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Le piccole nazioni in via di sviluppo sono come
barchette e il Fondo monetario, spingendole verso una veloce
liberalizzazione dei mercati, le ha messe in un mare in tempesta
senza giubbotti di salvataggio. È questo l’atto d’accusa che
Joseph E. Stiglitz lancia verso il Fmi, il Wto e il Tesoro Usa.
Forte dell’esperienza maturata alla Casa Bianca come chief
economist di Clinton e alla Banca mondiale come senior vice
president, il nobel dell’economia attacca questi protagonisti
della politica economica internazionale che, invece di aiutare i
paesi più poveri, li hanno danneggiati. Eppure la storia della
stragrande maggioranza dei paesi industrializzati avrebbe dovuto
suggerire una strategia completamente diversa nella sequenza delle
riforme da richiedere ai paesi in via di sviluppo. Basti pensare
alle due più grandi economie del mondo – Stati Uniti e Giappone
– e a come hanno protetto in modo selettivo alcuni dei loro
comparti industriali fino a quando non sono diventati abbastanza
forti da poter competere con quelli di altri paesi. Così come non
può funzionare il protezionismo generalizzato, anche una
liberalizzazione troppo rapida del commercio genera danni.
Costringere un paese in via di sviluppo ad aprire le proprie
frontiere in modo indiscriminato può avere conseguenze disastrose
sia sociali che economiche. È così che sono stati distrutti
milioni di posti di lavoro e la povertà non solo non è stata
sradicata ma, al contrario, è aumentata.
Stiglitz non è contro il processo di
globalizzazione, anzi secondo lui la globalizzazione può essere una
forza positiva. Essa ha cambiato il modo di pensare della gente e ha
diffuso l’ideale di democrazia e il benessere. Questo si è
verificato nei paesi che si sono resi artefici del proprio destino
con governi che hanno svolto un ruolo attivo nello sviluppo, senza
affidarsi stupidamente a un mercato che, autoregolandosi,
riuscirebbe a risolvere da solo tutti i problemi.
Negli altri casi la globalizzazione non ha
funzionato. Centinaia di milioni di persone hanno visto peggiorare
le loro condizioni di vita perdendo il lavoro e ogni tipo di
sicurezza. Sono dunque le regole della globalizzazione a essere
sbagliate e questo accade perché gli organismi che le dettano si
basano su una miscela perversa di ideologia e politica che impone
soluzioni a favore degli interessi dei paesi industrializzati più
avanzati.
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mondiale che presiedono il Fmi. Essi sono
costantemente presenti nella trama del racconto che ripercorre i
disastri finanziari degli ultimi decenni provocati dalle loro
ricette. Si tratta di politiche che vengono imposte ai paesi del
terzo mondo e che nessun paese avanzato applicherebbe mai in casa
propria. Terapie d’urto che aggravano la miseria dei paesi
meno sviluppati, spesso suggerite direttamente dal ministro
del Tesoro Usa.
Il resoconto fatto dall’autore delle crisi del
Sud-Est asiatico (1997), della Russia (1998) e dell’Argentina
(2001) è particolarmente allarmante. Le politiche del Fmi hanno
aggravato la situazione dell’Indonesia e della Thailandia,
provocato tassi di disoccupazione a due cifre nell’America Latina,
abbattuto drasticamente il Pil in Russia. Esse condizionano non
soltanto i paesi che chiedono aiuto ma anche quelli che richiedono
approvazioni formali dei loro programmi per poter accedere più
facilmente ai mercati finanziari internazionali.
Stiglitz denuncia il fatto che sebbene tutte le
attività del Fondo monetario e della Banca mondiale oggi si
svolgano nei paesi in via di sviluppo, entrambe le istituzioni sono
guidate da rappresentanti delle nazioni industrializzate. Questo
fatto, insieme all’applicazione di teorie economiche sbagliate di
stampo neoliberista, sta producendo danni enormi. Dietro
l’ideologia neoliberista c’è un modello secondo cui la “mano
invisibile” delle forze di mercato guiderebbe l’economia sulla
strada dell’efficienza. Una delle conquiste più importanti
dell’economia moderna è stata quella di dimostrare in quali
condizioni e in che senso ciò si verifica. Proprio nel periodo in
cui venivano perseguite con maggior accanimento le politiche di
Washington Consensus la teoria economica ha dimostrato che, ogni
qualvolta l’informazione è imperfetta e i mercati sono
incompleti, cioè praticamente sempre, la “mano invisibile”
opera in modo imperfetto. Ciò è vero in particolare nei paesi in
via di sviluppo e in quelli ex comunisti. Il sistema di mercato
richiede, infatti, diritti di proprietà chiaramente stabiliti e
tribunali in grado di farli rispettare. Esso necessita di una
concorrenza e di un’informazione perfetta, ma mercati
concorrenziali ben funzionanti non si creano dalla sera alla
mattina.
L’ideologia del fondamentalismo di mercato
ignora l’essenzialità di tali presupposti, essa non è che un
ritorno all’economia del laissez-faire propugnata nell’800. Ma,
come ricorda Stiglitz, dopo la grande depressione i paesi
industriali più avanzati hanno rifiutato queste politiche
liberiste, mentre il Washington Consensus ha imposto interventi che
sono andati incontro a conseguenze disastrose.
(Rassegna sindacale, n. 39, 29 ottobre 2002) |