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Barbara Ehrenreich

Una paga 
da fame

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Barbara Ehrenreich / Una paga da fame

Orwell settant'anni dopo

di Davide Orecchio

Barbara Ehrenreich 
Una paga da fame
Feltrinelli
168 pagine
euro 13,5

Calandosi nei panni di una cameriera, poi di una donna delle pulizie e poi di una commessa, vivendo per due anni la vita di una lavoratrice a basso salario e reddito infimo negli opulenti ma sempre più iniqui States, e poi rendendo conto di tale esperienza in un libro appassionato e ironico, la giornalista e saggista americana Barbara Ehrenreich ha resuscitato George Orwell nell’incipit del terzo millennio. Non le opere più celebri dell’autore britannico, i romanzi fanta-politici (1984) o metaforico-politici (La fattoria degli animali), ma le sue inchieste degli anni ‘30 vissute in prima persona tra i camerieri parigini e i barboni londinesi (Senza un soldo a Parigi e Londra) o tra i disoccupati del Lancashire e dello Yorkshire (La strada di Wigan Pier): sono questi i libri di Orwell che respirano in Una paga da fame di Ehrenreich, viaggio attraverso la miseria del lavoro sottopagato nordamericano. E sbalordisce che a distanza di settant’anni passino ben poche differenze tra i disperati di Orwell e i lavoratori descritti da Ehrenreich: stessi problemi ad arrivare alla fine del mese, a pagare l’affitto di sordide stamberghe, a nutrirsi e a nutrire le proprie famiglie - come se il progresso non avesse nemmeno lambito queste categorie, come se il benessere fosse un affare che non le riguarda.

In un paese dal welfare dimezzato, che esclude più che includere, in cui l’assistenza sanitaria si paga e spesso non basta nemmeno pagare per ottenerla, Ehrenreich si è calata tra “la povera gente”, tra milioni e milioni di persone che esistono seppure sono state cancellate. «I poveri sono scomparsi dalla nostra cultura – scrive la giornalista -, dal linguaggio politico e dall’elaborazione intellettuale come dai programmi televisivi. Perfino la religione passa sotto silenzio il destino dei poveri…».

L’inchiesta della saggista americana inizia nel 1998 e finisce nel 2000, a ridosso dell’importante riforma del welfare varata congiuntamente da democratici e repubblicani nel 1996-97. E’ bene ricordare che quella legge – che Ehrenreich definisce «dal punto di vista umano, un errore catastrofico» - abolisce la garanzia dell’assistenza a livello federale devolvendo ai singoli Stati l’amministrazione delle politiche di tutela. Inoltre la riforma, secondo l’ormai noto principio delle “politiche attive del lavoro”, prevede

che i sussidi siano percepiti solo da chi dimostra di avere cercato un’occupazione senza aver rifiutato offerte a condizioni di mercato. Una legge, insomma, che ha spinto nel mercato del lavoro moltissime persone, in modo particolare madri di famiglia e anziani, tra le quali Ehrenreich ha vissuto per due anni camuffandosi da pari e arrivando a dimostrare che è proprio il mercato a renderle povere (e non un’innata tendenza a poltrire), soggiogandole sotto i livelli di sussistenza con paghe da fame, costringendole a fare il più delle volte due lavori, ossia a lavorare anche sedici ore al giorno per sopravvivere, e a rinunciare così al minimo avanzo di vita sociale, a vedere i figli e i mariti e le mogli prima che dormano o che si sveglino la mattina. Dunque un’equazione spietata e senza vie d’uscita: se non accetti le regole del mercato non hai diritto all’assistenza, ma le regole del mercato ti riducono in povertà. A questo proposito Ehrenreich commenta: «Deve esserci qualcosa di storto, di profondamente storto, nella società, se una persona in buona salute (...) può a stento sopravvivere con il sudore della fronte».

Cameriera nei ristoranti della Florida, lindi nelle sale dove i clienti vengono serviti e sporchi fino all’indecenza dietro alle quinte (proprio come negli alberghi parigini descritti da Orwell): nelle cucine e nei vestiboli. Domestica nel Maine, impiegata presso un’agenzia che pulisce le case degli alto-borghesi e che prescrive ai propri addetti il lavaggio dei pavimenti carponi come Cenerentola («Nella mia ignoranza borghese, credevo che le ginocchiere esistessero solo nelle fantasie pruriginose di Monica Lewinsky, invece esistono davvero e fanno parte del nostro equipaggiamento standard»). Commessa in un grande magazzino Wal-Mart del Minnesota, dove, prima di assumerla, la costringono a un umiliante test delle urine anti-doping e poi la immergono in un corso di orientamento che dura otto ore di fila nel quale apprende che i sindacalisti sono i «nemici dei lavoratori» e che «fare qualsiasi cosa che non sia lavorare durante le ore pagate dall’azienda» equivale a un reato gravissimo: il «furto del tempo». Queste le tre esperienze vissute da Ehrenreich, che la intrappolano nel circolo vizioso del quale ciascun lavoratore a basso salario è vittima: mansioni logoranti e paghe basse (7-8 dollari l’ora se si è fortunati), insufficienti per sopravvivere né tanto meno per vivere con dignità, e nessun sindacato che ti aiuti a strappare condizioni migliori (perché i sindacati sono duramente boicottati dai datori di lavoro).

«Non esistono economie alternative nel mondo dei poveri – scrive Ehrenreich; al contrario, ci sono un mucchio di costi aggiuntivi. Se non riesci a mettere insieme i due mesi di affitto necessari per prendere un appartamento, finisci per pagare molto di più ogni settimana per una camera in qualche albergaccio. Se stai in una camera di motel, dove hai al massimo un fornellino elettrico, non puoi fare economia cucinandoti un pentolone di zuppa di lenticchie per tutta la settimana, da riscaldare quando torni a casa; sei costretta a mangiare fuori, panini al bar o minestre sintetiche alla tavola calda. Se non hai i soldi per pagarti l’assicurazione malattie (...), non fai i controlli periodici, interrompi le cure e alla fine paghi anche questo».

Molti di questi lavoratori devono ricorrere alla beneficenza per tirare avanti e vivono da homeless in furgoni o costose roulotte in affitto perché non possono permettersi appartamenti ancora più costosi. La stessa Ehrenreich, non guadagnando abbastanza per mantenersi, alla fine rinuncia all’esperimento e abbandona i suoi compagni di strada. L’ultimo atto che compie è fare propaganda sindacale tra gli addetti di Wal-Mart, negli stessi giorni in cui scoppiano le prime rivendicazioni collettive da parte dei janitors, gli addetti alle pulizie. Ed è proprio con una nota - anche questa tipicamente orwelliana - sulla presa di coscienza che si conclude l’inchiesta della saggista, che auspica una qualche forma di ribellione, anche rabbiosa, che nelle ultime righe (commoventi) del libro arriva ad augurarsi anche «scioperi e distruzioni», purché i «poveri che lavorano», i «benefattori dell’umanità» reagiscano contro una società che disinveste dall’assistenza per investire nella repressione. Una rivolta – questa l’opinione di Ehrenreich – che non lascerà rovine dietro di sé ma un mondo nel quale «staremo meglio tutti quanti».

(15 luglio 2002)