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Borzi / La parabola Enron

La chimera di Kenny Boy

di Miriam Tola

La parabola Enron
Nicola Borzi
Milano, Feltrinelli, 2002
pp. 152, 9 €

Houston, la città delle stelle, sede del centro Nasa motore dell’espansione Usa nello spazio siderale. Qui, nel Texas dove i Bush sono di casa, comincia la storia della Enron. Un nome che evoca quello che il Sole 24 Ore ha chiamato “il più colossale crack della storia aziendale mondiale”, il primo di una lunga serie di scandali finanziari (Worldcom, Tyco, Adelphia, Qwest, per citarne alcuni) che, proprio un anno fa, fece tremare Wall Street.

Alla nascita, l’ascesa e al declino del colosso dell’energia, principale finanziatore della carriera politica di Bush Senior e Jr., mito per i broker di tutto il mondo, è dedicato il libro di Nicola Borzi, giornalista del Sole24Ore-online, già autore del libro sulle armi biochimiche I killer invisibili.  

Costruito sulla base di oltre 6800 documenti raccolti in rete, è una ricostruzione puntigliosa che parte dal 1985, quando la InterNorth, compagnia di gestione di gasdotti, acquistò la rivale Houston Natural Gas. Poco dopo la nuova società fu ribattezzata Enron. A guidarla era Kenneth Lay, (Kenny Boy per gli amici) capitalista impegnato ad accreditare il suo “volto umano” e a diffondere nel mondo il Verbo della deregulation.

Al suo fianco un manipolo di fidi “golden boys”, tra cui le punte di diamante Jeffrey Skilling e Andrew Fastow, manager pronti a tutto pur di accrescere il volume d’affari dell’azienda e soddisfare la propria ambizione. Insieme guidarono la mutazione genetica della Enron innestando sul suo vecchio corpo industriale nuove componenti con l’obiettivo dell’illimitata espansione nel mercato planetario. Tanto che, scrive Borzi, “alla fine della sua esistenza, la Enron era ormai simile alle chimere, immaginari mostri inquietanti il cui corpo è composto da membra di animali diversi”.

A metà anni novanta la corporation era pronta a cavalcare l’onda della new economy. Il tuffo nell’e-business si concretizzò nel 1999 con la nascita di EnronOnline (sito Internet di trading on line ben presto “prima fonte di fatturato”) e della divisione per i servizi Internet su banda larga. Un trionfo. Sancito anche dalla prestigiosa rivista Fortune che, nel 2000, inserì la Enron al ventiduesimo posto della classifica delle “100 migliori compagnie per le quali lavorare in America”. Perfino i primi 

scricchiolii della new economy sembrarono non toccare la compagnia finché le dimissioni di Skilling nell’agosto del 2001 non cominciarono a suscitare qualche sospetto nella business community.

Fu allora che il marcio iniziò ad affiorare e la fiducia in Kenny Boy crollò. Gli azionisti si diedero alla fuga, finché il 2 dicembre 2001 la corporation dichiarò il fallimento seguito dall’apertura di cause legali e dal licenziamento di 4mila dipendenti (poi divenuti 20mila). Alcuni si trasformarono in uomini sandwich mostrando cartelli con su scritto: “Vittima della Enron – sono senza lavoro – accetto qualsiasi impiego purché onesto”.

Dalle pieghe di una contabilità straordinariamente “creativa”  emersero le cause del crack: una rete finanziaria di società, formalmente non controllate, attraverso le quali la Enron teneva fuori bilancio debiti e perdite. Venne fuori anche che l’effetto dopante era legato all’abuso febbrile di strumenti finanziari tra i più rischiosi e speculativi mai impiegati nei mercati mondiali.

Oltre al management Enron, “L’11 settembre dei mercati” (la definizione è di Luigi Spaventa) ha trascinato nel fango la Arthur Andersen, mega società di revisione che avrebbe dovuto segnalare i buchi nel bilancio ma in realtà risultò complice dell’azienda da cui, nel 2000, ricevette una grassa parcella di 52 milioni di dollari. Sotto accusa anche gli analisti di alcune tra le maggiori banche del pianeta che fornivano crediti alla Enron e suggerivano ai risparmiatori di investire nelle azioni della compagnia. Per non parlare dell’amministrazione statunitense, George W. Bush in testa, che aveva goduto dell’incondizionato appoggio e dei cospicui finanziamenti di Lay nella sua corsa verso la Casa Bianca.

Ciò che emerge dal volume, preziosa e accurata descrizione dei meccanismi interni di una bomba a orologeria, è una fitta rete di conflitti d’interesse tra imprese, revisori di conti, autorità di controllo, amministrazioni, banche nonché un buco nero legislativo nell’ambito delle transazioni finanziarie, che ha permesso alla Enron di nascondere falle di dimensioni gigantesche.

Ma forse ciò che Borzi non sottolinea abbastanza è che questo intreccio è l’arteria principale del capitalismo globale.

(Rassegna sindacale, n. 46, 17 dicembre 2002)