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Tra il dicembre 1900 e il settembre 1904 due
scioperi generali, uno a Genova e in Liguria, il secondo esteso
all'intero paese (il primo sciopero generale nazionale in Europa),
segnano l'entrata dell'Italia nella storia del Novecento. Lo sciopero
generale di Genova fece precipitare la crisi del Governo Saracco (che
si dimetterà nel febbraio 1901) e spostò radicalmente i termini
stessi della discussione e delle proposte politiche sia tra le forze
di Governo che nei diversi settori della sinistra parlamentare. La
scelta obbligata per uscire dal «decennio infausto» e aprire una
stagione liberale e moderna non fu più tra un progetto autoritario di
riformismo sociale ed uno di riformismo politico, bensì il
riconoscimento della libertà di associazione delle forze sociali,
della funzione positiva che riveste l'azione rivendicativa e
conflittuale del sindacato e dei lavoratori, fattori decisivi della
modernizzazione del paese.
La classe dirigente politica ed economica
si divise tra coloro che si ostinavano a negare questa nuova realtà e
le forze che invece intuirono che il liberalismo doveva allargare la
struttura dei diritti sociali ed economici delle classi lavoratrici e
modificare quella concezione stessa dello Stato, classista e
proprietaria. Di non minore rilievo furono le ripercussioni nel campo
delle opposizioni, a loro volta paralizzate dal dilemma tra
minimalismo filo-governativo e radicalismo agitatorio e predicatorio.
Lo sciopero generale di Genova, le sue modalità d'azione e i suoi
obiettivi rilevarono che nella società moderna il punto cruciale era
la formazione, la gestione e la finalizzazione della forza organizzata
nella relazione con le altre classi sociali e con le istituzioni
pubbliche.
Giolitti e Turati, comprendendo questa profonda innovazione della
politica nell'età del sindacato, «utilizzarono» la forza d'urto
dirompente che scaturì da quello sciopero generale, per rinnovare le
coordinate storiche dell'Italia. Anche essi, tuttavia, furono ben
presto travolti dall'illusione che sarebbe bastata quella semplice
operazione di apertura di credito reciproco e una alleanza tra le ali
liberali e socialiste del riformismo politico, per realizzare un
controllo permanente dello sviluppo e delle trasformazioni
dell'Italia, relegando le strutture sindacali ad una limitata funzione
prepolitica.
Lo sciopero generale nazionale del 1904 fece tramontare questa
illusione. Il lavoro e il sindacato, ormai radicati nel tessuto
sociale e produttivo, non erano forze transeunti utili solo per
ridisegnare un equilibrio politico-parlamentare, ma una realtà ormai
permanente con cui occorreva confrontarsi sistematicamente nel
processo legislativo e decisionale, mettendo nel conto la necessità
di modificare il profilo e l'ambito stesso della politica e della sua
funzione, al di là del vecchio sistema oligarchico e censitario. Il
Governo Giolitti continuò a sparare sui lavoratori (i famosi eccidi
proletari) soprattutto nelle campagne e nel Meridione spingendo allora
la Camera del Lavoro di Milano, nel settembre 1904, a rialzare la
bandiera dei diritti del lavoro e a utilizzare lo sciopero generale
contro il Governo liberale per chiedere che lo Stato non solo
riconoscesse a parole la libertà sindacale ma che non impiegasse la
forza delle istituzioni come strumento di repressione militare e di
assassinio dei lavoratori.
Lo sciopero generale del settembre 1904, non a caso proclamato da
Milano, infranse altresì l'illusione giolittiano-turatiana che si
potesse avere per amico un Governo che, sul terreno economico e
sociale, aveva dovuto rinunciare alla riforma tributaria, rivedere
drasticamente il proprio riformismo economico e sociale e che si era
venuto spostando sempre più a sostegno della riscossa della borghesia
industriale e agraria che voleva annullare le conquiste salariali e
contrattuali realizzate nei primi anni (1901-1902) del libero
dispiegamento della dialettica rivendicativa e dell'azione sindacale.
Giolitti sanzionò la rottura dell'alleanza con Turati e volle
contrapporre furbescamente la politica alla rappresentanza sociale:
preferì sciogliere le Camere e indire elezioni politiche anticipate,
sfruttando le paure dei diversi ceti borghesi e proprietari per
ottenere un nuovo consenso al proprio ministero. Sconfisse Turati, che
perse le elezioni, e sembrò vincitore al punto che la sua manovra
divenne una sorta di archetipo del comportamento del Governo nei
confronti dello sciopero generale. In realtà la sua stagione politica
finì con quell'atto. Il destino del riformismo politico, liberale e
socialista si bruciò nell'incomprensione del significato che l'azione
e la presenza del sindacato ormai avevano non solo nella vicenda
economica ma, direttamente, sul quadro politico e sulla qualificazione
degli indirizzi programmatici del Governo e dei partiti. Quando nel
1906 si costituì la CGdL Turati era nel pieno della dissoluzione del
riformismo politico e Giolitti aveva dovuto passare la mano a Sonnino.
Egli non riuscì più ad invertire la deriva politica della classe
dirigente ormai inclinata verso soluzioni illiberali, autoritarie,
nazionaliste e fasciste, da Sonnino a Salandra a Mussolini.
Più complesso e diversificato è il significato che lo sciopero
generale assume nel sistema politico ed economico dell'Italia
repubblicana e nella ricollocazione della classe dirigente
liberal-fascista nel nuovo ordine repubblicano e democratico. A
differenza dell'età liberale, nell'Italia repubblicana la tipologia
dello sciopero generale, ormai saldamente nell'ambito decisionale del
sindacato confederale, assume tre valenze differenziate. In primo
luogo, si viene codificando una forma di azione generale volta a
unificare rivendicazioni e obiettivi di lotta economico-contrattuali
che hanno come controparte la rappresentanza degli imprenditori o
della proprietà agricola.
Rientrano, in questa fattispecie, gli
scioperi generali che da quello del luglio 1948 contro la pretesa
della Confindustria di licenziare arbitrariamente giungono fino
all'ultimo e più recente sciopero generale unitario di 8 ore del
giugno 1982 contro la disdetta unilaterale della scala mobile. Il
senso di questi scioperi generali è quello di affermare e di
preservare il diritto della rappresentanza sociale alla contrattazione
collettiva instaurando un sistema di relazioni stabili con le
controparti, inducendole a desistere dalla loro tradizionale cultura
autoritaria dei rapporti con i lavoratori.
In secondo luogo, gli scioperi generali sono stati proclamati con una
precisa ed esclusiva finalità politica di contrasto nei confronti di
politiche governative apertamente lesive della legalità
costituzionale, sottoposta a continue e ricorrenti tensioni eversive
sul fronte della violenza metalegale, istituzionale e fascista. Sono
parte di questo percorso lo sciopero generale e la sua sapiente
conduzione da parte di Di Vittorio dopo l'attentato a Togliatti
(1948), quello contro la legge-truffa (1953), contro l'eversione
fascista a Reggio Calabria (1972), contro la strage di Piazza della
Loggia (1974), fino all'intero ciclo di mobilitazioni generali contro
il brigatismo e lo stragismo.
Sicuramente gli scioperi generali più densi di significato e di
conseguenze storiche sul più ampio contesto politico e sociale del
paese sono quelli che rientrano in una morfologia assolutamente
originale e per molti versi tipica delle vicende italiane di questo
cinquantennio. In particolare due di essi, al pari di quelli dell'età
liberale, appaiono eventi fondativi di una fase di difficile
transizione per l'intero paese. Lo sciopero generale del luglio 1960
costituisce sicuramente un evento cruciale, al crocevia di due
processi critici della società e delle istituzioni. In quell'estate,
come è noto, maturò una prima gravissima crisi nel funzionamento
dell'ordinamento repubblicano che mise in discussione il profilo
costituzionale italiano, riproponendo l'alternativa tra un drastico
restringimento delle libertà democratiche e l'apertura di una più
ampia prospettiva di coinvolgimento del mondo del lavoro e del
sindacato nello Stato democratico.
Quella crisi fu resa più drammatica dall'emergere delle tensioni e
dei conflitti sociali di una modernizzazione economica che, ancora una
volta, pur traghettando il paese verso una società industriale,
scaricava costi sociali e contraddizioni strutturali quasi
esclusivamente sui lavoratori. Il «passaggio» del luglio 1960 tra i
rischi di involuzione autoritaria delle istituzioni, alimentati dal
Governo Tambroni (sostenuto dai voti decisivi del Msi), e l'esplosione
di una conflittualità inedita, fu ancora una volta governato
dall'assunzione di un ruolo di responsabilità generale da parte della
CGIL. Il sindacato riuscì, con lo sciopero generale proclamato dopo i
fatti di Genova ed i morti di Reggio Emilia, a modificare gli
orientamenti reazionari del Governo inducendo il Presidente del Senato
a chiedere ed ottenere una tregua al sindacato per uscire
dall'impasse. Da quell'atto scaturì quel processo di ridefinizione
degli equilibri interni al mondo politico ed economico e si aprì
quella decisiva evoluzione nel fronte politico della sinistra che
portò al superamento del blocco politico-parlamentare centrista e
all'apertura di una nuova stagione tendenzialmente riformatrice. Il
funzionamento della democrazia venne ancorato all'antifascismo, valore
insieme fondativo della Repubblica e presidio della libertà del mondo
del lavoro.
Il ciclo conflittuale, che si apre con lo sciopero generale per le
pensioni e contro le gabbie salariali, raggiunge la sua massima forza
politica nel più drammatico e teso sciopero generale dell'intero
periodo: quello del novembre 1969 per la casa e le riforme sociali.
Culmina il 6 luglio 1970 nella caduta anticipata del Governo Rumor
dopo la proclamazione di un nuovo sciopero generale unitario per il 7
luglio contro l'inerzia riformatrice del Governo. Anche Rumor come
Giolitti tentò di sfuggire alla verifica dell'incapacità del Governo
di centro-sinistra di attuare una coerente politica riformatrice e di
mantenere con il sistema sindacale una corretta relazione.
Dimettendosi e passando la mano ritenne di aggirare il problema, di
indebolire il sindacato, di preservare alla classe politica una
capacità di sintesi e di direzione sul semplice terreno della
gestione parlamentare della crisi. Ma anche stavolta si trattò,
puramente e semplicemente, della chiusura del ciclo innovativo
apertosi dieci anni prima. La mano passava, ma a un nuovo quadro
politico nel quale gli elementi di confusione, di debolezza e di
restaurazione conservatrice avrebbero condotto a uno scenario di
progressiva corrosione della tenuta delle istituzioni democratiche.
L'analisi di queste esperienze forse aiuta, in conclusione, a porre la
questione cruciale che è sempre connessa con l'effettuazione di uno
sciopero generale in Italia, quella del «dopo». Lo sciopero generale
incide profondamente sugli assetti e sugli indirizzi complessivi del
paese e questo avviene non nell'immediato ma a medio termine. D'altro
canto sono decisivi il comportamento e le scelte di tutti gli attori
sociali in una fase in cui si modificano le politiche e gli equilibri
così all'interno dei diversi schieramenti che tra di essi e
soprattutto gli equilibri tra il sistema politico nel suo insieme e la
percezione che di esso hanno lavoratori e cittadini.
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