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Relazioni pericolose

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Mania-Sateriale / Relazioni pericolose

Dalla concertazione alla consultazione

di Fernando Liuzzi

Relazioni pericolose. Sindacati e politica dopo la concertazione
Roberto Mania, Gaetano Sateriale
Bologna, Il Mulino, 2002
pp. 160, 10,50 euro

La concertazione è morta, viva la consultazione. Può forse essere riassunto così il senso ultimo, e starei quasi per dire il messaggio politico, dell’agile volumetto appena uscito per Il Mulino e brillantemente intitolato Relazioni pericolose. Sindacati e politica dopo la concertazione. Dopo la concertazione, appunto. Perché, diciamolo subito, uno dei meriti del libro è proprio quello di aiutare il lettore interessato alle questioni sindacali a collocarsi mentalmente in un “dopo” di cui non tutti hanno capito che è già cominciato. E non l’hanno capito, forse, proprio perché questo “dopo” ha, per adesso, connotati così incerti che è difficile farsene un’idea. E il pensiero umano tende a respingere dal proprio ambito di ragionamento le cose che non sono state ancora concettualizzate.

Ma cominciamo dall’inizio, ovvero dai due autori. Uno è ben noto ai lettori di Rassegna. Stiamo parlando di Gaetano Sateriale, già dirigente della Filcea prima e della Fiom poi, con un significativo intermezzo all’Ufficio industria della Cgil, e oggi sindaco di Ferrara. Coautore, con Sergio Cofferati, di A ciascuno il suo mestiere e autore, in proprio, di Contrattare in azienda, un libro pubblicato dalla Edit. Coop, ovvero dallo stesso editore di questo settimanale. L’altro, ben noto agli addetti ai lavori, è invece quasi sconosciuto al grande pubblico. Si tratta di Roberto Mania, un giornalista che per un decennio ha lavorato al servizio sindacale dell’agenzia Ansa e, da fine ottobre, è entrato nella neonata redazione del quotidiano Il Riformista.

Una strana coppia formata da un ex protagonista e da un cronista delle vicende sindacali dello scorso decennio. E probabilmente la diversità delle esperienze e delle competenze dei due autori, ben amalgamate da un loro qualche idem sentire e illuminate dall’abitudine, comune ad entrambi, a pensare con la propria testa, è una delle chiavi che spiegano la freschezza e l’originalità del ragionamento.

Il libro si divide in due parti. Nella prima, Mania e Sateriale offrono una rapida ricostruzione ragionata degli anni novanta. Nella seconda, che ha l’andamento di un pamphlet più che di un saggio analitico, avanzano delle proposte valide per il futuro delle relazioni industriali nel nostro paese considerato nel contesto del processo di potenziamento dell’Unione europea. Affezionati entrambi all’idea, non esplicitata, che lo specifico sindacale sia la tutela e la promozione contrattuale delle condizioni di chi lavora, gli autori propongono innanzitutto una loro tesi “forte” (anche se non del tutto nuova). Nella storia recente del nostro paese, il movimento sindacale confederale si è trovato, in due significative occasioni, a dover svolgere un’azione di supplenza nei confronti dei partiti politici (io direi: del sistema politico). La prima volta è stata quella che comincia con l’autunno caldo e prosegue con la stagione, immediatamente successiva, della lotta per le riforme sociali. Diciamo dal 1969 ai primi anni settanta. La seconda è quella inaugurata dalla firma, avvenuta il 23 luglio 1993, del famoso Protocollo Ciampi e proseguita con le riforme del sistema pensionistico e del mercato del lavoro.

Ebbene, in entrambi i casi la via della supplenza è stata imboccata non per una scelta aprioristica ma per fronteggiare necessità esterne. Dare una risposta alla prepotente spinta rinnovatrice che saliva dalla società, nel primo caso. Traghettare il paese fino all’ingresso concreto nella nascente Unione europea, nel secondo. In entrambi i casi, però, l’azione di supplenza si sarebbe prolungata troppo nel tempo, mettendo capo a due soluzioni drastiche di continuità, ovvero a due sconfitte. Nel primo caso, con una sconfitta sociale, rappresentata dalla marcia dei quarantamila e dal successivo accordo Fiat

dell’ottobre 1980. Nel secondo caso con una sconfitta politica, concretizzatasi con la recentissima firma separata del cosiddetto “Patto per l’Italia”.

Dopo l’appassionata descrizione dei buoni risultati della politica dei redditi e dell’azione riformatrice portata a compimento dai sindacati, assieme a diversi governi, nella prima metà degli anni novanta, e dopo l’analisi impietosa dell’azione condotta dal secondo governo Berlusconi per azzerare la concertazione, ci si potrebbe attendere che gli autori, il cui idem sentire è di ceppo riformista, si propongano di richiamare in vita il Protocollo del 23 luglio ’93. Ma qui sta la maggiore originalità del ragionamento. Senza rimpianti, Mania e Sateriale guardano avanti. Guardano, appunto, al dopo-concertazione.

Lo Stato nazionale ha costituito il naturale contenitore delle vicende sindacali sopra ricordate. Ma proprio questo è il punto. (Un punto che, occorre dirlo, viene spesso trascurato nel dibattito corrente sull’attualità sindacale.) Oggi gli Stati nazionali attraversano, almeno in Europa, un processo di relativo deperimento. Con un duplice e contemporaneo processo, costituito dalla costruzione europea e dalla trasformazione federalista dello Stato italiano, i poteri collocati al centro si vengono indebolendo. Tali poteri vengono invece attratti, dicono gli autori, da “due magneti”, ovvero vengono trasferiti, in alto, verso l’Unione europea e, in basso, verso la periferia costituita dalle Regioni e dagli enti locali.

Ebbene, suggeriscono Mania e Sateriale, in questo nuovo scenario uno schema tipicamente centralistico,  come quello della concertazione proceduralizzata, non tiene più. Non può essere trasportato a livello europeo, dove non c’è ancora un soggetto politico forte come i vecchi Stati nazione. Ma non può neppure essere trasferito nelle periferie locali, dove il proliferare dei soggetti istituzionali è tale che la relativa rigidità delle procedure concertative darebbe luogo a un insieme ingestibile.

Al posto della concertazione, gli autori propongono quindi l’introduzione di una formula più leggera, qui definita come consultazione. Immaginando, anche sulla scorta delle esperienze già maturate in questi anni a livello territoriale, una diffusa prassi di reciproca consultazione, appunto, che pur lasciando in ultima analisi le mani libere ai poteri locali come alle parti sociali, serva almeno a istruire le pratiche e a preparare il terreno, in via preventiva, a qualsiasi confronto abbia a oggetto la materia del lavoro (annessi e connessi compresi). La proposta è, ovviamente, discutibile. Ma, almeno, ci aiuta a pensare usando uno schema nuovo. Non dite che non ce n’è bisogno.

(Rassegna sindacale, n. 42, 19 novembre 2002)