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E’ un piccolo libro, molto bello, nato dal
bisogno dell’autore di instaurare un colloquio meno occasionale e
più ravvicinato con gli studenti dell’Università di Padova che
avevano assistito a una lezione da lui tenuta dopo l’attentato
alle Torri gemelle di New York. L’uomo adulto, docente e banchiere
centrale, per ragioni professionali sempre al di qua delle transenne
che, durante i grandi meeting internazionali, dividono i
rappresentanti dei governi e delle istituzioni economiche dai
movimenti no global, prova a misurarsi con l’inquietudine del
popolo al di là delle transenne. Alla maniera degli educatori non
offre ricette salvifiche cash and carry; ma, identificandosi
con il bisogno dei suoi giovani interlocutori, suggerisce una chiave
di lettura, un metodo, un terreno di cimento.
Padoa Schioppa parte da due constatazioni. La
prima: “L’irruzione della tragedia storica nella vita
individuale trasforma la vita stessa, fa percepire la morte come un
evento che non riguarda solo la cerchia dei propri affetti e impone
di chiedersi quale sia il compito della singola persona di fronte
alla storia”. La seconda: “Forse mai il pacifismo è stato
diffuso quanto lo è oggi tra i giovani europei. Si credeva che per
averla, bastasse fare la pace prima di avere fatto la guerra. A New
York abbiamo visto che anche la pace può diventare atroce massacro
e quindi oggi una pace positiva implica che la società abbia un
ordine politico e sociale accettati dai più come giusto. Per
edificarla occorre operare nel campo della politica: e se oggi la
guerra è mondiale anche la pace va istituita su scala mondiale”.
Come? È qui che Padoa Schioppa propone la sua
via: “Il metodo è (...) quello applicato con successo entro i
confini delle città, poi degli Stati: sostituire la giustizia alla
forza, il regno del diritto alla legge del più forte, porre un
limite al potere assoluto di chicchessia, controllare insieme le
armi (...)”. Oggi “il mondo ha una nuova malattia: il contrasto
tra ciò in cui esso è già unito e ciò in cui è ancora
diviso”. “Unito nella produzione e negli scambi, (...)
nell’istantanea trasmissione delle notizie e delle immagini, nella
rapidità dei trasporti (...). Diviso dai drammatici divari delle
condizioni materiali di vita, dalla caotica frammentazione delle
responsabilità e dei poteri, delle culture, della rivalità tra
paesi, delle loro aspirazioni di dominio e di indipendenza; di
strumenti per impedire che tensioni e diversità degenerino in
conflitti economici, politici e religiosi”. E continua: “Pace,
libertà, benessere e giustizia sono beni universali non solo perché
desiderati da tutti gli esseri umani, il che è sempre stato, ma
perché non è più possibile, come un tempo, realizzarli in un solo
paese”. Mercati ed economia, dunque, non bastano più; e fautori e
avversari della globalizzazione, da questo punto di vista,
commettono lo stesso errore di valutazione I primi perché negano la
malattia, i secondi perché la riconoscono ma sbagliano diagnosi e
terapia, entrambi convinti che è l’economia che può risolvere le
questioni politiche. Invece l’economia “non è tutto e nessuna
risposta alla globalizzazione sarà adeguata se non porterà
progressi verso la creazione di un ordine politico che sia
anch’esso mondiale”.
Tuttavia il mondo non è al punto zero. Dalla
dichiarazione universale dei diritti, gli uomini, nell’arco di
poche generazioni, hanno fatto importanti passi avanti verso la
costruzione di un ordinamento sovranazionale. Anche se giganteschi
sono gli insuccessi. Ma non perché “fosse errata l’idea di un
ordine mondiale fondato sui principi della politica e del diritto”
bensì perché, in definitiva, “le Nazioni Unite non sono
unite”.
Come costruire dunque un futuro ordine mondiale?
È possibile l’unione politica del mondo, in cui convivono culture
diverse, senza un punto d’incontro nel campo appunto della
cultura? La risposta di Padoa Schioppa è no e interessanti sono i
suoi argomenti. “Come conciliare la protezione forzosa delle
culture con il diritto di ogni individuo a formarsi la propria
cultura – egli si chiede – quando la molteplicità delle
culture cessa di essere il risultato spontaneo della varietà delle
esperienze umane e dei limiti (...) negli scambi e la diversità
diventa non più un fatto da rispettare ma un fine da
perseguire?”. Anche se il concetto dei diritti umani non è
universale, dappertutto si coglie un’esigenza fondamentale:
“Qualcosa è dovuta all’essere umano per il fatto che è un
essere umano”. E questo costituisce un minimo denominatore comune
per la costruzione di un ordine politico mondiale che non può
rinunciare al pluralismo, alla costruzione di una società concepita
come società aperta.
Occorre cercare di capire, nella consapevolezza
che “l’intera umanità è oggi soggetto della storia. La
condizione odierna è un composto (...) di elementi eterogenei (...)
obbligati a convivere nella mancanza di un ordine politico globale.
La fiducia nella capacità del genere umano di progredire verso la
propria unità è il postulato dell’azione politica motivata dal
perseguimento dei valori. Occorre evitare l’insidia di pensare e
agire come se il nostro pensare e agire non pesassero nulla,
l’insidia della complicità col male o quella del peccato di
omissione”. Bisogna “incominciare a pensare in termini politici,
perché la politica è il modo più completo e fattivo di adoperarsi
per il bene comune”.
Mi accorgo di aver fatto parlare essenzialmente
l’autore. Ma, come non valorizzare il messaggio che un uomo,
di professione economista, ha voluto dedicare soprattutto ai
giovani, incitandoli a riscoprire le ragioni e il valore della
politica?
(Rassegna sindacale, n. 31, 3 settembre 2002) |