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Magnifico Rettore, Signore Preside della Facoltà
di Economia e Commercio, signori membri del Consiglio di Facoltà Dott.
Beggio e Dott. Malgara, Signore e Signori, cari amici,
Voi potete comprendere la mia emozione, in questo
momento, non solo per l’onore che mi fate, forse impropriamente, con
questa laurea, ma per la scelta che avete compiuto di tenere questa
riunione nell’aula che porta il nome di mio padre.
Sono stato sempre restio a parlare di lui
pubblicamente, per il rispetto e la riconoscenza che gli debbo. E non
cambierò oggi il mio atteggiamento. Voglio soltanto testimoniare che
quel poco di valido e di utile che ho saputo produrre nel corso della
mia lunga vita, lo debbo interamente al suo insegnamento e al suo
esempio; alla sua radicale incapacità di separare l’etica della
politica dalla propria morale quotidiana, pagando sempre di persona per
i propri convincimenti.
Il tema di questo mio intervento riguarda il
rapporto fra lavoro e conoscenza.
L’ho scelto perché mi sembra che in questo
straordinario intreccio che può portare il lavoro a divenire sempre
più conoscenza e quindi capacità di scelta e, quindi, creatività e
libertà, proprio perché si tratta soltanto di una potenzialità,
di un esito possibile ma non certo, delle trasformazioni
in atto nelle economie e nella società contemporanea, sta la più
grande sfida che si presenta al mondo all’inizio di questo secolo.
La sfida che può portare a sconfiggere le
vecchie e nuove disuguaglianze, e le varie forme di miseria che
dipendono soprattutto dall’esclusione di miliardi di persone
da una comunità condivisa.
LAVORO E CONOSCENZA
1. Non si può dire però che la grande
trasformazione del lavoro e del mercato del lavoro, che ha preso le
mosse dal salto di qualità registrato, negli anni ’70-’80 del
secolo scorso, dalla rivoluzione delle tecnologia dell’informazione e
delle comunicazioni e dai processi di mondializzazione degli scambi,
dei saperi e delle conoscenze, abbia trovato, sin dai suoi inizi, una
puntuale interpretazione nella letteratura economica e sociale.
Pochi sono stati gli osservatori che compresero come
Robert Reich che ci trovavamo di fronte ad un processo che, con le sue
contraddizioni e disuguaglianze su scala nazionale e su scala mondiale,
comportava, non di meno, il tramonto dei modelli fordisti di produzioni
rigide e di massa e di un mutamento dell’apporto che il lavoro recava
alla ricchezza delle nazioni.
Molti furono invece gli apologeti acritici di una
società post moderna. Come molti furono i profeti di sventura. Ebbe
infatti una grande fortuna in Europa e in Italia (come avvenne già nel
secondo dopoguerra, di fronte ai processi di automazione della
produzione di massa) una letteratura catastrofica e liquidatoria che ha
avuto un forte peso sull’opinione pubblica e sulla cultura politica
del tempo. Gli anni ’80 e ’90 furono gli anni in cui ebbe un
successo insolito "best sellers" come "La fine del
lavoro" di Jeremy Rifkin, "Il lavoro, un valore in via di
scomparsa" di Dominique Meda, o, per il grosso pubblico, "L’orrore
economico" di una scrittrice di romanzi, Viviane Forrester. Questi
testi e tanti loro sottoprodotti sembravano dettare i contenuti e le
forme di una fine della storia e, per le forze socialiste ed i
sindacati, della fine di qualsiasi progetto di società che avesse come
uno dei soggetti il mondo del lavoro, le classi lavoratrici.
Fu questo, io ritengo, il successo di questa
letteratura, uno dei segni più manifesti del ritardo con il quale gran
parte della cultura politica europea percepì la qualità del
grande cambiamento che segnò la fine dell’era fordista nella seconda
metà del secolo scorso.
Non di fine del lavoro si trattava, ma,
paradossalmente, nella fase in cui si succedevano i processi di
ristrutturazione e di licenziamento di massa, di un’espansione su
scala mondiale di tutte le forme di lavoro, a cominciare da quello
subordinato e da quello salariato, con un ritmo che non era stato mai
raggiunto in passato. Non di fine del lavoro come entità e come
valore, si trattava ma di un cambiamento del lavoro e dei rapporti di
lavoro e del ruolo che il lavoro svolgeva nell’economia e nelle
società dei paesi coinvolti nei processi di mondializzazione. Un
cambiamento del lavoro che riguardava, certamente, soprattutto una
minoranza, sia pure in forte progresso, dei prestatori d’opera, ma i
cui effetti erano tali da investire anche i meno professionalizzati dei
lavori esecutivi, e che riproponeva, per un numero crescente di donne e
di uomini, il lavoro come fattore di identità; certo, uno dei
fattori di identità, della persona umana.
2. Infatti la qualità e la creatività del
lavoro si sono riproposti non solo come la condizione della
ricchezza delle nazioni come sostiene Robert Reich ma come fattore
insostituibile della competitività delle imprese. Sempre più
fallimentare appare una strategia dell’impresa che punti non alla
valorizzazione del lavoro ma alla sua svalorizzazione, alla pura e
semplice riduzione del suo costo per competere con le economie meno
progredite del pianeta e per ribadire il carattere meramente esecutivo
di gran parte del lavoro salariato; per salvaguardare il mito del
lavoro come appendice cieca di una classe manageriale pensante.
L’uso flessibile delle nuove tecnologie, il
mutamento, che ne discende, nei rapporti fra produzione e mercato, la
frequenza del tasso di innovazione e l’invecchiamento rapido delle
tecnologie e delle competenze, la necessità di compensarle con l’innovazione
e la conoscenza, la responsabilizzazione del lavoro esecutivo
per garantire la qualità dei risultati faranno, infatti, del
lavoro stesso, almeno nelle attività più innovative, il primo
fattore di competitività dell’impresa.
Ed essi segneranno il tramonto dello stesso concetto
di "Lavoro astratto", senza qualità, –l’idea di Marx e
il parametro del fordismo- per fare del lavoro concreto, del
lavoro pensato e, quindi, della persona che lavora, il
punto di riferimento di una nuova divisione del lavoro e di una nuova
organizzazione dell’impresa stessa.
E questa la tendenza sempre più prepotente che unifica,
in qualche modo, (anche per i nuovi bisogni di sicurezza che le
trasformazioni in atto comportano), un mondo del lavoro sempre più
disarticolato nelle sue forme contrattuali e persino nelle sue culture;
un mondo del lavoro che vive sempre più un processo di contaminazione
fra i vincoli di un lavoro subordinato e gli spazi di libertà di un
lavoro autonomo.
E’ chiaro che parliamo di una tendenza che sembra
destinata a prevalere ma che a sua volta si scontra con le forti
contraddizioni presenti nella gestione dell’impresa; la quale rimane,
in casi molto numerosi, ancorata ad un’organizzazione del lavoro di
tipo tayloristico, incapace di socializzare un processo di
conoscenza e di apprendimento. Il fordismo è morto. Il taylorismo no.
Ma nelle imprese tecnologicamente avanzate e con un’organizzazione
adeguata all’uso flessibile delle nuove tecnologie, il lavoro che
cambia, il lavoro concreto con i suoi spazi di autonomia e di
creatività e con la sua incessante capacità di apprendere, diventa il
metro di misura della competitività dell’impresa. In quei casi la
flessibilità del lavoro si intreccia con un processo di
socializzazione delle conoscenze e con un continuo arricchimento delle
competenze dei singoli.
3. E’ bene però distinguere la flessibilità
del lavoro come ideologia e la flessibilà del lavoro come realtà.
L’introduzione delle nuove tecnologie dell’informatica
e delle comunicazioni con i mutamenti dei rapporti fra domanda e
offerta che sono derivate dal loro uso sempre più flessibile e
adattabile, la rapidità e la frequenza dei processi di
innovazione, con la conseguente obsolescenza delle conoscenze e delle
competenze, impone senza alcun dubbio, come imperativo legato all’efficienza
dell’impresa un uso flessibile delle forze lavoro e una grande
adattabilità del lavoro agli incessanti processi di ristrutturazione,
che tendono a diventare non più una patologia ma una fisiologia dell’impresa
moderna.
Questa adattabilità può realizzarsi in due modi: o
con un arricchimento e una riqualificazione costante del lavoro e con
una mobilità sostenuta da un forte patrimonio professionale, oppure
con un ricambio sempre più frequente della mano d’opera occupata o
di quella parte che non ha avuto alcuna opportunità di aggiornamento e
di qualificazione. E per la maggior parte dei casi, almeno in Italia,
di questo tipo di flessibilità si tratta.
Intendiamoci bene, con questo la flessibilità del
lavoro non cessa di essere un imperativo per l’impresa, anche
se non esiste come patrimonio individuale della persona che lavora. Ma
essa si accompagna ad un enorme spreco di risorse umane e anche di
risorse professionali accumulate nel tempo ma che non hanno avuto la
possibilità di essere aggiornate, ed a forme di occupazione
precaria e cui corrisponde una regressione delle competenze; alla
creazione di un vero e proprio secondo mercato del lavoro,
quello dei "poor works".
Nessun problema quando i poor works coincidono con
la prima fase della vita lavorativa e si intrecciano, come accade per
molti studenti con il proseguimento degli studi e la formazione,
quindi, di nuove competenze. Il problema esiste per l’intera
società, e per la coesione della società intorno a valori condivisi,
quando i "poor works" coincidono con la creazione di un
ghetto dove sono relegati lavoratori precari, lavoratori stagionali,
disoccupati strutturali, ai quali viene di fatto preclusa una
mobilità presso attività subordinate o autonome, con maggiori
contenuti professionali e quindi con maggiori spazi di autonomia
decisionale.
E forse per questa ragione, e per rimuovere il
problema, che una nutrita letteratura ha fatto la sua comparsa negli
ultimi anni associando, con ostinazione, la flessibilità e in modo
particolare la flessibilità "in uscita" con l’occupazione,
anzi tendenzialmente con la piena occupazione, ignorando anni di
riscontri statici che dimostrano come la flessibilità del lavoro è
neutra rispetto al volume complessivo dell’occupazione e che,
semmai i suoi effetti possono farsi sentire come carenze di mano d’opera
disponibile per occupazioni qualificate.
A mio modesto avviso questa ideologia della
flessibilità ha soltanto contribuito a consolidare le resistenze
nei confronti del lavoro che cambia ed a nascondere l’enorme
questione che sorge nell’era delle trasformazioni tecnologiche dell’informazione:
quello della socializzazione della conoscenza, per impedire, con il
"digital divide", la creazione di un fossato sempre più
profondo fra chi è incluso in un processo di apprendimento nel corso
dell’intero arco della vita e chi è brutalmente escluso dal governo
di questo processo.
E’ facile vedere che questo diventa un problema
maggiore per il futuro della democrazia.
Si tratta in realtà di riflettere di fronte
a questa sfida e alla minaccia di una profonda frattura sociale fra chi
è padrone di un sapere e chi ne è escluso, ai contenuti di un
nuovo contratto sociale, di un nuovo statuto di base per tutte
le forme di lavoro, subordinato, eterodiretto o autonomo, partendo
dalla consapevolezza che, per un numero crescente di lavoratori, il
vecchio contratto sociale è superato.
4. Il vecchio contratto sociale, così come
è sancito dal codice civile, prevedeva in sostanza uno scambio equo
fra un salario e una quantità (come tempo) di lavoro (astratto, e
senza qualità) sulla base di due presupposti fondamentali –che però
non fanno formalmente parte del patto- :
La disponibilità passiva della persona che lavora,
non contemplata nel patto formale perché supporrebbe uno scambio di
denaro con una "parte" della persona stessa;
La durata indeterminata del rapporto di lavoro,
salvo eventi occasionali o gravi colpe del lavoratore e il premio alla
fedeltà e all’anzianità del lavoro per scoraggiare la
mobilità fra un impiego e l’altro.
Che cosa emerge dal rapporto sociale che viene in
qualche modo plasmato dalle trasformazioni tecnologiche e organizzative
dell’impresa?
Primo che il tempo è sempre meno la
misura del salario. La qualità della prestazione di lavoro e l’intervento
del lavoratore sono fisiologicamente diversi in un’ora di lavoro
rispetto ad un’altra. E’ la fine del lavoro astratto.
Secondo che l’importanza crescente della qualità
e dell’autonomia del lavoro (capacità di selezionare le informazioni
e quindi di decidere) comporta anche per i lavoratori esecutivi una
responsabilità del risultato, che incombe sulla persona del
lavoratore, e non più solo sulla sua disponibilità ad erogare 8 ore
al giorno di lavoro, lasciando all’imprenditore l’uso effettivo di
quelle 8 ore e l’opportunità di premiare questa fedeltà.
Terzo, che viene meno, come corrispettivo di un
salario e di una disponibilità passiva della persona, la prospettiva
di un’occupazione stabile e in ogni caso di un rapporto di lavoro
stabile. La flessibilità del lavoro fa tendenzialmente scomparire
questa certezza.
5. Non è ozioso quindi riflettere ad un nuovo tipo
di contratto di lavoro che possa coinvolgere nei suoi principi
fondamentali tutte le forme di lavoro subordinato o eterodiretto e
tutta la giungla di contratti che prospera con la deregolamentazione
selvaggia del mercato del lavoro.
Si può riflettere ad esempio, di fronte al venire
meno della stabilità del posto di lavoro, e alla fine per molti
lavoratori, del contratto a tempo indeterminato (che era negli anni
passati, il contratto della grande maggioranza) ad uno scambio
fra un salario correlato ad una occupazione flessibile (sia all’interno
di un’impresa che all’esterno, nel mercato del lavoro), e l’acquisizione
da parte della persona del lavoratore di una impiegabilità; un’impiegabilità
sostanziata da un investimento dell’impresa, del lavoratore e
della collettività in una formazione permanente ed in una politica
di riqualificazione, capace di garantire in luogo del posto fisso,
prima di tutte un’occasione di mobilità professionale all’interno
dell’impresa e, in ogni caso, una nuova sicurezza che accompagni il
lavoratore il quale dopo un’esperienza lavorativa possa affrontare in
condizioni migliori, di maggiore forza contrattuale, il mercato del
lavoro.
Si può riflettere ancora sul modo in cui
riconoscere alla persona concreta, che diventa un soggetto
responsabile e quindi attivo e non passivo del rapporto di
lavoro, un diritto allo sguardo, cioè all’informazione,
alla consultazione e al controllo sull’oggetto del lavoro
(il prodotto, l’organizzazione del lavoro, il tempo di lavoro, il
tempo di formazione e il tempo disponibile per la vita privata) di
cui essa è chiamata a rispondere, nel risultato di un’attività
che non è più cieca ed irresponsabile.
Non costituirebbe forse questo tipo di
partecipazione dei singoli o dei gruppi un modo di estendere le forme
orizzontali e multidisciplinari di organizzazione del lavoro,
con la partecipazione formata ed informata di un numero
crescente di operatori? E non si riproduce, forse, in questo modo, la
necessità di intrecciare l’attività lavorativa con l’attività
formativa e con l’attività di ricerca e di costruire forme di
organizzazione del lavoro capaci di apprendere, di rispondere ai
nuovi imperativi della conoscenza e di diventare, quindi,
organizzazioni che creano conoscenza?
Si deve riflettere infine sulla necessità di
garantire a tutti i soggetti di un contratto di lavoro e particolarmente
a quelli che ricorrono alla miriade di contratti a tempo determinato
od a contratti di collaborazione coordinata e continuativa –ma sempre
a tempo determinato- il principio della certezza del contratto,
di un contratto che non può essere revocato senza l’accertarsi
di gravi mancanze da parte del lavoratore.
Nelle prestazioni più qualificate si può
immaginare addirittura che questo diritto alla certezza del contratto
coinvolga tutti e due i soggetti del rapporto di lavoro.
6. Un nuovo contratto sociale, inclusivo di un
welfare effettivamente universale diventa peraltro imperativo
di fronte alle gravi disuguaglianze che contraddistinguono, prima di
tutto in termini di opportunità, l’accesso ai servizi sociali
fondamentali, a cominciare dalla scuola e dalla formazione e che
esistono fra i diversi contratti ed i diversi statuti del lavoro.
Ma qui ci troviamo di fronte ad un’altra sfida che
richiama in causa il rapporto fra lavoro e conoscenza.
La popolazione invecchia rapidamente in Europa e
particolarmente in Italia. Nel 2004 la classe di età dei 55-65 anni
sorpasserà, in quantità, la classe di età dei 15-25 anni. E
cominciano a porsi problemi rilevanti sia per garantire la salute e l’assistenza
delle persone più longeve che per garantire un reddito decoroso per i
pensionati.
Fino ad ora la sola soluzione presa in
considerazione da molti governi è stata quella di garantire un minimo
di pensione, al limite della sopravvivenza, all’universo dei
cittadini; per consentire ai più fortunati, quelli che non
conoscono interruzioni significative del rapporto di lavoro, il ricorso
ai fondi pensione privati.
Non sembra che questa, di una riduzione della
sicurezza nell’assistenza sanitaria e nel regime pensionistico, sia
una soluzione sostenibile nel medio termine a meno di spaccare
permanentemente in due il mercato di lavoro e di scontare un aumento,
alla lunga insostenibile, dell’esclusione sociale e della povertà.
La sola strada, difficile ma percorribile, per
scongiurare una simile prospettiva appare invece quella dell’aumento
della popolazione attiva, in grado di finanziare lo Stato
Sociale. Ma questa è ferma in Italia al 50% della popolazione totale,
contro il 72-75% dei paesi nordici.
Un tale sforzo comporta certamente l’aumento dell’occupazione
femminile e l’aumento di un’immigrazione sempre più qualificata.
Ma sembra ineludibile la promozione di un invecchiamento
attivo della popolazione, con l’aumento volontario ma
incentivato, dell’occupazione dei lavoratori anziani e quindi
dell’età pensionabile.
Oggi, invece, da questo punto di vista, la
situazione è drammatica per i lavoratori anziani, oltre i
quarantacinque anni, gli "over forty five", che sono i primi
ad essere licenziati e la cui perdita di lavoro coincide, nella grande
maggioranza dei casi, con la disoccupazione strutturale, per un periodo
che può andare dai 45 anni ai 60 anni della pensione di vecchiaia. E
questa è la prospettiva, con la progressiva scomparsa della
pensione di anzianità. Fino ad oggi i lavoratori ultra 55enni sono
infatti occupati in Italia solo nella misura del 35%! contro il 70% dei
paesi scandinavi.
L’aumento della popolazione attiva anche per i
lavoratori anziani appare quindi, come la sola alternativa alla
riduzione della tutela pensionistica universale. Ma fare fronte a
questa sfida e garantire, al tempo stesso, un rapporto effettivo fra
una popolazione più longeva e la vita sociale della comunità, un
processo di inclusione nella vita civile e politica del paese,
comporta uno sforzo straordinario nel campo della formazione e
della riqualificazione del lavoro, uno sforzo che implica, in
molti casi, come per gli immigrati e gli anziani, la ricostruzione
di un minimo di cultura di base.
Si tratta quindi, di immaginare una politica della
formazione lungo tutto l’arco della vita, oltre all’obbligo
formativo fino ai diciotto anni, capace di modulare le tecniche
di formazione e di apprendistato in ragione dell’età, dell’origine,
della cultura di base e del sapere fare dei lavoratori e delle
lavoratrici. Si tratta infatti di personalizzare sempre più le
pratiche di formazione, per scongiurare numerosi fallimenti.
7. La realizzazione dell’obiettivo fissato dall’Unione
Europea con il vertice di Lisbona nel 2001, di portare entro il 2010 al
70% il livello medio di occupazione della popolazione totale dell’Unione,
di incentivare l’invecchiamento attivo e la riqualificazione dei
lavoratori anziani, di favorire, per tutti, una maggiore
mobilità professionale verso l’alto, durante la vita lavorativa,
presuppone quindi un radicale cambiamento nella struttura della
spesa pubblica e nell’organizzazione del sistema formativo: in
tutti i Paesi dell’Unione; ma particolarmente in un Paese
come l’Italia, che salvo pochi punti come quelli che abbiamo
celebrato oggi resta alla coda, negli investimenti -fra loro
inseparabili- per la ricerca e per la formazione, non solo degli
Stati Uniti e della maggior parte dei paesi europei ma persino di
alcuni paesi del Sud Est asiatico.
Prima di tutto, un radicale cambiamento nelle
priorità della spesa pubblica e nelle forme di incentivazione
degli investimenti privati destinati alla formazione e alla ricerca.
Questo comporta un rilevante aumento delle spese destinate alla
formazione e alla ricerca nei centri di educazione scolastica ed
universitaria e al tempo stesso una consistente incentivazione all’investimento
nella formazione da parte delle imprese, accompagnata da controlli e
sanzioni, nei casi di utilizzi impropri dei finanziamenti pubblici.
Si tratta infatti di sormontare la riluttanza della
maggior parte delle imprese –e soprattutto di quelle meno innovative-
ad investire nel fattore umano, quando una parte consistente della mano
d’opera ha un’occupazione precaria e quindi provvisoria.
E, a questo scopo, sembra inevitabile prevedere per
i programmi di formazione, di aggiornamento o di riqualificazione,
oltre ad un concorso delle istituzioni pubbliche nazionali e locali,
una partecipazione dei lavoratori al loro finanziamento e quindi
un ulteriore legittimazione di un loro diritto di proposta e di
controllo sui programmi formativi. Questo significa che la
contrattazione del salario e dell’orario di lavoro dovrà prendere in
conto –come una specie di "salario in natura" o di
"assicurazione per la mobilità professionale"- il
concorso dei lavoratori al finanziamento e all’esercizio delle
attività formative interessanti le imprese, a livello aziendale; o nel
territorio, per le piccole imprese. L’Unione europea potrà
concorrere anche essa, a queste condizioni, al finanziamento delle
attività di formazione e ricerca, favorendo tutte le sinergie che
possono realizzarsi con altre istituzioni scolastiche o con altre
imprese europee.
Per quanto riguarda, invece, l’organizzazione
del sistema formativo sembra divenire di fondamentale importanza la
definizione e la sperimentazione di rapporti trasparenti fra gli
istituti scolastici e universitari ed il sistema delle imprese nella
salvaguardia delle rispettive autonomie. E non mi riferisco soltanto
alla formazione professionale. Si tratta, in buona sostanza, di
sperimentare sistematicamente la pratica degli "stages" sia
per gli studenti che per i docenti. L’insegnamento infatti non è al
riparo dell’invecchiamento e dell’obsolescenza.
Si tratta di aprire la scuola secondaria e gli
atenei universitari alla partecipazione periodica di docenti
provenienti dal mondo dell’impresa.
Si tratta infine di dotare le Università dei mezzi
e degli organici adeguati per potere svolgere sul territorio un’azione
di promozione di esperimenti imprenditoriali, nei quali la ricerca e la
formazione ad alte qualificazioni possano svolgere un ruolo decisivo di
impulso. E Cà Foscari sta dando esempio di un’autonomia capace di
sprigionare esperienze importanti che aprono una nuova dimensione del
lavoro di ricerca e formazione dell’Università.
8. E’ facile però comprendere a questo punto,
come l’obiettivo di Lisbona, la costruzione di una società della
conoscenza e di nuovi rapporti sistemici fra lavoro e conoscenza non
possa essere ridotto ad una questione di soldi o ad una questione
organizzativa. Si tratta in realtà di avviare una sorta di rivoluzione
culturale capace anche si superare con l’iniziativa politica e
sociale le molte inerzie che si frappongono al suo conseguimento.
Inerzia delle forze politiche che stentano ad
individuare in uno Stato sociale incentrato sulla formazione, la
priorità delle priorità di una politica economica e della piena
occupazione e che preferiscono magari rincorrere la moda di una
riduzione indiscriminata della pressione fiscale, accompagnata,
inevitabilmente, da una riduzione delle risorse per scuola, formazione,
ricerca.
Inerzia di molte realtà imprenditoriali
che privilegiano la flessibilità in uscita della loro
manodopera, rispetto ad un investimento a medio termine in formazione
che assicuri un maggiore uso della flessibilità del lavoro all’interno
dell’impresa e, in ogni caso, una maggiore occasione di
impiegabilità e di rioccupazione per i lavoratori.
Inerzia anche nella psicologia di molti lavoratori
che vedono spesso con avversione l’impegno in un attività formativa,
soprattutto al di là di una certa soglia di età.
Inerzia in alcuni settori della scuola di fronte
alla necessità di sperimentare nuove forme di autonomia rimettendo in
questione vecchie certezze.
E inerzia anche in tanti comportamenti sindacali che
tardano a mettere la conquista di un sistema di formazione per tutto l’arco
della vita, al centro della contrattazione collettiva.
Ci sarebbe quindi da diventare scettici sulle
possibilità di realizzazione delle strategie di Lisbona e sulla
possibilità di superare, sia pure gradualmente, quel ritardo di dieci
anni che si è accumulato, negli anni ’80, in Europa rispetto alle
competitività dell’economia degli Stati Uniti.
Ma ci possono essere di conforto due convinzioni: La
prima consiste sul fallimento ormai incontrovertibile di quelle
politiche dell’occupazione che non passino per la promozione di un’attività
formativa del fare e del sapere fare, capace di completare e di
valorizzare la formazione scolastica. E la controprova è rappresentata
dal sistema di apprendistato in Germania che ha ridotto ai minimi
termini la disoccupazione giovanile di lunga durata. Siamo ormai
costretti a compiere certe scelte.
La seconda deriva dall’esperienza che ho vissuto
negli anni 70, quando si trattò di sperimentare nel mondo del lavoro
salariato e nel mondo della scuola l’accordo sindacale sulle 150 ore
di formazione a carico delle imprese per 300 ore di formazione
effettiva. Con tutti i suoi limiti, i suoi errori e le sue sbavature,
quell’esperienza liberò tali energie nel mondo della scuola e
in quello di lavoratori meno qualificati e consentì di mettere persino
alla prova gli elementi di una nuova pedagogia per la formazione degli
adulti, da lasciare tracce profonde anche i molti quadri sindacali.
Questa esperienza è andata oggi in larga misura dispersa. Ma è
stata possibile!
E oggi, è possibile liberare, come l’avventura
dell’Unione Europea, energie, iniziative, azioni politiche e sociali,
simili a quegli degli anni ’70, consapevoli e forti di essere per la
nostra economia e la nostra società, senza alternativa credibile (e
senza molto tempo davanti a noi, se non vogliamo ripetere, all’inizio
di questo secolo, l’esperienza disastrosa, per l’Europa e per l’Italia,
degli anni ’80, che aprì un solco rispetto alla competitività degli
Stati Uniti)?
Io ne rimango, malgrado tutto, convinto.
Molte grazie a Voi per avermi concesso questa
occasione di dirlo.
Bruno Trentin
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