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Mezzogiorno / Il nuovo rapporto dell'Ires

L'economia cresce, ma non basta

di Stefano Iucci

“Allineamento senza convergenza”. È questa la definizione più appropriata per fotografare con esattezza le performance economiche del Mezzogiorno nel corso degli ultimi anni. Allineamento senza convergenza vuol dire che il Pil del Sud migliora (crescita media del 2% in 5 anni), va meglio il mercato del lavoro e la dinamica demografica delle imprese è particolarmente vivace, soprattutto nei settori innovativi dell’Ict. Ma ancora non ci siamo: tutto questo non è, infatti, sufficiente per l’avvicinamento definitivo alle aree più ricche del paese. Non solo: continua a essere alto (più del 10%) il differenziale retributivo tra i lavoratori del Sud e il resto d’Italia mentre, sempre al Sud, si concentra la quota più alta di occupati “a bassa retribuzione”: il 19% contro il 7,4% del Centro-nord.

Sono questi i dati più interessanti che emergono dal “II rapporto dell’Ires sul Mezzogiorno” (“Scenari, dinamiche del lavoro e dell’impresa”) in cui l’istituto di ricerca della Cgil ha voluto fornire un quadro sintetico delle principali tendenze economiche che hanno interessato il Sud negli ultimi anni. Non è un caso, secondo i ricercatori dell’Ires, che i segni di ripresa siano stati forti soprattutto tra 1996 e 2001: gli anni dei governi di centro-sinistra, del pacchetto Treu, del Patto di Natale del ’98 e di una programmazione negoziata che ha saputo coinvolgere e motivare gli attori dello sviluppo locale. Sono gli anni che, per esempio, hanno visto emergere 210.000 lavoratori dal nero, grazie ai contratti di riallineamento, a fronte delle poche centinaia di regolarizzazione prodotte a oggi dai provvedimenti del ministro Tremonti.

La ricchezza prodotta e le imprese
Tra il 1996 e il 2001 il Mezzogiorno ha presentato un tasso di crescita medio annuo del 2%, rispetto a un dato nazionale dell’1,9%. Anche per il 2002 le proiezioni dello Svimez per il Sud non rilevano differenze significative con il resto del paese: il Pil crescerà dell’1,5% (1,4 la media italiana). Meglio di tutti, in questi cinque anni, è andata la Basilicata (+ 3,5%), seguita da Calabria e Sicilia con un + 2,2%. Dinamiche, dunque, soddisfacenti ma non abbastanza da recuperare gli squilibri territoriali rispetto alle altre regioni del paese. Squilibri che si manifestano, in particolare, nel basso grado di apertura al commercio internazionale (54%, rispetto al 108% del Nord-Ovest, al 112% del Nord-est e al 117% del Centro) e a quell’interno. Tutto questo dà appunto l’immagine di un sistema economico in crescita, ma ancora troppo chiuso in se stesso.

Tra i dati che, in ogni modo, testimoniano della vitalità del sistema Sud, spicca in particolare quello che riguarda la dinamica demografica delle imprese. “A partire dal 1997 – sottolineano i ricercatori dell’Ires – nel Mezzogiorno sono stati registrati i saldi (cioè il rapporto tra “nascite” e “morti”, ndr) più elevati rispetto alle altre macro aeree”. Tra 1997 e 2001, a fronte di un saldo complessivo di 421.843 imprese non agricole, il 40% è collocato proprio nel Mezzogiorno, con la Calabria al primo posto. Anche in questo, la forte crescita coincide con l’arco cronologico del governo di centro-sinistra: se infatti nel 1995 il saldo era nel Sud di appena 16.961 imprese, il dato è triplicato nel 2001.


Il mercato del lavoro

Anche in questo caso l’area meridionale mostra indubbi segnali di miglioramento: il tasso di occupazione torna al livello del ’93 (cioè al 43,1%) dopo essere sceso nel ’97 al 40,4%. Nel 2001 il volume degli occupati si attesta a quota oltre 6 milioni, quasi 400.000 presenze in più rispetto al ’95.

Rimangono, però, forti i differenziali rispetto alle altre aree del paese: il tasso di occupazione è 18 punti sotto a quello del Centro-nord e il tasso di disoccupazione 14 punti sopra. Il numero dei disoccupati decresce in tutte le regioni del paese ma per colmare il gap storico con il Sud occorre una crescita ancora più forte nelle regioni meridionali, altrimenti continuerà a prodursi, appunto, un “allineamento senza convergenza”. Tuttavia, come spiegano i ricercatori dell’Ires “è proprio all’interno di tali squilibri che il Mezzogiorno svela le proprie potenzialità. Si pensi alla risorsa giovani, e in particolare a quelli a elevato livello d’istruzione, così come alle donne che, nel corso di questi ultimi anni, hanno presentato tassi di occupazione in crescita rispetto agli uomini”.

Ict e lavoro nero: le contraddizioni del Sud
E sono proprio queste le frecce nell’arco dello sviluppo del Mezzogiorno: manodopera composta da giovani e buon livello culturale. Per crescere, dunque, il Sud deve, si legge nel Rapporto, “affiancare allo sviluppo dei distretti del “Made in Italy” lo sviluppo dei distretti digitali e tecnologici”. E i buoni segnali, in questa direzione, non mancano. Nonostante permangano anche qui forti differenze con il resto del Paese,  tra 1996 e 2001 le regioni meridionali hanno mostrato grande vivacità nell’Ict. In questi anni su 17.544 imprese create in Italia, quasi un terzo erano collocate al Sud. Non solo. Sul totale delle imprese attive nel settore informatico, al primo trimestre del 2002 ben il 24,5% hanno sede nel Mezzogiorno: più del Nord-est (21,2%) e del Centro (19%). Va ricordato che proprio in queste aree hanno scelto d’investire St Microeletronics, Nokia, Tiscali

Tra i fattori che limitano le potenzialità di sviluppo economico, oltre alla croniche carenze infrastrutturali e al peso della criminalità organizzata, c’è sicuramente la piaga del sommerso. I dati dell’Ires confermano quanto già si sapeva: nel 1999, sulla base degli ultimi aggiornamenti dell’Istat, il 41,6 del lavoro irregolare italiano è localizzato nel Sud.  Ma anche i lavoratori regolari non stanno meglio. Al Sud si guadagna oltre il 10% in meno che al Nord, mentre nel 2000 un lavoratore su cinque è stato “a bassa retribuzione”: la sua busta paga è stata, cioè, inferiore ai 2/3 del valore mediano delle retribuzioni di tutti gli addetti a tempo pieno.

(27 giugno 2002)

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