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Banche / L'anno della crisi

20 mila posti a rischio nel settore

di Marco Togna

Un taglio di 8 mila dipendenti, più della metà da realizzare tra pochi mesi. E la disdetta di tutti gli accordi aziendali e integrativi già firmati. Eccolo il piano industriale per i prossimi tre anni del gruppo bancario IntesaBci. Un progetto di riassetto durissimo, che vede nella riduzione del personale (il 14 per cento del totale) il punto centrale. “L’azienda – spiega Marcello Tocco, segretario generale della Fisac Cgil – aveva già presentato un piano analogo nell’aprile 2001, contenente il medesimo numero di esuberi e un’ipotesi di riorganizzazione sul territorio nazionale. Fu fatto un accordo con numerose misure a difesa dei lavoratori, come l’esodo volontario e incentivato. In seguito, l’incapacità del management ha reso inutile quell’intesa, che è stata utilizzata soltanto per mandare via un piccolo gruppo di dirigenti. Adesso i nuovi vertici ci ripropongono la stessa situazione: ma stavolta debbono prendersi le proprie responsabilità, non possono certo pensare che saranno i lavoratori a pagare per loro”.

Le difficoltà di IntesaBci non sono le sole a interessare il sistema creditizio italiano, per il quale si parla complessivamente di circa 20 mila esuberi. Nei giorni scorsi Capitalia (ex Banca d’Italia), nel presentare il piano triennale in Borsa, ha annunciato una riduzione complessiva di 3.700 unità entro il 2005 (il risultato di 5.400 uscite e 1.700 nuove assunzioni di personale ad alta specializzazione): il taglio sarà dovuto in parte alla cessione di circa 150 sportelli (1.200 dipendenti), mentre il resto sarà realizzato attraverso il fondo esuberi, i prepensionamenti e il blocco del turn over. La “lista della crisi” prosegue con le circa 4 mila uscite “fisiologiche” (quelle prodotte dal turn over) previste nei prossimi due o tre anni per il gruppo Unicredito, con le 700 dovute al progetto di riassetto della Popolare di Verona e della Popolare di Novara (che aveva già ridotto di recente la forza lavoro di mille unità, attraverso il fondo esuberi), con le 800 del gruppo Bnl. Altre ristrutturazioni, infine, si annunciano per il nuovo assetto che uscirà dalla fusione per incorporazione del Banco di Napoli in Sanpaolo-Imi. “Queste riorganizzazioni – spiega ancora Tocco – interessano circa un terzo di tutti i dipendenti del settore: riguardano, pertanto, l’intero sistema creditizio italiano. Il problema principale è dato dal cosiddetto too big to gain. In altre parole: le banche sono cresciute troppo. Oggi gli istituti di credito hanno servizi diversi, dalla raccolta alla vendita di assicurazioni, alla gestione dei fondi, e risentono del mercato troppo pieno e della competitività insostenibile. La maggior parte dei loro prodotti ha accusato il pessimo andamento delle borse: i listini sono crollati, la clientela è tornata sui conti correnti o sui titoli di Stato, i rendimenti si sono ridotti. Se a questo aggiungiamo investimenti errati e management incompetenti, il quadro non può che risultare di grande sofferenza”.

Il caso più eclatante (se non altro per l’elevato numero dei tagli) è, appunto, quello di IntesaBci. Il piano industriale 2003-2005, già reso pubblico agli inizi di settembre dall’amministratore delegato Corrado Passera, punta a risparmi monetari per un miliardo e mezzo di euro. Così suddivisi: 500 milioni dalla riduzione del personale (il 15 per cento del costo complessivo del lavoro), 300 dalle spese operative e 700 dal “cattivo credito”. Secondo l’azienda, il peso attuale delle spese è sproporzionato rispetto alla concorrenza: il rapporto costi-ricavi è del 66,5 per cento, l’obiettivo è di portarlo al 52 nel 2005. Un terzo del risparmio, come si vede, viene dal taglio dei dipendenti: 7.800 addetti, di cui 5 mila in uscita già l’anno prossimo. Una “cura dimagrante” di forte impatto per il gruppo, che passerebbe da 53 mila a 45 mila unità. “Occorre innanzitutto capire – continua Tocco – l’entità di queste cifre. Loro fanno un mero esercizio aritmetico, dividendo i 500 milioni di euro per il salario medio. Un calcolo irrealistico: dentro ci sono tutte le figure professionali delle banche, con stipendi diversi, che modificano di conseguenza il risultato finale. Aspettiamo quindi di ragionare su cifre vere, calibrate sulle nuove esigenze previste dal gruppo”.

Il ridimensionamento non riguarda solo l’Italia, come dimostra l’uscita totale dall’America Latina, attraverso le cessioni sia del Banco Sudameris Brasil (una dismissione che la banca d’affari americana Merrill Lynch ha indicato come “un fattore chiave di credibilità del nuovo piano industriale”), sia di partecipazioni a istituti di credito locali in Argentina, Paraguay, Perù e Uruguay. Per tornare all’Italia, il piano prevede anche la disdetta, con decorrenza dal 1° gennaio 2003, dei contratti integrativi aziendali e di tutti gli altri accordi sindacali (conclusi anche prima della fusione del 13 aprile 2001), tranne quelli sui fondi sanitari e sulla pensione integrativa. Una misura che colpisce immediatamente fonti di reddito non trascurabili e che ha provocato la decisa reazione dei sindacati: “Abbiamo rifiutato il primo incontro – riprende il segretario generale della Fisac – previsto per l’8 ottobre scorso, proprio per segnalare la nostra netta contrarietà a questo provvedimento. Un atto molto pesante, inaccettabile: una trattativa non può iniziare con un’azione unilaterale di questa portata. Ci auguriamo che l’azienda receda dalla sua decisione, restituendo ai lavoratori i diritti, non solo salariali, già acquisiti. Altrimenti, lo scontro sarà inevitabile”. Insieme ai tagli, l’azienda attuerà un programma di “efficientamento” che riguarderà 9 mila addetti, con un ampio ricorso alla riconversione professionale (il piano prevede 800 mila ore di formazione), oltre a un investimento complessivo di 1,2 miliardi di euro per innovazioni tecnologiche e organizzative.

Il gruppo IntesaBci, nato nell’aprile 2001 dalla fusione tra Banca Intesa e Comit (Banca Intesa, a sua volta, derivava da precedenti aggregazioni, avvenute nel periodo ’98-2001, tra alcuni dei maggiori istituti di credito nazionali: Cariplo, Ambrosiano Veneto, Mediocredito Lombardo, Cariparma, FriulAdria), viene da un periodo sicuramente tormentato, con due anni di perdite in borsa e crollo degli utili. Una difficoltà che non si è arrestata neanche nei primi sei mesi di quest’anno, che ha visto il risultato di gestione calare del 16,4 per cento rispetto al primo semestre dell’anno scorso (1.736 milioni di euro contro 2.076). “La crisi è indubbiamente grave – spiega Tocco – e ha anche cause esterne, come il crollo dell’Argentina, dove il gruppo aveva operato forti investimenti. Alla base delle attuali difficoltà, tuttavia, ci sono soprattutto scelte economiche sbagliate: il management responsabile di quelle decisioni, a differenza di altri gruppi, qui ha “pagato”, è stato sostituito. Ma la situazione è rimasta immutata e, come sempre, si cerca di farla ricadere sui lavoratori. L’azienda va certamente risanata, e il sindacato non si tira indietro, a patto però che i costi siano suddivisi”.

Il piano, nelle intenzioni dei vertici del gruppo, servirà a riportare nel 2005 IntesaBci ai primi posti del sistema creditizio italiano. “L’intervento – argomenta il leader della Fisac – è previsto per l’intero assetto del gruppo. L’organizzazione attuale, strutturata con tre “divisioni prodotto”, ognuna delle quali con una propria proiezione sul territorio, sarà sostituita da una rete più semplice e unitaria. Ogni agenzia avrà tutte le funzioni della banca: questo, a giudizio degli estensori del piano, dovrebbe far diminuire i costi e produrre rendimenti ed efficienza”. Ma nel progetto di rilancio c’è anche una nuova politica delle alleanze: all’inizio del nuovo anno dovrebbe partire quella con le Assicurazioni Generali per il settore della previdenza integrativa, mentre altre joint-venture sono in programma con i gruppi Credit Agricole e Lazard.

(Rassegna sindacale, n. 38, 22 ottobre 2002)

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