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Marano / Avremo mai la pensione?
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Pensioni, veri e falsi problemi
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di Beniamino Lapadula
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Avremo mai la pensione?
Angelo Marano
Milano, Feltrinelli,
2002
pp. 128, 8 euro
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Esistono una serie di motivi che giustificano
l’obbligatorietà dei sistemi pensionistici e il ruolo assunto
dall’operatore pubblico. La prima ragione è di natura
“paternalistica”: lo Stato, obbligando tutti ad accumulare
risparmi per la vecchiaia, evita di dover intervenire
successivamente per assistere i cittadini “cicala” che non hanno
pensato al futuro. In secondo luogo c’è il rischio che i
livelli salariali troppo bassi non permettano ai lavoratori di
accantonare volontariamente risparmio. È perciò fondamentale che
l’obbligo di versare i contributi sia posto in capo al datore di
lavoro. Molte sono poi le motivazioni che spiegano l’importanza
del ruolo dello Stato in materia pensionistica.
Angelo Marano, nel suo libro, ne elenca quattro.
Due sono connesse al “fallimento” dei mercati finanziari e
assicurativi. Le compagnie assicurative, a causa di asimmetrie
informative, non sono in grado di chiedere premi sostenibili, alla
portata cioè delle tasche dei lavoratori; inoltre – ed è la
seconda motivazione – non esistono strumenti finanziari capaci di
garantire ai lavoratori una pensione certa senza l’intervento
dello Stato. La terza ragione è di ordine storico: proprio il
fallimento di numerosi fondi pensione causati da guerre, crisi
inflattive e crolli borsistici ha costretto l’operatore pubblico a
intervenire per garantire, almeno in parte, i diritti pensionistici
maturati. Infine non vanno trascurati altri obiettivi, più o meno
nobili, dell’intervento pubblico: da quelli redistributivi a
quelli risarcitori o assistenziali a quelli clientelari.
Partendo da queste considerazioni preliminari,
che già collocano il libro fuori dal coro di coloro che sostengono
la privatizzazione della previdenza, l’autore spiega con chiarezza
le differenze tra sistema retributivo e sistema contributivo e tra
finanziamento a ripartizione e finanziamento a capitalizzazione.
Quindi ripercorre con grande lucidità le riforme degli anni 90 fino
a tratteggiare il progetto del governo di centro destra contenuto
nella delega pensionistica mettendone in luce i rischi per la tenuta
dei conti previdenziali e i trattamenti pensionistici delle giovani
generazioni di lavoratori.
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La parte sicuramente più stimolante del testo
è intitolata “Veri e falsi problemi”. Qui, con dovizia di dati
e argomentazioni, si dimostra l’infondatezza degli allarmi che
vengono quotidianamente lanciati dalla stampa sulla sostenibilità
della spesa pensionistica. L’obiettivo di stabilizzazione della
spesa è stato conseguito. Si può pensare a un progressivo
ribilanciamento tra le sue varie componenti che ne riduca la parte
assistenziale, ma solo a condizione che vengano attivate altre
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componenti come ad esempio quelle degli
ammortizzatori sociali, che possano prenderne il posto. Marano non
si ferma però a tali considerazioni ottimistiche, anzi mette a
fuoco quello che, a suo giudizio, è il problema più grave:
l’incapacità dell’attuale sistema pensionistico di tutelare il
valore della pensione futura di fronte al progressivo invecchiamento
della popolazione. Si tratta di una preoccupazione ampiamente
condivisibile anche se l’autore, forse, si dimostra troppo
pessimista nel sostenere che tutti i rischi derivanti dalla
demografia, dall’economia e dall’aumento dell’aspettativa di
vita finirebbero con lo scaricarsi sui singoli. Il sistema
contributivo introdotto dalla riforma Dini, infatti, almeno per i
lavoratori meno fortunati, contiene un elemento solidaristico insito
nella sua formula di calcolo. Grazie a quest’elemento i lavoratori
con percorsi di carriera piatti e una crescita retributiva inferiore
a quella dell’economia si vedranno rivalutati i contributi a un
tasso pari a quello di aumento del Pil e quindi superiore alla loro
dinamica salariale. La critica di Marano va però presa in seria
considerazione e con essa il suggerimento di utilizzare la politica
fiscale per distribuire in modo più uniforme i costi della
congiuntura economica e finanziaria. In tal senso appare un utile
terreno di approfondimento l’ipotesi di costituire fondi di
riserva per pianificare la distribuzione dei costi
dell’invecchiamento fra le diverse generazioni.
La parte meno convincente dell’opera è invece
quella dedicata ai fondi pensione. Bene fa l’autore a
demistificare l’idea della previdenza integrativa come panacea di
tutti i mali. Meno condivisibile invece è un giudizio, quello sui
fondi, che appare troppo negativo. Ciò dipende anche dal
fatto che l’autore sembra guardare con rassegnazione alla
riluttanza degli imprenditori italiani a rivolgersi al mercato
finanziario. Ma è proprio l’idea di una modernizzazione del
paese, del superamento del capitalismo familiare e dello sviluppo
della democrazia economica che ha spinto il sindacato verso la
previdenza complementare. Una previdenza appunto complementare e non
sostitutiva rispetto a quella previdenza pubblica a ripartizione che
rappresenta la tutela pensionistica garantita a cui i lavoratori non
intendono rinunciare.
(Rassegna sindacale, n. 41, 12 novembre 2002) |
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