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Intervista a Franco Patini, vice presidente Federcomin

Il lavoro nella net economy 
ha ancora un futuro 

di Davide Orecchio

«Da una serie di indicatori e di segnali, nonché dagli incontri con le aziende, emerge la conferma che la net economy italiana non sta passando un buon momento. Siamo in una fase di stasi. Parlare di crisi è esagerato, ma senza dubbio siamo di fronte a un rallentamento della crescita. E purtroppo, come sempre in questi casi, le aziende hanno immediatamente penalizzato l’innovazione tecnologica. Di conseguenza il settore patisce». 

Da questo commento sullo “stato dell’arte” prende le mosse la nostra intervista a Franco Patini, vicepresidente di Federcomin (l'associazione di categoria che rappresenta le aziende del settore).

«Il turnover, ad esempio – prosegue Patini -, è calato notevolmente. Certo, il tasso dell’anno scorso era eccessivo, era un brutto segno, perché le aziende perdevano giovani addetti che non riuscivano sempre a rimpiazzare, ma almeno era un segno di vitalità e crescita del settore. Oggi invece il turnover è calato non perché ci arrivi una quantità sufficiente di giovani formati dalle istituzioni scolastiche, ma solo perché è calata la domanda. Ripeto, non è un buon momento per la net economy italiana. Ma siamo tutti ragionevolmente ottimisti, si tratta di una difficoltà momentanea. Eravamo abituati a una crescita, in alcuni comparti, dell’8-12% annuo: presto torneremo a quei livelli».

Rispetto all’Europa e al resto del mondo la net economy italiana tradisce un ritardo?

Patini Rispetto agli altri paesi dell’Unione europea non abbiamo handicap particolari. Restiamo marginali rispetto agli Usa, alle grandi architetture e alle grandi strutture. Ad ogni modo l’Italia, grazie al tessuto delle piccole e medie imprese, ha eccellenti prospettive, che si concreteranno non appena l’economia si rimetterà in movimento.

Per quanto riguarda i profili professionali e il mercato del lavoro, ci sono delle novità?

Patini Diciamo che le figure più richieste, al momento, sono quelle legate alla sicurezza dei dati, ma in generale tutte le professioni correlate a internet (portali web, tecnologie di rete ecc.) sono gettonatissime.  Le vere novità, però, sono di tipo concettuale. E sono notevoli. In Federcomin abbiamo fatto un percorso culturale molto avanzato per arrivare ad armonizzare le cinque figure professionali inquadrate nei corsi di formazione post scolastica Ifts con le 18 job area europee. Adesso le spiego: le multinazionali e le più grandi imprese di tecnologia hanno definito 18 job area a livello europeo, questa volta sì davvero esaustive di tutte le Ict (compresi la comunicazione e i media). Queste 18 aree, in sintesi, coprono tutto lo scibile delle Ict. E’ chiaro che sono state elaborate in un’ottica aziendale, e che comprendono anche livelli verticali di approfondimento delle competenze, che devono venire da canali formativi non solo scolastici ma anche universitari. Le 18 job area sono in relazione con tutti i possibili percorsi formativi, da qualsiasi canale vengano, mentre gli Ifts del ministero della Pubblica istruzione erano nati con un’ambizione più contenuta. Il nostro lavoro, che prima ho definito concettuale, è consistito nell’operare tutte le connessioni logiche perché dalle cinque aree Ifts si possa poi, con incrementi di attività formativa, arrivare a una delle 18 job area europee magari proseguendo il percorso di studi a livello universitario. I risultati di questo lavoro si potranno consultare sul sito www.ict-job.it.

Questo significa che gli Ifts e le 13 figure elaborate l’anno scorso da Federcomin sono già obsoleti?

Patini Tutt’altro. Si tratta solo di un’integrazione, di un arricchimento. In Italia, sul piano della formazione professionale, il riferimento alle cinque aree Ifts resta intatto. Si parte sempre dagli standard definiti dal ministero, dalle imprese e dalle parti sociali per poi declinarli localmente in profili più dettagliati, che possono essere i nostri 13 (tutt’ora validi) ma anche altri, come ad esempio i 44 progetti Ifts per l’Ict che stanno per partire nelle sei regioni del Mezzogiorno (curati dalle imprese e dai Politecnici di Milano, Torino e Bari). L’armonizzazione con le aree professionali europee curata da Federcomin non è altro che un salto di qualità: quello che un giovane avrà imparato grazie a un corso Ifts sarà in parte recuperabile, si spera con crediti formativi, così da proseguire il percorso a livello universitario in modo da puntare a una delle 18 job area.

Insomma Federcomin ha creato una sorta di osservatorio sulla formazione per la net economy?

Patini Non proprio un osservatorio (termine che sottintende un atteggiamento passivo). Direi che è più un lavoro in progress, una tela di Penelope che continueremo sempre a tessere con l’obiettivo di coprire livelli di formazione superiore. Quello che facciamo è elaborare una sintesi di quanto accade nel mercato delle Ict, tenendo presenti l’Europa, le istituzioni formative italiane e i fabbisogni di tecnologia delle imprese nostrane. Facendo attenzione, in realtà, a come tali fabbisogni siano utili per tutte le imprese, non solo per quelle che operano nell’Ict, dato che il webmaster che si forma a scuola e poi si perfeziona in un’azienda altamente tecnologica, poi magari finisce a lavorare alla Pirelli, o in un’azienda tessile, o per il produttore di mozzarelle di Bufala di Mondragone. Insomma le tecnologie, le competenze, i percorsi professionali e la formazione rientrano in un discorso trasversale che interessa tutte le imprese. L’opera di Federcomin è di razionalizzare, definire standard, lessico e linguaggi in modo che non succeda più di trovare, ad esempio, due corsi per esperto multimediale, uno a Milano e uno a Potenza, che non hanno nulla a che vedere l’uno con l’altro. E’ questo, in fondo, il senso degli Ifts.

Si può già tracciare un bilancio degli Ifts?

Patini Sul piano quantitativo è presto per fare bilanci, ma si può già dire che sono stati un successo. Sono convinto, infatti, che il coefficiente di occupazione dei giovani che escono dagli Ifts, specialmente nel nostro settore, sia altissimo. Sul piano qualitativo questi corsi hanno riempito un vuoto: un’attività professionalizzante e post scolastica di natura diversa dalle lauree triennali era essenziale, va a occupare uno spazio che gli istituti tecnici non occupavano più o non hanno mai occupato. E’ chiaro che tra un diplomato di un istituto tecnico e un ragazzo che ha fatto il liceo scientifico, o addirittura il classico, e poi un corso Ifts sia senza dubbio più qualificato quest’ultimo. L’Ifts valorizza il percorso di crescita personale (cinque anni di liceo preziosissimi) e poi lo corona con la formazione professionale: in questo senso sono convinto che si tratti di uno strumento eccezionale.

Uno strumento senza difetti?

Patini Un difetto c’è: i tempi d’istruttoria sono farraginosi e rigidi. Non è possibile che nel nostro settore, in cui nel giro di un anno cambia tutto, ci vogliano almeno 12 mesi solo per mettere una scuola in condizione di partire con un corso di formazione professionale. Questo dei bandi di gara è davvero un meccanismo d’altri tempi. Mi rendo conto che con i soldi pubblici bisogna fare attenzione, ma ci si dovrebbe sforzare di elaborare un sistema molto più flessibile, un sistema che prevedesse a livello locale una dinamica per così dire “a sportello” tra scuola, parti sociali e Regioni, grazie alla quale concertare e finanziare un’attività formativa fortemente richiesta sul territorio. Poi, ovviamente, i controlli dovrebbero essere molto rigidi e le sanzioni per i trasgressori molto severe.

(2 aprile 2002)

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