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Collaboratori battono dipendenti tre a uno. Succede
nella formazione professionale dove, secondo il nuovo rapporto
Isfol-Cisem, nei servizi formativi (tutoraggio, insegnamento) 30.877
lavoratori impegnati sono esterni e soltanto 11.433 dipendenti della
struttura. Se anche si considerano i dipendenti nel loro insieme (non
solo gli insegnanti, ma anche gli addetti dei servizi logistici e
amministrativi) il rapporto è sempre tutto a vantaggio degli esterni:
33.457 contro 19.374. “Questi numeri confermano i dati del precedente
censimento dell’Isfol – spiega Maria Brigida, della segreteria
nazionale della Cgil scuola –. Siamo di fronte a un sistema che
ricorre con estrema facilità alla flessibilità. E questo non sempre
è positivo”.
Come al solito occorre fare chiarezza tra i casi in cui le
collaborazioni servono e quelli dove, invece, nascondono rapporti
subordinati. E bisogna, anche, distinguere tra le diverse attività
svolte: “Il sistema formativo non va modellato su quello scolastico,
ci mancherebbe – aggiunge la sindacalista –. Dovendo governare le
transizioni tra scuola e lavoro, tra lavoro e lavoro, ha bisogno di una
permeabilità organizzativa e di contenuti particolari, ma questo non
vale per tutte le attività. Alcune, come l’obbligo formativo,
richiedono certezze: strutture solide e docenti con competenze
certificate e ben definite”. In questi casi, un tutor, un
coordinatore di corso devono essere figure stabili e di riferimento.
Difficile pensarli co.co.co. Diverso, invece, il caso della formazione
continua: qui l’innovazione tecnologica necessita di corsi sempre
diversi e, spesso, di docenti specifici.
“La verità – osserva Brigida – è che ci sarebbe bisogno
di un sistema complesso e diversificato”. Cosa che non accade, anche
grazie al non governo delle Regioni e a una situazione contrattuale tra
le più complesse. E per rispondere a questa massiccia presenza di
atipici, la piattaforma per il nuovo contratto della formazione
professionale prevede l’impegno delle parti a redigere
successivamente un protocollo per definire regole comuni sulle
collaborazioni.
Questa mobilità non sempre positiva del sistema si riscontra anche
nelle strutture che erogano formazione. I ricercatori Isfol (ma è bene
puntualizzare che questi dati, relativi al 2000-01, si fondano su
risposte volontarie, e non controllate, a un questionario) hanno
censito 400 nuove sedi operative mentre, al contrario, sono mancate 568
sedi registrate nel precedente rapporto (il 37 per cento del totale),
delle quali 145 sono risultate addirittura irreperibili. Tante
“nascite” e “tante” morti, dunque. Per l’Isfol il dato è
positivo, indica la modalità e la vitalità nel sistema. In realtà,
vale lo stesso discorso fatto per il personale: ci sono settori e
attività in cui la volatilità (l’esempio è ancora l’obbligo
formativo o l’apprendistato) non offre sufficienti garanzie per gli
utenti.
Il 51,2 per cento delle sedi applica il contratto nazionale di
riferimento, mentre un altro 7,7 per cento lo ha fatto parzialmente. Il
contratto dovrebbe essere una delle garanzie per la qualità e identità
del sistema e, ovviamente, dei formatori. “Oggi purtroppo non è così
– commenta Brigida –. Molte strutture applicano i contratti dei
metalmeccanici e del commercio che, naturalmente, non definiscono i
profili professionali tipici di questo settore: tutor, formatore,
progettista eccetera”. Non è giustificabile che, mentre per
insegnare a scuola o all’università servono titoli e studi
specifici, questo non accada per la formazione professionale. La
trattativa per il rinnovo del contratto è aperta da due anni, ma è
ostacolata dal non governo delle Regioni e dalla debolezza strutturale
degli enti di formazione. I sindacati puntano a chiudere prima
dell’estate perché poi, dal luglio del 2003, entrano in vigore le
nuove norme Ue sull’accreditamento. A quel punto occorrerà costruire
un vero contratto di settore: tutta un’altra storia.
(24 giugno 2002)
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