mettessero contro l'intesa forze disparate per orientamento e
obiettivi e che si realizzasse una convergenza tra i sostenitori del
liberismo assoluto, i rigoristi trasversali e gli oppositori
dell'accordo. Ecco perché dovremo essere esattori esigenti e fermi di
quell'intesa che contiene misure che nessun riformista di buon senso
può pregiudizialmente bocciare.
La Finanziaria va esaminata con molta attenzione e valutare bene cosa
potrebbe significare il controllo centralizzato delle risorse, come si
attua il patto di stabilità interno e come sono eseguiti i
trasferimenti di risorse alle istituzioni locali per evitare che si
producano riduzioni di servizi o nuove forme d'esazione. Si parla di
un giro di vite sulla sanità: verificheremo con attenzione cosa
s'intende fare poiché se si tratta di limitare gli sprechi è una
cosa, se s'incide sulle prestazioni è un'altra. Lo stesso
ragionamento vale per la scuola anche perché le annunciate riduzioni
di personale finiscono per incidere negativamente sulla
qualità.
Per quanto riguarda il blocco delle assunzioni nella Pubblica
Amministrazione occorre essere molto prudenti perché non vorremmo che
si finisse per incidere sulla qualità della Pubblica Amministrazione.
Mentre sulle annunciate privatizzazioni bisognerà agire con prudenza,
attenzione e con il coinvolgimento del sindacato, prevedendo percorsi
di democrazia economica e che parte delle risorse sia destinata a
nuovi investimenti nel Sud e non solo a riduzione del debito.
Con queste intenzioni ci apprestiamo al confronto con il Governo sulla
manovra finanziaria e lo faremo come sempre in piena autonomia.
La decisione della Cgil di attuare lo sciopero deciso a giugno per il
18 ottobre non ci ha certo sorpreso. Sicuramente accentua le distanze
tra le nostre organizzazioni. In previsione di quest'iniziativa si
sono anche moltiplicati gli inviti all'unità sindacale. Molte volte
questi inviti contengono delle grandi contraddizioni come quando
s'invita all'unità e nello stesso tempo si aderisce o si sostiene
l'iniziativa e la posizione della Cgil.
Forse un poco di chiarezza non farebbe male. Comunque abbiamo
apprezzato questi inviti, li consideriamo tutto sommato positivi, ma
occorre essere realisti.
La Cisl con la Uil sono firmatarie di un'intesa che hanno giudicato
positivamente, ora non possono certo rovesciare la posizione e
sconfessare quell'accordo, semmai ne devono chiedere l'applicazione
corretta e puntuale. Una posizione che è sostanzialmente diversa da
quella della Cgil che, invece, ne vuole la cancellazione.
Le condizioni oggettive non consentono, anche in caso di un contrasto
forte con il Governo, di trovare, in questa fase, elementi di
convergenza poiché ci potremmo trovare gli uni a chiedere
l'attuazione e gli altri il suo superamento. Abbiamo troppo rispetto
per la Cgil per chiederle di sconfessare le sue scelte, ma questo deve
valere anche per Cisl e Uil.
Non serve a molto affermare che la situazione è cambiata, occorre
rendersi conto che le strategie delle singole organizzazioni sono
diverse, come del resto sta dimostrando la vicenda della definizione
delle piattaforme contrattuali.
Al punto in cui siamo occorre invece cercare di capire il perché si
sono determinate le rotture nel sindacato che non sono collocabili
solo nella distinzione sull'intesa con il Governo: esse datano da
prima. Quello che la Cisl non poteva fare era seguire Cofferati nella
sua battaglia politica, una battaglia legittima ma che noi non
potevamo, per la nostra storia, per l'idea che abbiamo dell'autonomia,
per i nostri valori, seguire. Di questo ci si deve rendere conto. Il
sindacalismo confederale italiano è, rispetto a quello d'altri Paesi,
pluralista, formato da tre confederazioni sindacali che hanno culture,
storie e prassi molto diverse. Questo fatto non nega la possibilità
che si possano rintracciare sentieri unitari, ma questi devono passare
attraverso il valore della diversità e pertanto della mediazione
politica, ricercata e coltivata.
Chi c'invita all'unità deve tenere conto di queste diversità ed
evitare ogni semplificazione che vorrebbe un bipolarismo sindacale
basato sugli schieramenti politici. La Cisl è convinta che tra destra
e sinistra sia possibile e utile l'esistenza di un sindacato autonomo
che si confronti giorno dopo giorno sia con gli uni sia con gli altri,
partendo dalla sua rappresentanza, dai suoi valori e dal suo
programma, deciso autonomamente dal suo congresso. Non, dunque, un
sindacato neutrale o asettico, ma un sindacato che esprima fino in
fondo la sua autonoma politicità, i suoi valori e il suo progetto.
Quest'idea di sindacato s'incardina in una visione pluralista di
società, una società che si basa sul principio d'associazione,
partecipazione, sul ruolo dei corpi intermedi e, soprattutto, sulla
capacità di rappresentanza autonoma di valori e di progetti. Un
sociale organizzato in modo plurale capace di confrontarsi attivamente
con la politica e con il mercato senza esserne subordinato o solamente
antagonista.
E non credo che le questioni oggi aperte possano risolversi cercando
un'impossibile sintesi tra riformismo e radicalismo; vanno invece
ricercate strade nuove capaci di far agire a tutto campo un impianto
di riformismo gradualista e coerente, l'unico oggi in grado di
contenere le spinte del liberismo e di mantenere aperti gli spazi
della giustizia sociale, della partecipazione, della solidarietà che
poi sono gli elementi fondativi per salvaguardare la dignità d'ogni
persona. |