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Ernesto Rossi / Abolire la miseria
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L'intuizione di Ernesto Rossi
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di Marco Maria Sigiani
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Abolire la miseria
di Ernesto Rossi
Roma-Bari, Laterza 2001
pp. 258, euro 15
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Nella sua introduzione alla recentissima
ristampa dell’ormai classico Abolire la miseria di Ernesto Rossi (Roma-Bari,
Laterza, 2002, pp. 244, 15 euro) Paolo Sylos Labini – pensando
a quanti sono oggi partecipi dell’avventura berlusconiana, scrive
che di questi tempi “si definiscono liberali in gran parte quelli
che non lo sono”. Tuttavia, sessant’anni dopo la stesura,
sarebbe riduttivo trasferire il testo di Rossi nella politique d’abord
dell’Italia del 2002.
Il significato più profondo del libro si
chiarisce meglio ripercorrendone la storia. Pubblicato nel 1946 a
Milano, il testo era stato scritto quattro anni prima, nel
1942, in uno dei luoghi sacri della nuova Europa: l’isoletta di
Ventotene. Lì Ernesto Rossi era stato confinato dal regime fascista
in ottima compagnia: Eugenio Colorni, Altiero Spinelli, Sandro
Pertini… Sono i nomi che compaiono in calce all’ormai
leggendario “Manifesto di Ventotene”, nel quale si prospettavano
le ragioni dei futuri Stati Uniti d’Europa. Considerato da Luigi
Einaudi come il suo migliore discepolo, Rossi era innanzitutto un
economista, ma era anche un liberale autentico. La tesi centrale del
libro resta solidamente attuale: la miseria non è il risultato
necessario del sistema capitalistico, ma proprio per questo occorre
tenere i capitalisti lontani dalla tentazione di credere che la
povertà di alcuni strati della popolazione sia la condizione dello
sviluppo economico generale, oltre che delle loro private fortune.
Bisogna dunque avere il coraggio di predisporre un programma per
abolire la miseria.
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Il confinato di Ventotene scrive in stretta
contemporaneità al celeberrimo piano Beveridge (che è appunto del
1942); pur essendo consapevole di tali sviluppi inglesi (era
riuscito a leggere in carcere il libro di Beveridge sulla
disoccupazione pubblicato nel 1935), Rossi se ne distacca nettamente
per la motivata diffidenza nei confronti di qualsiasi sussidio
monetario, preferendo un sistema di beni e servizi “in natura”
che avrebbe dovuto coprire tutti i bisogni fondamentali: nutrimento,
alloggio, vestiario, sanità, istruzione.
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La produzione di questi beni essenziali dovrebbe
essere garantita da uno speciale “servizio del lavoro” di due
anni , obbligatorio per tutti i cittadini. Sul piano teorico bisogna
almeno citare l’americano Bellamy che aveva avanzato, decenni
prima, idee simili in un libro diventato molto popolare negli
Stati Uniti.
In questa breve segnalazione non ci dilungheremo
a trattare i molti aspetti di grande interesse del libro di Ernesto
Rossi, ma vogliamo almeno sottolineare la grande modernità
dell’enfasi posta sul significato economico dell’istruzione.
Rossi identifica nel sistema formativo la cellula riproduttiva delle
disuguaglianze fondamentali della società, anticipando i movimenti
studenteschi che scuoteranno il mondo negli anni 60. Egli si
chiede, ad esempio, come mai un professore universitario o un
ingegnere possano ottenere un reddito di gran lunga superiore a
quello di un lavoratore manuale non qualificato, pur svolgendo
un’attività gratificante e di prestigio, due elementi che perciò
dovrebbero entrare nel calcolo delle rispettive funzioni di utilità
in base ai presupposti classici dell’economia politica. La
risposta è secca: il lavoratore intellettuale spunta condizioni
privilegiate perché fruisce di una posizione di monopolio nella
distribuzione del sapere, garantita dalla struttura scolastica
esistente. Occorre perciò abolire da una parte il ricatto della
miseria e dall’altra il monopolio dei ceti dominanti nel settore
educativo.
Anche se la sorte ha voluto che Ernesto Rossi
non riuscisse più a riprendere in mano il suo testo del 1942, come
egli desiderava, i brani dedicati alla scuola recano le tracce di
una ricerca profonda, nella quale ciò che più tardi verrà
chiamato “diritto allo studio” è considerato come premessa
necessaria ma insufficiente. In altri termini, il problema della
scuola non si lascia ridurre alla questione dei mezzi economici
necessari per garantire a tutti un accesso all’istruzione.
Contenuti e modalità della didattica sono altrettanto importanti.
Questa banalità di base è spesso ripetuta come una giaculatoria,
ma dimenticata nella pratica politica e culturale, dove predomina
una “contabilità” finanziaria e pseudomanageriale del tutto
slegata da obiettivi di efficienza generale.
L’economia del sapere è qualcosa di diverso
dalla ragioneria dello Stato: un cultore di scienza delle finanze
come Ernesto Rossi lo sapeva bene. Almeno questa lezione andrebbe
oggi riletta attentamente.
(Rassegna sindacale, n. 14, aprile 2002) |
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