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Calandosi nei panni di una cameriera, poi di una
donna delle pulizie e poi di una commessa, vivendo per due anni la
vita di una lavoratrice a basso salario e reddito infimo negli
opulenti ma sempre più iniqui States, e poi rendendo conto
di tale esperienza in un libro appassionato e ironico, la
giornalista e saggista americana Barbara Ehrenreich ha resuscitato
George Orwell nell’incipit del terzo millennio. Non le
opere più celebri dell’autore britannico, i romanzi
fanta-politici (1984) o metaforico-politici (La fattoria
degli animali), ma le sue inchieste degli anni ‘30 vissute in
prima persona tra i camerieri parigini e i barboni londinesi (Senza
un soldo a Parigi e Londra) o tra i disoccupati del Lancashire e
dello Yorkshire (La strada di Wigan Pier): sono questi i
libri di Orwell che respirano in Una paga da fame di
Ehrenreich, viaggio attraverso la miseria del lavoro sottopagato
nordamericano. E sbalordisce che a distanza di settant’anni
passino ben poche differenze tra i disperati di Orwell e i
lavoratori descritti da Ehrenreich: stessi problemi ad arrivare alla
fine del mese, a pagare l’affitto di sordide stamberghe, a
nutrirsi e a nutrire le proprie famiglie - come se il progresso non
avesse nemmeno lambito queste categorie, come se il benessere fosse
un affare che non le riguarda.
In un paese dal welfare dimezzato, che esclude più che includere,
in cui l’assistenza sanitaria si paga e spesso non basta nemmeno
pagare per ottenerla, Ehrenreich si è calata tra “la povera
gente”, tra milioni e milioni di persone che esistono seppure sono
state cancellate. «I poveri sono scomparsi dalla nostra cultura –
scrive la giornalista -, dal linguaggio politico e
dall’elaborazione intellettuale come dai programmi televisivi.
Perfino la religione passa sotto silenzio il destino dei poveri…». |
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L’inchiesta della saggista americana inizia
nel 1998 e finisce nel 2000, a ridosso dell’importante riforma del
welfare varata congiuntamente da democratici e repubblicani nel
1996-97. E’ bene ricordare che quella legge – che Ehrenreich
definisce «dal punto di vista umano, un errore catastrofico» -
abolisce la garanzia dell’assistenza a livello federale devolvendo
ai singoli Stati l’amministrazione delle politiche di tutela.
Inoltre la riforma, secondo l’ormai noto principio delle
“politiche attive del lavoro”, prevede
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che i sussidi siano percepiti solo da chi
dimostra di avere cercato un’occupazione senza aver rifiutato
offerte a condizioni di mercato. Una legge, insomma, che ha spinto
nel mercato del lavoro moltissime persone, in modo particolare madri
di famiglia e anziani, tra le quali Ehrenreich ha vissuto per due
anni camuffandosi da pari e arrivando a dimostrare che è proprio il
mercato a renderle povere (e non un’innata tendenza a poltrire),
soggiogandole sotto i livelli di sussistenza con paghe da fame,
costringendole a fare il più delle volte due lavori, ossia a
lavorare anche sedici ore al giorno per sopravvivere, e a rinunciare
così al minimo avanzo di vita sociale, a vedere i figli e i mariti
e le mogli prima che dormano o che si sveglino la mattina. Dunque
un’equazione spietata e senza vie d’uscita: se non accetti le
regole del mercato non hai diritto all’assistenza, ma le regole
del mercato ti riducono in povertà. A questo proposito Ehrenreich
commenta: «Deve esserci qualcosa di storto, di profondamente
storto, nella società, se una persona in buona salute (...) può a
stento sopravvivere con il sudore della fronte».
Cameriera nei ristoranti della Florida, lindi nelle sale dove i
clienti vengono serviti e sporchi fino all’indecenza dietro alle
quinte (proprio come negli alberghi parigini descritti da Orwell):
nelle cucine e nei vestiboli. Domestica nel Maine, impiegata presso
un’agenzia che pulisce le case degli alto-borghesi e che prescrive
ai propri addetti il lavaggio dei pavimenti carponi come Cenerentola
(«Nella mia ignoranza borghese, credevo che le ginocchiere
esistessero solo nelle fantasie pruriginose di Monica Lewinsky,
invece esistono davvero e fanno parte del nostro equipaggiamento
standard»). Commessa in un grande magazzino Wal-Mart del Minnesota,
dove, prima di assumerla, la costringono a un umiliante test delle
urine anti-doping e poi la immergono in un corso di orientamento che
dura otto ore di fila nel quale apprende che i sindacalisti sono i
«nemici dei lavoratori» e che «fare qualsiasi cosa che non sia
lavorare durante le ore pagate dall’azienda» equivale a un reato
gravissimo: il «furto del tempo». Queste le tre esperienze vissute
da Ehrenreich, che la intrappolano nel circolo vizioso del quale
ciascun lavoratore a basso salario è vittima: mansioni logoranti e
paghe basse (7-8 dollari l’ora se si è fortunati), insufficienti
per sopravvivere né tanto meno per vivere con dignità, e nessun
sindacato che ti aiuti a strappare condizioni migliori (perché i
sindacati sono duramente boicottati dai datori di lavoro).
«Non esistono economie alternative nel mondo dei poveri – scrive
Ehrenreich; al contrario, ci sono un mucchio di costi aggiuntivi. Se
non riesci a mettere insieme i due mesi di affitto necessari per
prendere un appartamento, finisci per pagare molto di più ogni
settimana per una camera in qualche albergaccio. Se stai in una
camera di motel, dove hai al massimo un fornellino elettrico, non
puoi fare economia cucinandoti un pentolone di zuppa di lenticchie
per tutta la settimana, da riscaldare quando torni a casa; sei
costretta a mangiare fuori, panini al bar o minestre sintetiche alla
tavola calda. Se non hai i soldi per pagarti l’assicurazione
malattie (...), non fai i controlli periodici, interrompi le cure e
alla fine paghi anche questo».
Molti di questi lavoratori devono ricorrere alla beneficenza per
tirare avanti e vivono da homeless in furgoni o costose
roulotte in affitto perché non possono permettersi appartamenti
ancora più costosi. La stessa Ehrenreich, non guadagnando
abbastanza per mantenersi, alla fine rinuncia all’esperimento e
abbandona i suoi compagni di strada. L’ultimo atto che compie è
fare propaganda sindacale tra gli addetti di Wal-Mart, negli stessi
giorni in cui scoppiano le prime rivendicazioni collettive da parte
dei janitors, gli addetti alle pulizie. Ed è proprio con una nota -
anche questa tipicamente orwelliana - sulla presa di coscienza che
si conclude l’inchiesta della saggista, che auspica una qualche
forma di ribellione, anche rabbiosa, che nelle ultime righe
(commoventi) del libro arriva ad augurarsi anche «scioperi e
distruzioni», purché i «poveri che lavorano», i «benefattori
dell’umanità» reagiscano contro una società che disinveste
dall’assistenza per investire nella repressione. Una rivolta –
questa l’opinione di Ehrenreich – che non lascerà rovine dietro
di sé ma un mondo nel quale «staremo meglio tutti quanti».
(15 luglio 2002) |