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Cisl internazionale

Guy Ryder denuncia 
migliaia 
di sindacalisti incarcerati e uccisi

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Segretario generale della Cisl internazionale

Guy Ryder denuncia 
migliaia di sindacalisti incarcerati e uccisi

di Davide Orecchio

Scomparsi, assassinati, spinti al suicidio, incarcerati, violentati. A decine, centinaia, migliaia ogni anno. I sindacalisti, in tutto il mondo, non esercitano un mestiere semplice, non combattono battaglie all’acqua di rose. I dati della falcidia sono stati pubblicati pochi mesi fa dalla Cisl internazionale nel "Rapporto 2001 sulle violazioni dei diritti sindacali". 

Dati tragici ed eloquenti, riferiti a quanto accaduto nel 2000, dunque smentiti, e non certo in difetto, dalla progressione quotidiana della violenza. Mai come nel 2000 è stato così alto il numero di assassinii, aggressioni, arresti o altre forme di repressione contro sindacalisti e organizzazioni dei lavoratori. In tutto il mondo sono stati uccisi 230 sindacalisti (contro i 140 dell'anno prima) e ne sono stati colpiti, feriti o torturati quasi 3.000. 
Oltre 8.000 sono stati gli arrestati o detenuti. Il numero di scioperi o manifestazioni repressi è di 326 (113 i casi di restrizioni al diritto di sciopero), quasi 20.000 quello dei licenziamenti abusivi e circa 300 i casi di "interferenza" governativa.

Si può morire per avere difeso i diritti dei lavoratori dall’aggressione di chi il lavoro lo dà e questi non sono "casi aberranti che si verificano in un mondo altrimenti moderato. Al contrario, sono i sintomi della globalizzazione del libero mercato, dove aumenta la disuguaglianza, dove il governo nazionale è intaccato ma quello internazionale non è ancora stato creato, dove il capitale globale regna non-eletto e non-trasparente". Sono le prime parole che il segretario generale della Cisl internazionale, Guy Ryder, ha rivolto alla platea del congresso nazionale Cgil, a testimoniare come, a tre anni dalla Dichiarazione Oil sui princìpi fondamentali e i diritti al lavoro, le violazioni dei diritti sindacali abbiano raggiunto livelli mai toccati in precedenza.

Ogni area del pianeta ha il proprio furore economico e le proprie vittime nel mondo del lavoro. 
In Africa le politiche di aggiustamento strutturale imposte hanno ripercussioni devastanti. Disperatamente alla ricerca di investimenti, i governi subiscono le pressioni delle multinazionali per rendere più flessibili le leggi sul lavoro. In America Latina la crisi economica è pagata soprattutto dai lavoratori e dai ceti più poveri. In Asia, dove più devastante è l'effetto combinato della crisi finanziaria regionale e di una mondializzazione esasperata, l'erosione dei diritti sindacali è generale.

Esistono poi situazioni limite, come quella della Colombia, dove nel 2001 sono stati assassinati 163 sindacalisti. O come quella sudcoreana, dove, negli ultimi 4 anni, sono stati incarcerati 650 attivisti sindacali. Proprio dalla Corea del Sud è arrivato a Rimini un delegato della Kctu, la confederazione del lavoro locale. Si chiama Yoon Youngmo ed è responsabile, nel suo sindacato, del settore internazionale. E’ venuto al congresso della Cgil per testimoniare delle violenze subite da lui e dai suoi compagni negli ultimi anni. 

"Al momento – ci racconta Yoon Youngmo – sono in prigione 50 sindacalisti, tra cui il presidente della Kctu e il presidente della federazione dei metalmeccanici, la Kmwf. E’ dal 1997 (l’anno del grande sciopero generale, ndr) che i lavoratori sudcoreani sono sottoposti a violenti attacchi neoliberisti da parte del governo, con l’appoggio del Fondo monetario internazionale e della Banca mondiale. Col pretesto della crisi economica sono stati attaccati i diritti dei lavoratori e delle loro organizzazioni".

Ora la crisi è finita, ma le sue conseguenze sono più che mai attuali: "Il mercato del lavoro è cambiato del tutto – spiega Yoon Youngmo -. Quasi il 60% dei lavoratori, adesso, è composto da interinali. Tutti i meccanismi di sostegno all’economia e di protezione sociale sono stati smantellati. Speculazione e finanza regnano sovrane. Il governo non persegue alcun programma di sviluppo. A fronte di tutto ciò i sindacati non hanno la possibilità di agire. La legge sudcoreana, infatti, vieta loro il diritto di negoziare nei casi di ristrutturazione aziendale. Non si può scioperare contro un’impresa che chiude e licenzia, né si può contrattare nulla. Ma negli ultimi cinque anni abbiamo avuto solo ristrutturazioni e licenziamenti! Per questo i nostri sindacalisti sono finiti in carcere".

Ad ogni modo il movimento sindacale sudcoreano ha ottenuto anche dei successi. L’ultimo è venuto dalla campagna mondiale di supporto lanciata lo scorso gennaio dalla Federazione internazionale dei metalmeccanici. "In quell’occasione – conclude Yoon Youngmo – abbiamo ricevuto il sostegno di ben 37 paesi, tra i quali anche il vostro (i sindacati italiani, specialmente la Fiom, hanno fatto molto per noi). E 37 paesi sono davvero molti, se si pensa che all’Onu ne sono rappresentati 200."

(8 febbraio 2002)