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«Nuovi Argomenti» / Come lavoro
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Gli scrittori e il lavoro
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di Davide Orecchio
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«Nuovi Argomenti»
Come lavoro
N.18, aprile-giugno 2002
euro 10,00 |
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C’è il poeta in incognito che all’alba si
aggira per i quartieri romani. Il suo compito è controllare gli
impianti termici di scuole e abitazioni gestiti dalla società
petrolifera presso cui lavora, ma tra un sopralluogo e un rapporto,
mentre la città dorme, spesso in automobile, lui scrive racconti e
poesie. Va avanti così per anni finché non gli pubblicano un libro
che riscuote successo (Fernando Acitelli, La solitudine dell’ala
destra, 1998). In azienda storcono il naso e va a finire che lo
licenziano. Lui che fa? Inizia a campare di quello che scrive, e
ancora se ne stupisce. C’è l’insegnante d’inglese in un
istituto tecnico, nonché traduttore di poesie, che da un paio
d’anni ha vinto un concorso e del suo lavoro l’unica cosa che
pensa è: «So che mi pagano tutti i mesi e stento ancora a crederci».
C’è il professore di italiano e storia (Rocco Carbone) che ha
scelto di insegnare nella sezione femminile del carcere romano di
Rebibbia, perché «lavorare in un carcere, con persone difficili da
incontrare abitualmente, credo sia un privilegio per uno scrittore».
Poi c’è il giovane romanziere che si mantiene facendo
l’animatore alle scuole elementari, a Marsiglia, e commenta: «Vivo
con meno di un milione al mese da dieci anni, da quando lavoro e
vivo da solo, e ho sempre fatto quello che volevo».
Sono solo alcuni degli autoritratti di “scrittori e lavoratori”
pubblicati nell’ultimo numero di «Nuovi Argomenti», la
prestigiosa rivista fondata nel 1953 da Alberto Carocci e
Alberto Moravia. Un numero quasi tutto dedicato al lavoro. I
curatori della rivista hanno consegnato un corposo dossier di
domande a un drappello di autori under 50 nel tentativo di
rappresentare il rapporto col lavoro di una generazione di
scrittori. Lavoro ovviamente inteso in due sensi: quello creativo -
la scrittura – e quello che ti consente di pagare la spesa e le
bollette. Alcuni dei quesiti posti: che lavoro fai? Quanti lavori
fai? Quale contratto di lavoro hai? Il lavoro che svolgi ti
allontana o ti avvicina dallo scrivere? |
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Ne è emerso un universo di solitudini
(difficile, in fondo, che uno scrittore non sia o non si senta solo)
colmato da molte variabili e alcuni punti fermi. Tra questi ultimi,
la preminenza dell’insegnamento nell’insieme delle professioni
svolte: si conferma la figura, tipica della tradizione letteraria
italiana, dello scrittore-insegnante, maestro o professore, magari
precario, ma spesso anche di ruolo. Altra costante: la scissione tra
il tempo del lavoro e il tempo della scrittura (ma anche, in altri
termini, tra il tempo della creazione e il tempo di tutto il resto).
Dato che, a parte pochi privilegiati, quello di scrivere è per loro
tutt’altro che un mestiere (nel senso che
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non dà da vivere), la maggior parte degli
autori interpellati da «Nuovi Argomenti» ammette di consegnare
alla scrittura le ore in cui il mondo non accampa pretese: chi la
mattina, chi la sera fino a notte inoltrata, chi in qualsiasi
momento libero. La scrittura di questa nuova generazione appare
dunque come un’opera intangibile e invisibile, che si vede solo
quando il suo prodotto è completo, un’opera del tutto privata che
scansa, per necessità o volontà, qualsiasi ruolo pubblico. Unica
eccezione i corsi di scrittura creativa nei quali alcuni di questi
autori insegnano, confrontandosi con una platea e in tal caso
assolvendo una funzione sociale. Altrettanto tipica è la
frammentazione dei lavori svolti: impieghi precari, collaborazioni,
mansioni interinali, compiti saltuari e a volte bizzarri (Giulio
Mozzi confida di fare, tra l’altro, il «guardatore di posti»: «Lavoro
principalmente per studi di architetti. Il mio compito è: andare
sul posto, lì dove lo studio deve progettare un intervento, e
guardarlo. Poi torno a casa e scrivo quello che ho visto»), borse
di studio e dottorati senza borsa, lavori che si affastellano nella
continua ricerca di un reddito che basti.
Tuttavia manca, sia nelle domande sia nelle risposte date, l’idea
del lavoro come oggetto di rappresentazione, come soggetto di
un’opera in corso o futura. Al tema dell’allontanamento della
letteratura dal mondo del lavoro i nuovi scrittori italiani non
danno ancora riposta (né sappiamo se alcuni di loro abbiano in
mente di dar vita a un altro Buonocore, l’operaio “eroe” del
romanzo La Dismissione di Ermanno Rea). Ma «Nuovi Argomenti» sì,
visto che pubblica, sempre in questo numero, una raccolta di «racconti
per la Cgil» a cura di Antonio Pennacchi. Sono storie premiate
dalla Cgil di Padova, che l’anno scorso bandì un concorso
letterario in occasione del primo maggio: «Scriviamo noi del
lavoro, visto che gli scrittori non lo fanno». Arrivarono quasi
cento racconti, alcuni dei quali, quelli premiati, escono ora sulle
pagine di «Nuovi Argomenti» (la raccolta completa sarà in edicola
a ottobre). In questo caso la trama, anzi le trame del lavoro sono
esplicite: si va dall’operatore di call center costretto a tempi
disumani (180 secondi, di Giorgio Falco) al disoccupato
quarantacinquenne cui tutti sbattono la porta in faccia (Cancelli,
di Raffaella Grassi), al rampollo del Nordest, costretto dalle
sconfitte della vita a seguire le orme del padre, ad aprire dunque
anche lui una “fabbrichetta”; impresa che lo porterà,
disperato, al suicidio (Pressa, di Fabio Biasio).
Visti i tempi che corrono non poteva mancare, nella costellazione
del lavoro disegnata dalla rivista, un discorso sui diritti. E’
affidato a Tarcisio Tarquini, che, in un saggio dedicato
all’Articolo 18, espone lucidamente i termini della battaglia che
si combatte in Italia in questi giorni. Una sfida che per il
sindacato è «totale», che lo coinvolge – argomenta Tarquini –
fino nel nucleo più autentico della sua funzione: quella di
garantire la libertà dei lavoratori e, di conseguenza, anche la
propria ragione di vita di fronte a un attacco che non ha
precedenti. Se «la posta in gioco» è questa, senza dubbio è una
posta alta, per la quale vale la pena di battersi seppure rischiando
di incorrere – scrive Tarquini parafrasando la sociologa Miriam
Golden – in una «eroica sconfitta».
(28 giugno 2002) |
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