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Crisi Fiat / Intervista a Giuseppe Berta

Torino, città non più opaca

Giuseppe Berta, storico dell'industria, docente alla Bocconi, mentre lo intervistiamo responsabile del Centro storico Fiat - incarico che per ragioni di lavoro lascerà tra breve - è un osservatore attento delle vicende torinesi. Alla città, alla sua storia, all'influenza profonda che su di essa ha esercitato la Fiat ha dedicato nel corso degli anni più di qualche riflessione. Nella breve intervista che segue partiamo, per parlare dell'oggi, da un saggio, il tono era pessimistico, apparso nel '98 sul Mulino.

Rassegna Lei definiva Torino una città opaca: cosa voleva dire con quest'espressione?

Berta Che Torino era una città avvolta nelle tinte, abbastanza intense - nonostante quel che si crede - dell'industrialismo: che era dominata dalla tonalità del metallo, di cui sono fatte le automobili. E che questa opacità, come dire?, cromatica si stava traducendo, in negativo, in un'opacità culturale. Il mio timore era che Torino perdesse, insieme al colore dell'industrialismo, la sua connotazione storica senza riuscire a trovare un'altra identità, un'altra anima. Opaca, quindi, perché andava smarrendo i suoi caratteri portanti e nello stesso tempo non riusciva ad acquistarne di altri. La Torino di fine 900 mi sembrava vivere in una sorta d'interregno, in una realtà sospesa. Vedevo da un lato una generica riconferma della sua vocazione industriale, dall'altro comportamenti appunto opachi, poco adatti alla trasformazione, alla metamorfosi che la città andava vivendo.

Poi quello che è successo da allora a oggi secondo me ha indotto una reazione. Dovessi utilizzare oggi una definizione non parlerei più di una città opaca. Era opaca in quel momento: i soggetti collettivi, l'amministrazione non avevano assunto l'abbandono dell'industrialismo come una spinta a prendere una strada diversa. Ciò che invece sta facendo molto bene l'attuale sindaco Sergio Chiamparino, che ha accettato e immaginato di proporre un modello di città che non è più la città novecentesca, la città industrialista, quella che Gramsci chiamava della "composizione demografica razionale", cioè una città fondata essenzialmente su due classi: gli operai da un lato, un nucleo ristretto di borghesia industriale dall'altro. E propone oggi l'idea che Torino debba conservare la sua anima industriale, ma facendola convivere con altre sue inclinazioni, altre sue predisposizioni, accogliendo la metamorfosi.

Rassegna Lei quindi guarda al futuro con ottimismo.

Berta Le prospettive sono buone. Prendiamo il periodo 1980-2000: circa 160mila posti di lavoro persi nell'industria. Detto così sembra una cosa enorme. Però attenzione, i posti di lavoro nel terziario sono aumentati di 130mila unità. Se teniamo conto del declino demografico che ha caratterizzato questo periodo, vediamo che la situazione occupazionale è oggi migliore degli anni 80.

Rassegna Ma ci sono uomini in carne ed ossa che rischiano il lavoro…

Berta Per carità, è un problema grave che va gestito al meglio. Ma quello che dico è che questa città ha oggi molte più risorse del passato per far fronte al cambiamento: la capacità di attarre imprese innovative, che c'è; la maggior presenza di capitale estero; il fatto che la dipendenza dal terziario avanzato di Milano sia diminuita; tutti indicatori che ci dicono come, se sappiamo fare un intenso lavoro di squadra, amministrazione e forze sociali, si possa arrivare a un quadro più positivo.

Rassegna Dentro questo trasformazione, però, l'auto, quindi la Fiat, dovrà pur avere un ruolo.

Berta Torino non può rinunciare all'auto. Ma, ciò detto, non è più possibile conservare il dimensionamento attuale. Miarfiori è nata nel 1939 ed è ancora, a tutt'oggi, la maggiore concentrazione industriale italiana. Non mi sembra che noi possiamo pensare di preservare questa realtà così com'è. C'è un ciclo di vita anche per le fabbriche. Nessuno pensa più a impianti di queste dimensioni, perché oggi la logica con cui si progetta uno stabilimento non è più una logica delle massime economie di scala, non può esserlo.

Rassegna Immagina dunque un futuro senza l'auto?

Berta No, per carità. Ho solo difficoltà a immaginare grandi impianti di produzione di tipo tradizionale dentro contenitori, layout, schemi organizzativi che sono quelli del secolo passato. Perché oggi le automobili non si fanno più così. Il layout di Melfi non ha niente a che vedere con quello di Mirafiori. E Melfi ha già dimensioni notevoli.

Rassegna Come vive tutto questo la città?

Berta Con una eccessiva indifferenza, nel senso che noi siamo passati dal tormentone sul che cosa fa la Fiat, che facciamo se ci viene meno la bussola, all'esatto opposto: in fondo viviamo bene senza la Fiat. Siamo passati da un atteggiamento iperallarmistico a un atteggiamento di sottovalutazione dei problemi. Non è positovo. Perché i problemi poi vanno gestiti: ho delineato delle tendenze positve, ma guai se pensassimo che c'è un automatismo sociale capace di risolvere le attuali difficoltà.

La capitale dell'automobile non può diventare la capitale del gianduiotto. Nella meccanica c'è un'eccezionale catena del valore: bisogna che non si disperda. E' necessario che questa grande sedimentazione di cultura produttiva, organizzativa, di cultura industriale e del lavoro trovi la capacità di riversarsi in nuove attività. In parte già succede.

(G.Ri, Rassegna sindacale, n. 27, luglio 2002)

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