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Tommaso Padoa Schioppa / Dodici settembre

L'economista e le ragioni della politica

di Nicoletta Rocchi

Dodici settembre
Tommaso Padoa Schioppa
Milano, Rizzoli, 2002
pp. 144, euro 14

E’ un piccolo libro, molto bello, nato dal bisogno dell’autore di instaurare un colloquio meno occasionale e più ravvicinato con gli studenti dell’Università di Padova che avevano assistito a una lezione da lui tenuta dopo l’attentato alle Torri gemelle di New York. L’uomo adulto, docente e banchiere centrale, per ragioni professionali sempre al di qua delle transenne che, durante i grandi meeting internazionali, dividono i rappresentanti dei governi e delle istituzioni economiche dai movimenti no global, prova a misurarsi con l’inquietudine del popolo al di là delle transenne. Alla maniera degli educatori non offre ricette salvifiche cash and carry; ma,  identificandosi con il bisogno dei suoi giovani interlocutori, suggerisce una chiave di lettura, un metodo, un terreno di cimento.

Padoa Schioppa parte da due constatazioni. La prima: “L’irruzione della tragedia storica nella vita individuale trasforma la vita stessa, fa percepire la morte come un evento che non riguarda solo la cerchia dei propri affetti e impone di chiedersi quale sia il compito della singola persona di fronte alla storia”. La seconda: “Forse mai il pacifismo è stato diffuso quanto lo è oggi tra i giovani europei. Si credeva che per averla, bastasse fare la pace prima di avere fatto la guerra. A New York abbiamo visto che anche la pace può diventare atroce massacro e quindi oggi una pace positiva implica che la società abbia un ordine politico e sociale accettati dai più come giusto. Per edificarla occorre operare nel campo della politica: e se oggi la guerra è mondiale anche la pace va istituita su scala mondiale”.

Come? È qui che Padoa Schioppa propone la sua via: “Il metodo è (...) quello applicato con successo entro i confini delle città, poi degli Stati: sostituire la giustizia alla forza, il regno del diritto alla legge del più forte, porre un limite al potere assoluto di chicchessia, controllare insieme le armi (...)”. Oggi “il mondo ha una nuova malattia: il contrasto tra ciò in cui esso è già unito e ciò in cui è ancora diviso”. “Unito nella produzione e negli scambi, (...) nell’istantanea trasmissione delle notizie e delle immagini, nella rapidità dei trasporti (...). Diviso dai drammatici divari delle condizioni materiali di vita, dalla caotica frammentazione delle responsabilità e dei poteri, delle culture, della rivalità tra paesi, delle loro aspirazioni di dominio e di indipendenza; di strumenti per impedire che tensioni e diversità degenerino in conflitti economici, politici e religiosi”. E continua: “Pace, libertà, benessere e giustizia sono beni universali non solo perché desiderati da tutti gli esseri umani, il che è sempre stato, ma perché non è più possibile, come un tempo, realizzarli in un solo paese”. Mercati ed economia, dunque, non bastano più; e fautori e avversari della globalizzazione, da questo punto di vista, commettono lo stesso errore di valutazione I primi perché negano la malattia, i secondi perché la riconoscono ma sbagliano diagnosi e terapia, entrambi convinti che è l’economia che può risolvere le questioni politiche. Invece l’economia “non è tutto e nessuna risposta alla globalizzazione sarà adeguata se non porterà progressi verso la creazione di un ordine politico che sia anch’esso mondiale”.

Tuttavia il mondo non è al punto zero. Dalla dichiarazione universale dei diritti, gli uomini, nell’arco di poche generazioni, hanno fatto importanti passi avanti verso la  costruzione di un ordinamento sovranazionale. Anche se giganteschi sono gli insuccessi. Ma non perché “fosse errata l’idea di un ordine mondiale fondato sui principi della politica e del diritto” bensì perché, in definitiva, “le Nazioni Unite non sono unite”.

Come costruire dunque un futuro ordine mondiale? È possibile l’unione politica del mondo, in cui convivono culture diverse, senza un punto d’incontro nel campo appunto della cultura? La risposta di Padoa Schioppa è no e interessanti sono i suoi argomenti. “Come conciliare la protezione forzosa delle culture con il diritto di ogni individuo a formarsi la propria cultura –  egli si chiede – quando la molteplicità delle culture cessa di essere il risultato spontaneo della varietà delle esperienze umane e dei limiti (...) negli scambi e la diversità diventa non più un fatto da rispettare ma un fine da perseguire?”. Anche se il concetto dei diritti umani non è universale, dappertutto si coglie un’esigenza fondamentale: “Qualcosa è dovuta all’essere umano per il fatto che è un essere umano”. E questo costituisce un minimo denominatore comune per la costruzione di un ordine politico mondiale che non può rinunciare al pluralismo, alla costruzione di una società concepita come società aperta.

Occorre cercare di capire, nella consapevolezza che “l’intera umanità è oggi soggetto della storia. La condizione odierna è un composto (...) di elementi eterogenei (...) obbligati a convivere nella mancanza di un ordine politico globale. La fiducia nella capacità del genere umano di progredire verso la propria unità è il postulato dell’azione politica motivata dal perseguimento dei valori. Occorre evitare l’insidia di pensare e agire come se il nostro pensare e agire non pesassero nulla, l’insidia della complicità col male o quella del peccato di omissione”. Bisogna “incominciare a pensare in termini politici, perché la politica è il modo più completo e fattivo di adoperarsi per il bene comune”.

Mi accorgo di aver fatto parlare essenzialmente l’autore. Ma,  come non valorizzare il messaggio che un uomo, di professione economista, ha voluto dedicare soprattutto ai giovani, incitandoli a riscoprire le ragioni e il valore della politica?

(Rassegna sindacale, n. 31, 3 settembre 2002)