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Scomparsi, assassinati, spinti al
suicidio, incarcerati, violentati. A decine, centinaia, migliaia
ogni anno. I sindacalisti, in tutto il mondo, non esercitano un
mestiere semplice, non combattono battaglie all’acqua di rose. I
dati della falcidia sono stati pubblicati pochi mesi fa dalla Cisl
internazionale nel "Rapporto 2001 sulle violazioni dei
diritti sindacali".
Dati tragici ed eloquenti, riferiti a quanto accaduto nel 2000,
dunque smentiti, e non certo in difetto, dalla progressione
quotidiana della violenza. Mai come nel 2000 è stato così alto
il numero di assassinii, aggressioni, arresti o altre forme di
repressione contro sindacalisti e organizzazioni dei lavoratori.
In tutto il mondo sono stati uccisi 230 sindacalisti (contro i 140
dell'anno prima) e ne sono stati colpiti, feriti o torturati quasi
3.000.
Oltre 8.000 sono stati gli arrestati o detenuti. Il numero di
scioperi o manifestazioni repressi è di 326 (113 i casi di
restrizioni al diritto di sciopero), quasi 20.000 quello dei
licenziamenti abusivi e circa 300 i casi di
"interferenza" governativa.
Si può morire per avere difeso i
diritti dei lavoratori dall’aggressione di chi il lavoro lo dà
e questi non sono "casi aberranti che si verificano in un
mondo altrimenti moderato. Al contrario, sono i sintomi della
globalizzazione del libero mercato, dove aumenta la
disuguaglianza, dove il governo nazionale è intaccato ma quello
internazionale non è ancora stato creato, dove il capitale
globale regna non-eletto e non-trasparente". Sono le prime
parole che il segretario generale della Cisl internazionale, Guy
Ryder, ha rivolto alla platea del congresso nazionale Cgil, a
testimoniare come, a tre anni dalla Dichiarazione Oil sui
princìpi fondamentali e i diritti al lavoro, le violazioni dei
diritti sindacali abbiano raggiunto livelli mai toccati in
precedenza.
Ogni area del pianeta ha il
proprio furore economico e le proprie vittime nel mondo del
lavoro.
In Africa le politiche di aggiustamento strutturale imposte hanno
ripercussioni devastanti. Disperatamente alla ricerca di
investimenti, i governi subiscono le pressioni delle
multinazionali per rendere più flessibili le leggi sul lavoro. In
America Latina la crisi economica è pagata soprattutto dai
lavoratori e dai ceti più poveri. In Asia, dove più devastante
è l'effetto combinato della crisi finanziaria regionale e di una
mondializzazione esasperata, l'erosione dei diritti sindacali è
generale.
Esistono poi situazioni limite,
come quella della Colombia, dove nel 2001 sono stati assassinati
163 sindacalisti. O come quella sudcoreana, dove, negli ultimi 4
anni, sono stati incarcerati 650 attivisti sindacali. Proprio
dalla Corea del Sud è arrivato a Rimini un delegato della Kctu,
la confederazione del lavoro locale. Si chiama Yoon Youngmo ed è
responsabile, nel suo sindacato, del settore internazionale. E’
venuto al congresso della Cgil per testimoniare delle violenze
subite da lui e dai suoi compagni negli ultimi anni.
"Al momento – ci racconta Yoon Youngmo – sono in prigione
50 sindacalisti, tra cui il presidente della Kctu e il presidente
della federazione dei metalmeccanici, la Kmwf. E’ dal 1997 (l’anno
del grande sciopero generale, ndr) che i lavoratori
sudcoreani sono sottoposti a violenti attacchi neoliberisti da
parte del governo, con l’appoggio del Fondo monetario
internazionale e della Banca mondiale. Col pretesto della crisi
economica sono stati attaccati i diritti dei lavoratori e delle
loro organizzazioni".
Ora la crisi è finita, ma le sue conseguenze sono più che mai
attuali: "Il mercato del lavoro è cambiato del tutto –
spiega Yoon Youngmo -. Quasi il 60% dei lavoratori, adesso, è
composto da interinali. Tutti i meccanismi di sostegno all’economia
e di protezione sociale sono stati smantellati. Speculazione e
finanza regnano sovrane. Il governo non persegue alcun programma
di sviluppo. A fronte di tutto ciò i sindacati non hanno la
possibilità di agire. La legge sudcoreana, infatti, vieta loro il
diritto di negoziare nei casi di ristrutturazione aziendale. Non
si può scioperare contro un’impresa che chiude e licenzia, né
si può contrattare nulla. Ma negli ultimi cinque anni abbiamo
avuto solo ristrutturazioni e licenziamenti! Per questo i nostri
sindacalisti sono finiti in carcere".
Ad ogni modo il movimento sindacale sudcoreano ha ottenuto anche
dei successi. L’ultimo è venuto dalla campagna mondiale di
supporto lanciata lo scorso gennaio dalla Federazione
internazionale dei metalmeccanici. "In quell’occasione –
conclude Yoon Youngmo – abbiamo ricevuto il sostegno di ben 37
paesi, tra i quali anche il vostro (i sindacati italiani,
specialmente la Fiom, hanno fatto molto per noi). E 37 paesi sono
davvero molti, se si pensa che all’Onu ne sono rappresentati
200."
(8 febbraio 2002)
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