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C’era
una volta la classe operaia (…) sapeva dove voleva arrivare (…) e
cosa gli serviva per arrivarci. C’era, e non c’è più”. Eric J.
Hobsbawm torna in libreria con un’insolita storia del movimento
operaio, narrata dal punto di vista della maggioranza dei lavoratori,
la gente comune, la gente di tutti i giorni.
“Gente
che lavora”, appena uscito per Rizzoli, è una raccolta di saggi
scritti tra la fine degli anni 70 e l’inizio degli 80. L’autore
ripercorre, attraverso un copioso susseguirsi di riferimenti
bibliografici, la formazione, l’evoluzione e – in parte – il
declino delle classi lavoratrici dalla fine del Settecento alla
seconda metà del Novecento. Le organizzazioni sindacali e i partiti
socialisti, i leader e le ideologie cedono il ruolo di protagonisti
alla vita quotidiana, nei gesti e nelle consuetudini dei lavoratori,
nelle loro idee e nella loro cultura, nelle basi materiali della loro
esistenza. Hobsbawm dà corpo e anima a un passato suggestivo e quasi
leggendario, raccontando la storia di persone comuni, uomini
“piccoli e scuri, grinzosi e olivastri in volto appena passati i
trent’anni” e donne che a sedici anni escono con i ragazzi, a
diciotto si fidanzano e il giorno del matrimonio raggiungono il
culmine di una vita destinata poi al sacrificio.
È
la storia della “plebe” e dei “lavoratori poveri” che
diventano “proletariato”, della coscienza di classe e della
quotidiana esperienza del lavoro in fabbrica, che dimostra che si deve
“agire collettivamente o non agire affatto”.
È la storia del lunedì festivo e delle feste tradizionali, imposte
al calendario borghese con l’assenteismo di massa, del calcio come
sport proletario e del concorso pronostici come “unica forma di
studio per uomini che non leggono libri”. È la storia delle vacanze
al mare, delle friggitorie fish-and-chips, dei pub e della convinzione
etica che tutti hanno diritto a un trattamento più onesto.
È la storia del laicismo militante del movimento operaio e socialista
che si professa libero da ogni religione, pur provenendo da un mondo
contadino in cui la dimensione del sacro è inseparabile dalla gente
comune. È la storia dei tavernieri in concorrenza con i preti per gli
stessi clienti, dei viticultori votati al libero pensiero, degli
artigiani sedentari che filosofeggiano mentre svolgono il loro
consueto lavoro. È la storia delle donne che rifiutano di mandare i
loro figli al catechismo, dei neonati con nomi di militanti operai e
dei funerali dei sovversivi che diventano riti collettivi di una nuova
religiosità laica e profana.
È
la storia dei rituali operai e delle abitudini che diventano cerimonie
nonostante l’accusa marxista di irrazionalismo e autoritarismo
superstizioso. È la storia dei minatori del Galles che discutono di
politica in fondo al pozzo mentre aspettano che la vista si sia
abituata all’oscurità. È la storia di stendardi e rosette, di
nastri e fusciacche, di ciondoli per le catene degli orologi e del
Primo Maggio, occasione familiare e festa popolare che afferma la
nascita di una nuova classe, che ostenta con orgoglio la propria
organizzazione e il proprio autocontrollo. È la storia della bandiera
rossa e del pugno chiuso che nascono così per caso, quasi
improvvisati.
È
la storia del mercato del lavoro di Londra, dei suoi quartieri e delle
sue strade, della sua manodopera frammentata, dei tram e dei treni,
novità rivoluzionarie che cambiano la vita del lavoratore comune,
permettendogli di uscire dal cerchio ristretto delle distanze
percorribili a piedi.
È
la storia della coscienza nazionale all’interno dei movimenti operai
e degli irlandesi che si sentono più nazionalisti cattolici o
unionisti protestanti che sfruttati. È la storia delle piccole patrie
del proletariato, delle identità nazionali che si sovrappongono alla
struttura di classe e del patriottismo che minaccia la coscienza
operaia. È la storia dei diritti civili e universali dell’uomo,
rivendicati da un movimento operaio fatto per lo più di uomini
benpensanti, antisemiti e maschilisti. È la storia delle convinzioni
e delle speranze del sindacalismo rivoluzionario e dello sciopero
generale, del lavoro quotidiano di mobilitazione nelle fabbriche,
della militanza spontanea e delle iniziative dirette sul posto di
lavoro.
È
la storia dell’higher working class, l’aristocrazia del lavoro,
che rispetto alla massa dei lavoratori non specializzati ha più
rispettabilità ma la stessa insicurezza, le stesse preoccupazioni, lo
stesso pericolo della miseria. È la storia dei figli degli artisans
che non sposano i figli dei labourers e di un muratore che nonostante
la grave disoccupazione non accetta un posto dequalificato in un
gasometro, per non sentirsi dire che “è un tuttofare, non ha
mestiere”. È la storia dei pianoforti acquistati a rate che
distinguono la minoranza operaia che può permetterseli da quella che
non può.
È
la storia sociale, una storia che non parla solo del capitalismo
monopolistico ma del caporeparto e della busta paga, non solo delle
politiche assistenziali dei governi ma delle file di attesa per il
sussidio di disoccupazione. È la storia dal basso, che trascende i
nomi noti, le lotte e le conquiste sindacali e riscopre lo spessore
concreto della quotidianità e degli individui.
(Rassegna sindacale, n. 6, febbaio 2002)
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