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Il lavoro nella net economy? 
Un Giano bifronte

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Fontana-Mazza / E-job. Guida al lavoro nella net-economy

Il lavoro nella net economy? 
Un Giano bifronte

di Eliana Como

E-job. Guida al lavoro nella net-economy
a cura di Renato Fontana e Barbara Mazza
Milano , Guerini e Associati, 2001
pp. 270, euro 19,62  (l. 38.000)

A marzo del 2000 l’indice azionario delle società tecnologiche toccava il suo massimo. Solo a un anno di distanza, lo stesso indice registrava un crollo del 60 per cento, pari a 10 milioni di miliardi di lire. La fiammata speculativa che ha accompagnato la rivoluzione di Internet si è spenta, scoppiata in Borsa come una bolla di sapone. Adesso s’ipotizza addirittura che non esista una new economy in senso stretto e che quello che abbiamo davanti sia definibile soltanto come una maggiore attenzione dei processi economici alle nuove tecnologie dell’informazione, i cui caratteri nuovi e si aggiungono a quelli tradizionali. Del resto, la diffusione di Internet e il business legato al web non sono ancora fenomeni di massa, soprattutto in Italia, dove,  tra un’università pigra e un sistema imprenditoriale miope, solo un individuo su quattro utilizza Internet e appena il 3 per cento della popolazione viene classificata come web buyer. Ridimensionata la giostra dei media e l’euforia finanziaria sull’illusione di un nuovo corso, resta tuttavia evidente che i processi innescati dalla net economy hanno prodotto e continuano a produrre effetti  rivoluzionari a livello di produzione e organizzazione del lavoro.

Parte da qui la riflessione che ispira il libro curato da Renato Fontana e Barbara Mazza. Il testo, ripercorrendo le trasformazioni determinate dall’avvento di Internet, affronta diversi temi: dalla proliferazione delle nuove professioni alla nascita di nuove competenze e nuove forme di ricerca del lavoro, dal mutamento della tradizionale divisione tra generi alla trasformazione dei modi di organizzare, concepire e tutelare il lavoro.

Sulla divisione del lavoro tra i generi, l’ipotesi è che essa sia profondamente modificata dalle nuove tecnologie. Anche se in molti paesi l’aumento dell’occupazione femminile procede di pari passo con quello della disoccupazione, le caratteristiche del genere femminile conquistano una visibilità inedita, risultando le donne più facilmente adattabili degli uomini al post fordismo e alla net economy. Le attività tipicamente femminili aumentano e le risorse un tempo secondarie, come la comunicazione e la capacità di relazione, diventano centrali. Del resto i mestieri della net economy permettono di conciliare meglio gli impegni familiari e le esigenze di flessibilità delle imprese, imponendo una discontinuità e un’intermittenza cui le donne sono tradizionalmente più abituate.

Sui nuovi mestieri, il libro propone in appendice un lungo elenco, tutto o quasi in inglese: dal web alliance manager al system monitoring manager al trouble report handling (test). Si avverte che nella maggior parte dei casi queste figure sono difficilmente distinguibili e svolgono mansioni simili e intercambiabili tra di loro. Si avverte inoltre che vi sono molti altri profili con qualifiche affini, ma che non vengono citate perché meno importanti a livello decisionale e gestionale. Ci sono invece gli operatori dei call center, coloro che “hanno rapporti diretti con la clientela per l’erogazione di informazioni su prodotti/servizi e per le attività di consulenza”.

 

Resta da chiedersi chi sia a impacchettare e trasportare i libri venduti da Amazon. E  questo porta a un’altra riflessione: chi è il lavoratore della net economy, come cambia il suo rapporto con il capitale e a vantaggio di chi si trasformano le forme e i modi di lavorare. L’ipotesi è che se da un lato per l’impresa virtuale contano meno le distanze geografiche, le limitazioni temporali e le disabilità lavorative, dall’altro il diffondersi delle nuove tecnologie si accompagna a un maggiore sfruttamento del lavoro, determinato tanto dall’aumento degli orari quanto dalla progressiva flessibilizzazione e precarizzazione delle forme contrattuali. L’overwork è ormai una componente indispensabile della vita aziendale, tanto che l’orario medio raggiunge le 42 ore settimanali. Nel contempo si diffonde la logica del lavoro autonomo di seconda generazione; lavoro che, se da una parte attrae i soggetti verso l’imprenditorialità in un contesto in cui i costi iniziali sono relativamente bassi, dall’altra spesso risulta del tutto simile al tradizionale rapporto di lavoro subordinato, solo apparentemente mascherato d’autonomia per sfuggire alla legislazione sociale.

L’incremento della produttività determinato dall’informatica e dalla telematica non sembra dunque andare a beneficio di chi lavora, nonostante sia sempre più chiaro che la produttività si misura sul grado d’innovazione e sulle idee che le persone immettono nell’impresa. Il lavoratore diventa soggettività attiva ed è chiamato a mettere a disposizione del capitale rapporti umani, relazioni sociali e di vita, pensieri e intuizioni, ma al tempo stesso si abbassano i tassi di crescita dei redditi da lavoro, gli orari aumentano, le tutele diminuiscono.

Dunque l’Ict, il telelavoro e l’e-work sono davvero potenzialmente in grado di migliorare la qualità del lavoro, rendendolo meno gravoso e più facilmente conciliabile con il tempo di vita, ma alla prova dei fatti i risultati della loro applicazione rischiano di essere tutt’altro.

Questo implica per il sindacato un nuovo e più deciso impegno e soprattutto la capacità di mettersi alla prova, percorrendo nuove strade e confrontandosi con problemi e aree d’intervento inedite, affinché gli aumenti di produttività non prescindano dall’aumento di soddisfazione dei lavoratori.

(Rassegna sindacale, n. 2, gennaio 2002)