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Andrea Tiddi
/ Precari
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Antropologia del precariato
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di Marcello Pedaci
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Precari. Percorsi di vita
tra lavoro e non lavoro
Andrea Tiddi
Roma, DeriveApprodi,
2002
pp. 170, euro 9,30
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Ogni tentativo di raccontare i precari rimanda a
quel processo di metamorfosi del mondo della produzione e del lavoro
conosciuto come post fordismo. Ad esso il fenomeno del precariato è
inestricabilmente intrecciato. Con le ideologie e i paradigmi
produttivi cambia infatti anche il lavoro. Si va attenuando il
modello di occupazione dipendente, si affermano tutte quelle formule
che si usa classificare con il termine “atipico”, definibili
soltanto per sottrazione rispetto al rapporto “tipico”. È da
qui che può cominciare il discorso sul precariato, quale ricaduta
sociale, esito soggettivo dei processi di trasformazione in corso.
Ed è da qui che prende l’avvio il bel testo di Andrea Tiddi; un
testo che cerca di raccontare i precari, di coglierne la fisionomia,
studiando le loro narrazioni, le loro biografie.
L’operazione non è semplice, poiché il
precariato non è un universo omogeneo ma una moltitudine di
differenze, di “percorsi singolarizzati”. C’è il lavoratore
qualificato, assunto come consulente, e c’è, all’estremo
opposto, la ragazza del catering; tra queste polarità si addensano
una quantità di soggetti, con profili tradizionali e profili nuovi,
differenti tempi di lavoro, retribuzioni ecc. Tuttavia vi è una
condizione comune che li avvicina: l’esperienza di
“indeterminatezza e oscillazione”, di “disorientamento e di
perdita della continuità”, che rappresenta poi l’essenza stessa
della precarizzazione. |
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Comprendere il precariato vuol dire comprendere
la sua “modalità oscillatoria tra tempo di lavoro e di non
lavoro, il suo stazionare incerto tra occupazione e inoccupazione”.
Non vi è linearità nelle narrazioni dei “nuovi lavoratori”. I
loro tragitti sono una sommatoria di segmenti diversi con durate,
trattamenti, contenuti differenti. Una situazione che è anche una
possibilità, almeno per quelli che possiedono un’alta
professionalità; ma che è soprattutto insicurezza, rischio di
discontinuità della prestazione, mancanza di un flusso regolare di
reddito e di un livello accettabile di sicurezza sociale. È
l’individualizzazione dei rapporti di
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lavoro, ridotti a rapporti assolutamente
privati. L’essere “singolarità qualunque” è la
caratteristica trasversale del precariato. Il precario è di fronte
al suo datore di lavoro “come individuo singolo”. Inoltre,
nonostante la sua specializzazione, il suo lavoro è sempre
“intercambiabile”. Il lavoro precario è una zona liminare, tra
inclusione ed esclusione.
Tale instabilità permanente ha pesanti
ripercussioni non solo sul destino professionale e sociale del
lavoratore, ma va a sconvolgere componenti cruciali dell’esistenza
di un individuo. Produce una “indefinizione dell’immagine del
proprio futuro”, condiziona il senso della comunità, di
solidarietà e la possibilità di un agire collettivo.
Coerentemente con questo ragionamento,
l’autore conclude con la proposta di un reddito di
cittadinanza, da intendersi non nel senso neoliberale di indennizzo
per l'esclusione dal mercato del lavoro, ma come “redistribuzione
della ricchezza socialmente prodotta”, “reddito universale e
incondizionato”.
(Rassegna sindacale, n. 24, 24 settembre 2002) |
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