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Appena rientrato dalla manifestazione del Palavobis
a Milano, di cui è stato uno degli organizzatori, Paolo Sylos Labini,
professore di Economia politica all’Università di Roma, risponde
volentieri ad alcune domande sui temi di strettissima attualità
sindacale e politica.
Rassegna Lo sciopero del 5 aprile
contro la proposta del governo di riformare l’articolo 18, proclamato
unilateralmente dalla Cgil, va inquadrato nel clima di mobilitazione
generale contro il governo?
Sylos Labini Che ci sia un rapporto,
anche senza intenzione dei sindacalisti o degli organizzatori, è
abbastanza evidente, ma si tratta di eventi che hanno motivazioni
diverse. Al Palavobis qualcuno ha ricordato lo sciopero, ma non è
stato l’argomento centrale. Non perché non gli si è data importanza
ma perché erano altri i temi all’ordine del giorno. C’è un
disagio molto forte che riguarda le categorie più diverse in modo
trasversale. Parole d’ordine come stato di diritto e legalità, che
un tempo appartenevano alla destra e ai benpensanti, sono diventate
parole d’ordine della gente in generale: ceti medi, operai, studenti,
professori, avvocati (presenti con due associazioni), persino
magistrati, che per educazione e per mestiere sono più a destra che a
sinistra (questo è ovvio per tutti meno che per Berlusconi). È questa
la destra che considero civile. Quella di Berlusconi non è una destra.
Rassegna E cos’è allora?
Sylos Labini Questo è un punto
importante: l’intenzione di Berlusconi è restare a cavallo. Non per
niente è cavaliere. Allora, come successe con Dini nel suo primo
governo, è capace di cedere repentinamente. Berlusconi non si
preoccupa del bilancio pubblico e delle spese, ma cerca solo
l’appoggio della Confindustria. Certe volte prende posizioni infelici
dal punto di vista civile e della dignità delle persone. Ad esempio la
proposta della buonuscita al posto del reintegro per i lavoratori
licenziati senza giusta causa rientra nella sua mentalità da padrone
delle ferriere: io ti pago e tu stai buono. L’idea è che tutti
possano essere comprati.
Mentalità da
padrone delle ferriere
Ma la stessa Confindustria ha detto che non va bene, perché alla fine
i soldi devono cacciarli i datori di lavoro. In sostanza vedo in Berlusconi
una fragilità strutturale anche quando fa la faccia dura e feroce,
perché non vuole cadere da cavallo. Probabilmente Cofferati lo ha
intuito. E, soprattutto, ha capito che la base è disposta a seguirlo
nella scelta dello sciopero generale e che l’intenzione non è solo
modificare l’articolo 18 ma dare una botta in testa al sindacato. Qui
la questione diventa politica. Non si tratta più di contrattazione, di
“do ut des”.
Rassegna È vero o no che il mercato
del lavoro italiano è troppo rigido e che c’è una correlazione tra
questa rigidità e l’alto tasso di disoccupazione?
Sylos Labini In passato sono stato
molto critico sulle garanzie troppo forti nel mercato del lavoro
italiano, quand’era difficilissimo licenziare. Con i cambiamenti che
sono intervenuti questa rigidità negativa si è fortemente ridotta e
sono stati inseriti molti elementi di flessibilità, parola vaga e
polivalente. La mia posizione è che la rigidità che c’era prima
aiutava i pelandroni, sclerotizzava il turn over e ostacolava i
cambiamenti delle imprese. Ma non bisogna cadere nell’eccesso
opposto, quello di una flessibilità piena come negli Stati Uniti. Non
tanto e non solo per i diritti dei lavoratori e per gli aspetti umani,
ma anche per gli aspetti economici. Con una flessibilità totale viene
meno l’incentivo – non l’unico ma importante – a introdurre
miglioramenti tecnici che possano far crescere la produttività
riducendo le ore di lavoro per date quantità di prodotto, anche se
continuano a operare incentivi in presenza di nuovi processi. Come ho
scritto su l’Unità del 20 gennaio scorso, con una piena libertà di
licenziare non potremmo avere un tale vantaggio, e anzi avremmo
l’ulteriore svantaggio di una più debole crescita della meccanica,
che è uno dei punti di forza della nostra industria. Del resto, quando
pochi mesi fa il dottor Ciocca, vicedirettore della Banca d’Italia,
contestò che gli investimenti erano inferiori a quelli che potevano
essere considerati gli elevati profitti, Confindustria replicò che
erano stati compiuti molti investimenti di ristrutturazione interna
alle imprese proprio per accrescere la produttività, considerati i
forti limiti alla libertà di licenziare. In tal modo riconosceva
implicitamente la validità del mio argomento.
Rassegna Ma l’esempio degli Stati
Uniti non dimostra il contrario?
Sylos Labini Ho detto più volte che
negli ultimi 20-25 anni la produttività negli Stati Uniti è cresciuta
nel complesso meno che in Europa, accusata di eccesso di rigidità. In
una certa misura i limiti alla flessibilità sono utili perché
inducono a far crescere la produttività e questo, nel lungo periodo,
è importante per ovvie ragioni, una delle quali è la competitività
internazionale. La mia diagnosi è che l’indebolimento nella
competitività internazionale osservabile negli Usa, e denunciato dalla
crescita del deficit commerciale, deriva da questo aspetto, che nel
lungo andare si fa sentire. Gli Usa ne hanno evitato finora le
conseguenze perché il dollaro è una moneta di riserva, al contrario
dell’euro. Grazie a ciò gli Stati Uniti sono riusciti per tanto
tempo, e fino a un tempo recentissimo, ad attrarre capitali. Ma alcuni
economisti, pochi ma buoni, tra cui gli americani Krugman e Galbraith e
l’anglo-americano Godley, sono preoccupati delle conseguenze di un
deficit commerciale che non è più bilanciato dai movimenti di
capitale e da una Borsa in crescita (oggi il rendimento delle azioni si
basa solo sulle aspettative di crescita).
Il deficit
degli Stati Uniti
In questo senso, indiretto ma molto importante, la storia americana si
riconnette all’articolo 18.
Rassegna Tornando in Italia, c’è
bisogno o no di più flessibilità nel mercato del lavoro?
Sylos Labini In Italia non c’è più
una situazione paragonabile all’epoca dello Statuto dei lavoratori e
agli anni successivi. Si sono fatti notevoli passi avanti nella
flessibilità senza danno per i lavoratori dipendenti e per
l’economia in generale. Si tratta di andare a fondo – ed è la Cgil
soprattutto a doverlo fare – nello studio, non solo teorico ma anche
pratico, delle forme anomale di lavoro e di contratto. Non ne ho fatto
oggetto di studio, ma la mia impressione è che alcune di queste forme,
come i contratti a tempo determinato e a tempo parziale, hanno avuto
effetti positivi in certe industrie e per certe categorie di persone
(ad esempio le donne con bambini piccoli). Altre hanno avuto effetti
negativi. In certi casi ci sono stati abusi da parte degli industriali
ai danni dei lavoratori dipendenti, in altri no. Allora metterei in
discussione la composizione e l’applicazione di queste forme
flessibili con riferimento alla fasce d’età dei lavoratori, alle
zone geografiche (Sud e Nord del paese, con ulteriori suddivisioni per
il Sud), e poi alle industrie.
Rassegna In definitiva a suo avviso è
giusta la risposta del sindacato al progetto del governo di modificare
l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori?
Sylos Labini Certamente, specie se si
considera l’ipotesi che Berlusconi e il governo vogliono fare i conti
con il sindacato. Purtroppo non siamo in condizioni normali, in cui si
può cercare di convincere la controparte con gli studi e con il
ragionamento. Alla base del problema sindacale c’è poi il fatto che
da 20 anni si è ridotto il peso delle grandi imprese nell’economia,
che hanno avuto un ruolo importante anche come “wage leaders”. Con
le grandi imprese il sindacato si porta dietro interi reggimenti creati
dalla stessa struttura produttiva. Quando crescono le piccole imprese
si passa invece a interessi specifici. In queste condizioni il
sindacato ha vita più dura, anche perché è più difficile
organizzare gente sparpagliata.
Dunque un cambiamento della strategia sindacale è
inevitabile. Occorre accrescere la flessibilità, senza abolire
l’articolo 18 ma proponendo modifiche per la distribuzione e le
caratteristiche dei contratti atipici.
(Rassegna sindacale, n. 9, marzo 2002)
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