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Paolo Sylos Labini

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Mercato del lavoro / Intervista a Paolo Sylos Labini 

Il disagio è trasversale

di Carlo Gnetti

Appena rientrato dalla manifestazione del Palavobis a Milano, di cui è stato uno degli organizzatori, Paolo Sylos Labini, professore di Economia politica all’Università di Roma, risponde volentieri ad alcune domande sui temi di strettissima attualità sindacale e politica.

Rassegna  Lo sciopero del 5 aprile contro la proposta del governo di riformare l’articolo 18, proclamato unilateralmente dalla Cgil, va inquadrato nel clima di mobilitazione generale contro il governo?

Sylos Labini  Che ci sia un rapporto, anche senza intenzione dei sindacalisti o degli organizzatori, è abbastanza evidente, ma si tratta di eventi che hanno motivazioni diverse. Al Palavobis qualcuno ha ricordato lo sciopero, ma non è stato l’argomento centrale. Non perché non gli si è data importanza ma perché erano altri i temi all’ordine del giorno. C’è un disagio molto forte che riguarda le categorie più diverse in modo trasversale. Parole d’ordine come stato di diritto e legalità, che un tempo appartenevano alla destra e ai benpensanti, sono diventate parole d’ordine della gente in generale: ceti medi, operai, studenti, professori, avvocati (presenti con due associazioni), persino magistrati, che per educazione e per mestiere sono più a destra che a sinistra (questo è ovvio per tutti meno che per Berlusconi). È questa la destra che considero civile. Quella di Berlusconi non è una destra.

Rassegna  E cos’è allora?

Sylos Labini  Questo è un punto importante: l’intenzione di Berlusconi è restare a cavallo. Non per niente è cavaliere. Allora, come successe con Dini nel suo primo governo, è capace di cedere repentinamente. Berlusconi non si preoccupa del bilancio pubblico e delle spese, ma cerca solo l’appoggio della Confindustria. Certe volte prende posizioni infelici dal punto di vista civile e della dignità delle persone. Ad esempio la proposta della buonuscita al posto del reintegro per i lavoratori licenziati senza giusta causa rientra nella sua mentalità da padrone delle ferriere: io ti pago e tu stai buono. L’idea è che tutti possano essere comprati. 


Mentalità da padrone delle ferriere
Ma la stessa Confindustria ha detto che non va bene, perché alla fine i soldi devono cacciarli i datori di lavoro. In sostanza vedo in Berlusconi una fragilità strutturale anche quando fa la faccia dura e feroce, perché non vuole cadere da cavallo. Probabilmente Cofferati lo ha intuito. E, soprattutto, ha capito che la base è disposta a seguirlo nella scelta dello sciopero generale e che l’intenzione non è solo modificare l’articolo 18 ma dare una botta in testa al sindacato. Qui la questione diventa politica. Non si tratta più di contrattazione, di “do ut des”.

Rassegna  È vero o no che il mercato del lavoro italiano è troppo rigido e che c’è una correlazione tra questa rigidità e l’alto tasso di disoccupazione?

Sylos Labini  In passato sono stato molto critico sulle garanzie troppo forti nel mercato del lavoro italiano, quand’era difficilissimo licenziare. Con i cambiamenti che sono intervenuti questa rigidità negativa si è fortemente ridotta e sono stati inseriti molti elementi di flessibilità, parola vaga e polivalente. La mia posizione è che la rigidità che c’era prima aiutava i pelandroni, sclerotizzava il turn over e ostacolava i cambiamenti delle imprese. Ma non bisogna cadere nell’eccesso opposto, quello di una flessibilità piena come negli Stati Uniti. Non tanto e non solo per i diritti dei lavoratori e per gli aspetti umani, ma anche per gli aspetti economici. Con una flessibilità totale viene meno l’incentivo – non l’unico ma importante – a introdurre miglioramenti tecnici che possano far crescere la produttività riducendo le ore di lavoro per date quantità di prodotto, anche se continuano a operare incentivi in presenza di nuovi processi. Come ho scritto su l’Unità del 20 gennaio scorso, con una piena libertà di licenziare non potremmo avere un tale vantaggio, e anzi avremmo l’ulteriore svantaggio di una più debole crescita della meccanica, che è uno dei punti di forza della nostra industria. Del resto, quando pochi mesi fa il dottor Ciocca, vicedirettore della Banca d’Italia, contestò che gli investimenti erano inferiori a quelli che potevano essere considerati gli elevati profitti, Confindustria replicò che erano stati compiuti molti investimenti di ristrutturazione interna alle imprese proprio per accrescere la produttività, considerati i forti limiti alla libertà di licenziare. In tal modo riconosceva implicitamente la validità del mio argomento.

Rassegna  Ma l’esempio degli Stati Uniti non dimostra il contrario?

Sylos Labini  Ho detto più volte che negli ultimi 20-25 anni la produttività negli Stati Uniti è cresciuta nel complesso meno che in Europa, accusata di eccesso di rigidità. In una certa misura i limiti alla flessibilità sono utili perché inducono a far crescere la produttività e questo, nel lungo periodo, è importante per ovvie ragioni, una delle quali è la competitività internazionale. La mia diagnosi è che l’indebolimento nella competitività internazionale osservabile negli Usa, e denunciato dalla crescita del deficit commerciale, deriva da questo aspetto, che nel lungo andare si fa sentire. Gli Usa ne hanno evitato finora le conseguenze perché il dollaro è una moneta di riserva, al contrario dell’euro. Grazie a ciò gli Stati Uniti sono riusciti per tanto tempo, e fino a un tempo recentissimo, ad attrarre capitali. Ma alcuni economisti, pochi ma buoni, tra cui gli americani Krugman e Galbraith e l’anglo-americano Godley, sono preoccupati delle conseguenze di un deficit commerciale che non è più bilanciato dai movimenti di capitale e da una Borsa in crescita (oggi il rendimento delle azioni si basa solo sulle aspettative di crescita).


Il deficit degli Stati Uniti
In questo senso, indiretto ma molto importante, la storia americana si riconnette all’articolo 18.

Rassegna  Tornando in Italia, c’è bisogno o no di più flessibilità nel mercato del lavoro?

Sylos Labini  In Italia non c’è più una situazione paragonabile all’epoca dello Statuto dei lavoratori e agli anni successivi. Si sono fatti notevoli passi avanti nella flessibilità senza danno per i lavoratori dipendenti e per l’economia in generale. Si tratta di andare a fondo – ed è la Cgil soprattutto a doverlo fare – nello studio, non solo teorico ma anche pratico, delle forme anomale di lavoro e di contratto. Non ne ho fatto oggetto di studio, ma la mia impressione è che alcune di queste forme, come i contratti a tempo determinato e a tempo parziale, hanno avuto effetti positivi in certe industrie e per certe categorie di persone (ad esempio le donne con bambini piccoli). Altre hanno avuto effetti negativi. In certi casi ci sono stati abusi da parte degli industriali ai danni dei lavoratori dipendenti, in altri no. Allora metterei in discussione la composizione e l’applicazione di queste forme flessibili con riferimento alla fasce d’età dei lavoratori, alle zone geografiche (Sud e Nord del paese, con ulteriori suddivisioni per il Sud), e poi alle industrie.

Rassegna  In definitiva a suo avviso è giusta la risposta del sindacato al progetto del governo di modificare l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori?

Sylos Labini  Certamente, specie se si considera l’ipotesi che Berlusconi e il governo vogliono fare i conti con il sindacato. Purtroppo non siamo in condizioni normali, in cui si può cercare di convincere la controparte con gli studi e con il ragionamento. Alla base del problema sindacale c’è poi il fatto che da 20 anni si è ridotto il peso delle grandi imprese nell’economia, che hanno avuto un ruolo importante anche come “wage leaders”. Con le grandi imprese il sindacato si porta dietro interi reggimenti creati dalla stessa struttura produttiva. Quando crescono le piccole imprese si passa invece a interessi specifici. In queste condizioni il sindacato ha vita più dura, anche perché è più difficile organizzare gente sparpagliata.

Dunque un cambiamento della strategia sindacale è inevitabile. Occorre accrescere la flessibilità, senza abolire l’articolo 18 ma proponendo modifiche per la distribuzione e le caratteristiche dei contratti atipici.

(Rassegna sindacale, n. 9, marzo 2002)

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