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Nicola Rossi / Riformisti per forza

Ma Cofferati non è Scargill

 

di Beniamino Lapadula

Riformisti per forza. La sinistra italiana tra 1996 e 2006
di Nicola Rossi
Bologna, Il Mulino, 2002
pp. 176, euro 10,50

 

Dopo un ciclo di governo quasi decennale, il centro sinistra il 13 maggio 2001 ha subìto una sconfitta politica. Ha pesato l’incapacità di mettere in campo una coalizione sufficiente per vincere con le regole del bipolarismo, ma soprattutto la debolezza culturale con cui l’Ulivo, e in particolar modo la sinistra, hanno affrontato la straordinaria quantità di problemi che caratterizzavano l’Italia del 1996. È questa la tesi di fondo sviluppata dal libro di Nicola Rossi. L’autore non manca di prendere anche le misure del centro destra analizzando con attenzione le scelte di politica economica del governo Berlusconi a partire dalla manovra dei cento giorni e mettendo in evidenza la mediocrità e il provincialismo della nuova dirigenza politica del paese. Si è trattato, come giustamente rileva Rossi, di una politica funzionale a quella parte del mondo produttivo italiano che sceglie di competere solo sul terreno dei costi e non anche della qualità. Meno convincenti sono però quelle parti del libro che s’interrogano sui limiti del centro sinistra e ne analizzano le politiche adottate.

L’esperienza della programmazione negoziata, ad esempio, viene liquidata in modo sferzante e questo non può che meravigliare il lettore. Nicola Rossi, infatti, ha svolto un ruolo rilevante nei governi di centro sinistra, prima come consigliere economico di D’Alema, poi di Visco. Il libro finisce col polemizzare con la programmazione negoziata sulla base di una versione caricaturale che non ne coglie l’evoluzione, dalla ricerca, agli inizi degli anni 90, di strumenti sostitutivi dell’intervento straordinario nel Mezzogiorno, al nuovo quadro di riferimento predisposto dal governo Prodi. Rossi critica il principio fideistico che affida alla pubblica amministrazione analisi, valutazioni e scelte, assumendone un altro, non meno ideologico, che ritiene non distorsivi solo gli incentivi automatici. Le critiche alla programmazione negoziata aprono però la strada a un attacco in piena regola ai sindacati, rei - finita la stagione dell’emergenza - di non aver fatto come Cincinnato e di non essere “Tornati a custodire la loro villa”, come dice la citazione di Machiavelli che apre il capitolo del libro intitolato “A ciascuno il suo mestiere” .

 

Bene avrebbero fatto i sindacati, secondo Nicola Rossi, a occuparsi soltanto della tutela dei loro iscritti senza pretendere di rilanciare una nuova stagione concertativa e volere, come avvenne a Natale del 1998, la stipula di nuovi patti sociali. Ma l’economista, oggi parlamentare dei Democratici di sinistra, non si ferma qui. A suo giudizio il sindacato, “sempre meno presente nei luoghi di lavoro e sempre più nei giardinetti”, ha finito per essere distratto sul terreno redistributivo, accettando la compressione dei livelli retributivi, ed è riuscito addirittura a dimenticare la tragedia degli infortuni sul lavoro.

 

 

Questo crescendo di critiche non si esaurisce qui, serve a preparare la tesi centrale del libro, che è esplicitata nell’ultimo capitolo. La sinistra riformista, a giudizio dell’autore, deve affrontare liberamente il tema della sua rappresentanza sociale. Oggi non c’è più sovrapposizione fra valori e interessi, quindi accettare la sfida di rappresentare il lavoro sarebbe sbagliato, significherebbe arroccarsi e ripetere così più di vent’anni dopo gli errori commessi dai laburisti inglesi nel contrastare la Thatcher. Sfugge a Nicola Rossi le differenza abissale tra il movimento sindacale italiano e le Unions britanniche, così come non gli sono chiare le motivazioni che sono state alla base della mozione “Per tornare a vincere” del Congresso Ds di Pesaro. Giovanni Berlinguer non è Michael Foot e Sergio Cofferati non è Arthur Scargill. Il punto del contendere è un altro. Molti nei Ds pensano che la sinistra dovrebbe affrontare liberamente il tema della sua rappresentanza sociale in quanto non sarebbe più il tempo di rappresentare parti ben definite della società, ma non lo dicono apertamente. Nicola Rossi ha l’onestà intellettuale di affermarlo. Gi sfugge però che senza un saldo ancoraggio alla concretezza delle condizioni di lavoro, di quel lavoro che resta uno dei fondamenti principali della cittadinanza e dell’identità delle persone, la sinistra diventa evanescente, perde la sua funzione. Questa è del resto la lezione degli ultimi mesi: è grazie al vasto movimento di lotta che coinvolge lavoratori di tutti i tipi e di tutte le generazioni che la sinistra, uscita annichilita dalla sconfitta elettorale, comincia nuovamente a ritrovare un ruolo. All’opposto di quanto ritenuto dall’autore di Riformisti per forza, in queste settimane la sinistra dei valori ha guardato negli occhi quella degli interessi (se per interessi Rossi intende quelli rappresentati dal sindacato) e non solo non l’ha trovata, “come nel Ritratto di Dorian Gray vecchia, livida e scavata”, ma l’ha vista vitale, piena di nuove energie, capace di essere referente di nuovi gruppi sociali, di rafforzare la voglia di partecipare e di contare delle giovani generazioni.

(Rassegna sindacale, n. 18, 14 maggio 2002)