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La globalizzazione e i suoi oppositori

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Joseph Stiglitz / La globalizzazione e i suoi oppositori

Tutti i danni del pensiero unico

di Beniamino Lapadula

La globalizzazione e i suoi oppositori
Joseph E. Stiglitz
Torino, Einaudi, 2002
pp. 276, 19 euro

Le piccole nazioni in via di sviluppo sono come barchette e il Fondo monetario, spingendole verso una veloce liberalizzazione dei mercati, le ha messe in un mare in tempesta senza giubbotti di salvataggio. È questo l’atto d’accusa che Joseph E. Stiglitz lancia verso il Fmi, il Wto e il Tesoro Usa. Forte dell’esperienza maturata alla Casa Bianca come chief economist di Clinton e alla Banca mondiale come senior vice president, il nobel dell’economia attacca questi protagonisti della politica economica internazionale che, invece di aiutare i paesi più poveri, li hanno danneggiati. Eppure la storia della stragrande maggioranza dei paesi industrializzati avrebbe dovuto suggerire una strategia completamente diversa nella sequenza delle riforme da richiedere ai paesi in via di sviluppo. Basti pensare alle due più grandi economie del mondo – Stati Uniti e Giappone – e a come hanno protetto in modo selettivo alcuni dei loro comparti industriali fino a quando non sono diventati abbastanza forti da poter competere con quelli di altri paesi. Così come non può funzionare il protezionismo generalizzato, anche una liberalizzazione troppo rapida del commercio genera danni. Costringere un paese in via di sviluppo ad aprire le proprie frontiere in modo indiscriminato può avere conseguenze disastrose sia sociali che economiche. È così che sono stati distrutti milioni di posti di lavoro e la povertà non solo non è stata sradicata ma, al contrario, è aumentata.

Stiglitz non è contro il processo di globalizzazione, anzi secondo lui la globalizzazione può essere una forza positiva. Essa ha cambiato il modo di pensare della gente e ha diffuso l’ideale di democrazia e il benessere. Questo si è verificato nei paesi che si sono resi artefici del proprio destino con governi che hanno svolto un ruolo attivo nello sviluppo, senza affidarsi stupidamente a un mercato che, autoregolandosi, riuscirebbe a risolvere da solo tutti i problemi.

Negli altri casi la globalizzazione non ha funzionato. Centinaia di milioni di persone hanno visto peggiorare le loro condizioni di vita perdendo il lavoro e ogni tipo di sicurezza. Sono dunque le regole della globalizzazione a essere sbagliate e questo accade perché gli organismi che le dettano si basano su una miscela perversa di ideologia e politica che impone soluzioni a favore degli interessi dei paesi industrializzati più avanzati.

Quello di Stiglitz è dunque è un libro di denuncia coraggiosa che i tecnocrati degli organismi economici internazionali e del G8 non hanno potuto ignorare. È diventato un libro scandalo ed è stato attaccato frontalmente soprattutto dai tecnocrati del Fondo monetario internazionale con un linguaggio aspro che non è nelle abitudini dei circoli dove si forma il cosiddetto “consenso di Washington”, cioè il pensiero unico della globalizzazione. Il saggio non fa nessuno sconto ai registi dell’economia 

mondiale che presiedono il Fmi. Essi sono costantemente presenti nella trama del racconto che ripercorre i disastri finanziari degli ultimi decenni provocati dalle loro ricette. Si tratta di politiche che vengono imposte ai paesi del terzo mondo e che nessun paese avanzato applicherebbe mai in casa propria. Terapie d’urto  che aggravano la miseria dei paesi meno sviluppati, spesso  suggerite direttamente dal ministro del Tesoro Usa.

Il resoconto fatto dall’autore delle crisi del Sud-Est asiatico (1997), della Russia (1998) e dell’Argentina (2001) è particolarmente allarmante. Le politiche del Fmi hanno aggravato la situazione dell’Indonesia e della Thailandia, provocato tassi di disoccupazione a due cifre nell’America Latina, abbattuto drasticamente il Pil in Russia. Esse condizionano non soltanto i paesi che chiedono aiuto ma anche quelli che richiedono approvazioni formali dei loro programmi per poter accedere più facilmente ai mercati finanziari internazionali.

Stiglitz denuncia il fatto che sebbene tutte le attività del Fondo monetario e della Banca mondiale oggi si svolgano nei paesi in via di sviluppo, entrambe le istituzioni sono guidate da rappresentanti delle nazioni industrializzate. Questo fatto, insieme all’applicazione di teorie economiche sbagliate di stampo neoliberista, sta producendo danni enormi. Dietro l’ideologia neoliberista c’è un modello secondo cui la “mano invisibile” delle forze di mercato guiderebbe l’economia sulla strada dell’efficienza. Una delle conquiste più importanti dell’economia moderna è stata quella di dimostrare in quali condizioni e in che senso ciò si verifica. Proprio nel periodo in cui venivano perseguite con maggior accanimento le politiche di Washington Consensus la teoria economica ha dimostrato che, ogni qualvolta l’informazione è imperfetta e i mercati sono incompleti, cioè praticamente sempre, la “mano invisibile” opera in modo imperfetto. Ciò è vero in particolare nei paesi in via di sviluppo e in quelli ex comunisti. Il sistema di mercato richiede, infatti, diritti di proprietà chiaramente stabiliti e tribunali in grado di farli rispettare. Esso necessita di una concorrenza e di un’informazione perfetta, ma mercati concorrenziali ben funzionanti non si creano dalla sera alla mattina.

L’ideologia del fondamentalismo di mercato ignora l’essenzialità di tali presupposti, essa non è che un ritorno all’economia del laissez-faire propugnata nell’800. Ma, come ricorda Stiglitz, dopo la grande depressione i paesi industriali più avanzati hanno rifiutato queste politiche liberiste, mentre il Washington Consensus ha imposto interventi che sono andati incontro a conseguenze disastrose.

(Rassegna sindacale, n. 39, 29 ottobre 2002)