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“Allineamento senza convergenza”.
È questa la definizione più appropriata per fotografare con esattezza
le performance economiche del Mezzogiorno nel corso degli ultimi anni.
Allineamento senza convergenza vuol dire che il Pil del Sud migliora
(crescita media del 2% in 5 anni), va meglio il mercato del lavoro e la
dinamica demografica delle imprese è particolarmente vivace,
soprattutto nei settori innovativi dell’Ict. Ma ancora non ci siamo:
tutto questo non è, infatti, sufficiente per l’avvicinamento
definitivo alle aree più ricche del paese. Non solo: continua a essere
alto (più del 10%) il differenziale retributivo tra i lavoratori del
Sud e il resto d’Italia mentre, sempre al Sud, si concentra la quota
più alta di occupati “a bassa retribuzione”: il 19% contro il 7,4%
del Centro-nord.
Sono questi i dati più interessanti
che emergono dal “II rapporto dell’Ires sul Mezzogiorno”
(“Scenari, dinamiche del lavoro e dell’impresa”) in cui
l’istituto di ricerca della Cgil ha voluto fornire un quadro
sintetico delle principali tendenze economiche che hanno interessato il
Sud negli ultimi anni. Non è un caso, secondo i ricercatori
dell’Ires, che i segni di ripresa siano stati forti soprattutto tra
1996 e 2001: gli anni dei governi di centro-sinistra, del pacchetto
Treu, del Patto di Natale del ’98 e di una programmazione negoziata
che ha saputo coinvolgere e motivare gli attori dello sviluppo locale.
Sono gli anni che, per esempio, hanno visto emergere 210.000 lavoratori
dal nero, grazie ai contratti di riallineamento, a fronte delle poche
centinaia di regolarizzazione prodotte a oggi dai provvedimenti del
ministro Tremonti.
La ricchezza prodotta e le imprese
Tra il 1996 e il 2001 il Mezzogiorno ha presentato un tasso di crescita
medio annuo del 2%, rispetto a un dato nazionale dell’1,9%. Anche per
il 2002 le proiezioni dello Svimez per il Sud non rilevano differenze
significative con il resto del paese: il Pil crescerà dell’1,5% (1,4
la media italiana). Meglio di tutti, in questi cinque anni, è andata
la Basilicata (+ 3,5%), seguita da Calabria e Sicilia con un + 2,2%.
Dinamiche, dunque, soddisfacenti ma non abbastanza da recuperare gli
squilibri territoriali rispetto alle altre regioni del paese. Squilibri
che si manifestano, in particolare, nel basso grado di apertura al
commercio internazionale (54%, rispetto al 108% del Nord-Ovest, al 112%
del Nord-est e al 117% del Centro) e a quell’interno. Tutto questo dà
appunto l’immagine di un sistema economico in crescita, ma ancora
troppo chiuso in se stesso.
Tra i dati che, in ogni modo,
testimoniano della vitalità del sistema Sud, spicca in particolare
quello che riguarda la dinamica demografica delle imprese. “A partire
dal 1997 – sottolineano i ricercatori dell’Ires – nel Mezzogiorno
sono stati registrati i saldi (cioè il rapporto tra “nascite” e
“morti”, ndr) più elevati rispetto alle altre macro aeree”. Tra
1997 e 2001, a fronte di un saldo complessivo di 421.843 imprese non
agricole, il 40% è collocato proprio nel Mezzogiorno, con la Calabria
al primo posto. Anche in questo, la forte crescita coincide con
l’arco cronologico del governo di centro-sinistra: se infatti nel
1995 il saldo era nel Sud di appena 16.961 imprese, il dato è
triplicato nel 2001.
Il mercato del lavoro
Anche in questo caso l’area meridionale mostra indubbi segnali di
miglioramento: il tasso di occupazione torna al livello del ’93 (cioè
al 43,1%) dopo essere sceso nel ’97 al 40,4%. Nel 2001 il volume
degli occupati si attesta a quota oltre 6 milioni, quasi 400.000 presenze
in più rispetto al ’95.
Rimangono, però, forti i
differenziali rispetto alle altre aree del paese: il tasso di
occupazione è 18 punti sotto a quello del Centro-nord e il tasso di
disoccupazione 14 punti sopra. Il numero dei disoccupati decresce in
tutte le regioni del paese ma per colmare il gap storico con il Sud
occorre una crescita ancora più forte nelle regioni meridionali,
altrimenti continuerà a prodursi, appunto, un “allineamento senza
convergenza”. Tuttavia, come spiegano i ricercatori dell’Ires “è
proprio all’interno di tali squilibri che il Mezzogiorno svela le
proprie potenzialità. Si pensi alla risorsa giovani, e in particolare
a quelli a elevato livello d’istruzione, così come alle donne che,
nel corso di questi ultimi anni, hanno presentato tassi di occupazione
in crescita rispetto agli uomini”.
Ict e lavoro nero: le
contraddizioni del Sud
E sono proprio queste le frecce nell’arco dello sviluppo del
Mezzogiorno: manodopera composta da giovani e buon livello culturale.
Per crescere, dunque, il Sud deve, si legge nel Rapporto, “affiancare
allo sviluppo dei distretti del “Made in Italy” lo sviluppo dei
distretti digitali e tecnologici”. E i buoni segnali, in questa
direzione, non mancano. Nonostante permangano anche qui forti
differenze con il resto del Paese, tra 1996 e 2001 le regioni
meridionali hanno mostrato grande vivacità nell’Ict. In questi anni
su 17.544 imprese create in Italia, quasi un terzo erano collocate al
Sud. Non solo. Sul totale delle imprese attive nel settore informatico,
al primo trimestre del 2002 ben il 24,5% hanno sede nel Mezzogiorno: più
del Nord-est (21,2%) e del Centro (19%). Va ricordato che proprio in
queste aree hanno scelto d’investire St Microeletronics, Nokia,
Tiscali
Tra i fattori che limitano le
potenzialità di sviluppo economico, oltre alla croniche carenze
infrastrutturali e al peso della criminalità organizzata, c’è
sicuramente la piaga del sommerso. I dati dell’Ires confermano quanto
già si sapeva: nel 1999, sulla base degli ultimi aggiornamenti dell’Istat,
il 41,6 del lavoro irregolare italiano è localizzato nel Sud. Ma
anche i lavoratori regolari non stanno meglio. Al Sud si guadagna oltre
il 10% in meno che al Nord, mentre nel 2000 un lavoratore su cinque è
stato “a bassa retribuzione”: la sua busta paga è stata, cioè,
inferiore ai 2/3 del valore mediano delle retribuzioni di tutti gli
addetti a tempo pieno.
(27 giugno 2002)
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