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Un confronto netto, a volte
aspro. Senza diplomazie, ma con la volontà di mettere in chiaro i
punti di dissenso. Per capire se l’unità "minima"
raggiunta in questi giorni sia destinata a durare. O a dissolversi
davanti ai tentativi fin troppo scoperti del governo di dividere i
sindacati e rilanciare così il suo disegno di deregulation
sociale.
In mattinata i leaders di Cisl e Uil, Savino Pezzotta e Luigi
Angeletti; nel pomeriggio il vice segretario della Cgil Gugliemo
Epifani. Tutti i temi caldi di queste settimane sono stati passati
in rassegna: sindacato e istituzioni nel sistema bipolare, l’autonomia
dalla politica e il rapporto con il governo, il dialogo sociale e
la concertazione, l’autonomia dalla politica e i rapporti con il
governo, i provvedimenti del libro bianco, l’articolo 18 e la
previdenza. Tra Cgil, Cisl e Uil a fine giornata i rapporti non
erano forse più distesi ma sicuramente erano più chiari.
Sintetizziamo le posizioni emerse per temi chiave.
Sindacato e istituzioni.
Pezzotta. Il bipolarismo
è un dato di fatto. E’ stato pensato per garantire la
governabilità ma oggi si spinge verso forme di certificazione
complessiva: al sindacato si chiede da che parte sta. Ma la
società non deve essere bipolarizzata, deve essere interrogante e
stimolante rispetto alla politica. La nostra rappresentanza ci
chiede di fare solo e esclusivamente sindacato. Quale rapporto
allora con la politica? Per noi la strada maestra è l’autonomia
che resta l’unica ed è priva di scorciatoie. Siamo convinti che
solo una corretta azione sindacale può produrre cambiamenti nella
politica ma senza intervenire su un terreno che non è il nostro.
La mobilitazione può modificare gli atteggiamenti del governo, la
nostra azione diventa però difficile se si confondono i ruoli.
Angeletti. Il nuovo
sistema elettorale ha dato stabilità ai governi, stiamo
diventando un paese normale, nel quale i governi non cadono nelle
piazze ma in parlamento. In questo quadro come debbono
confrontarsi e lottare i sindacati? Si può rispondere alla
domanda partendo dalla considerazione che la vittoria e la
sconfitta vengono decise dalla quantità di consenso che si è
capaci di raccogliere e non solo dai rapporti di forza. Non è un
caso che Berlusconi sulle lotte del sindacato abbia dichiarato che
hanno un incerto contenuto sociale e un sicuro connotato politico.
Non si è trattato di uno sfogo ma del tentativo di convincere l’opinione
pubblica che siamo ostili per ragioni politiche. Se questa dovesse
diventare l’opinione prevalente avremmo perso. E non ci saranno
scioperi generali in grado di farci vincere.
Epifani. E’ vero che
far cadere l’esecutivo non può e non deve spettare al
sindacato. Ma è altrettanto vero che nemmeno il non farlo cadere
è un compito del sindacato.
Il confronto col governo e
lo sciopero generale.
Pezzotta. Non è un
confronto facile perché il governo ha in sé atteggiamenti e
comportamenti che non collimano con i nostri. Non dobbiamo eludere
i temi del libro bianco, la flessibilità, il collocamento, il
raccordo tra percorsi formativi e lavoro, la lotta contro il
lavoro nero e il sommerso, i nuovi ammortizzatori sociali. Le
deleghe hanno disatteso molte di queste nostre esigenze, ecco
perché la mobilitazione è riuscita. Molte sono le risorse da
mettere in campo, se non ci sarà accordo sapremo come rispondere.
Sul pubblico impiego c’è stato un accordo significativo, sono
stati messi all’angolo quelli che non volevano il confronto. Ma
il confronto è da riaprire, perché serve per cambiare. Se manca
il confronto ci sarà chi decide senza di noi.
Oggi è inopportuno parlare di
sciopero generale, pensiamo al giorno dopo. Questo governo conta
su una forte maggioranza. Non servono, dunque, spallate ma una
lotta di lunga durata. Il nostro compito non è cambiare governo
ma cambiare le posizioni che il governo ha e che non ci piacciono.
Angeletti. Sull’articolo
18 abbiamo ragione, perché il governo propone un’iniziativa che
va contro i lavoratori non contro il sindacato. Certo, se la nuova
legge passasse non determinerebbe automaticamente centinaia di
migliaia di licenziamenti. Ma molti di noi si sentirebbero
indifesi, avrebbero paura e la paura è il sentimento che precede
la sconfitta. La democrazia è equilibrio dei poteri, anche nei
posti di lavoro. A noi per vincere basterà far riflettere i
lavoratori, basterà smontare la mistificazione delle
argomentazioni governative.
A un compagno della Uil che mi
chiedeva con una certa insistenza perché non ci decidevamo allo
sciopero generale, io a un certo punto ho ricordato che la
repubblica di Roma venne sconfitta da Annibale per precipitazione.
Noi non dobbiamo farci portare dagli avversari sul loro terreno e
dobbiamo scegliere noi quando e come attaccare. Il nostro
obiettivo è di dimostrare che il governo ha sbagliato ad
accettare i consigli di Confindustria e per noi tutti gli
strumenti andranno bene per vincere, anche lo sciopero generale e
altro ancora. Se passerà la legge non mi rassegnerò ma
ricorrerò anche al referendum perchè la maggioranza dei
cittadini sta con noi.
Epifani Il presidente
del Consiglio ha detto di non aver visto lavoratori nelle piazze e
nelle nostre manifestazioni. Ma, allora, chi erano quelli che le
affollavano? Se gli scioperi fossero davvero andati male perché
tutta questa ostinazione contro di noi? La verità è che oggi
molti vedono nel sindacato confederale e nella Cgil la forza
necessaria e autorevole per respingere l’attacco ai loro
diritti. I giovani sanno che senza diritti la loro precarietà
diventa senza ritorno. E che l’introduzione di due diritti in
tema di licenziamento li porterebbe a essere meno liberi perché
la libertà coincide con l’autonomia. Dobbiamo essere onesti con
noi stessi. La contrapposizione di oggi non è tra chi fa politica
e chi non la fa. Nel pubblico impiego di fronte al merito abbiamo
dato una grande prova di autonomia che è stata un atto di
rispetto nei confronti di tutti quei lavoratori che hanno
sostenuto la lotta per il rinnovo del contratto.
La concertazione e il
modello contrattuale.
Pezzotta. Il modello
anni novanta deve essere rinnovato. Non basta più il confronto a
palazzo Chigi, occorre che davanti ai cambiamenti istituzionali si
decentri a livello regionale e si recuperino modelli di confronto
bilaterali con rapporti diretti con le controparti. Questo nuovo
modello di concertazione è cosa diversa dalle regole del dialogo
sociale traslate nel nostro paese in modo debole. Il modello
contrattuale ha avuto un grande ruolo ma si è indebolito per
eccessiva centralizzazione e perciò sui salari non riesce a
recuperare. Siamo contro i contratti individuali, ma quanti se ne
fanno oggi? Per questa ragione dobbiamo rivedere il modello: deve
restare un livello nazionale a cui deve aggiungersi un livello
decentrato legato al livello di territorio. Dobbiamo, infine,
realizzare un modello partecipativo che ci ridia autorità nel
campo del salario, se i soldi li distribuiscono i padroni viene
meno il nostro ruolo.
Epifani. C’è bisogno
di allargare i diritti, estenderli perché riescano a comprendere
le modificazioni in atto. Certo, dobbiamo cambiare il modo di
contrattare, dobbiamo allargare i luoghi e le sedi in cui questo
avviene; ma anche se sapremo arrivare nelle filiere e nei
territori vi pare che la battaglia per il nuovo lavoro sarebbe
più facile o difficile se non saremo riusciti a vincere sui
diritti delle persone?
La rappresentanza e l’unità
sindacale.
Angeletti. Abbiamo
bisogno di una legge ma deve riguardare solo la rappresentanza e
non deve essere invece una legge sul sindacato. Dobbiamo essere
uniti non perché siamo attaccati, ma perché questo paese e i
lavoratori hanno bisogno di un progetto basato sul valore del
lavoro. Se non lo diciamo noi chi lo deve dire?
Pezzotta. L’unità
rimane il nostro obiettivo storico e tante sono le occasioni
perse. Le differenze non sono banali, il pluralismo è una realtà
e forse non è un limite ma una risorsa. Oggi parlare di unità è
difficile, troppe sono le ferite ancora aperte. Non dipende dalle
regole ma dalla capacità di accogliere le differenze. La
mediazione è lo strumento con il quale stare insieme. Siamo
contrari a una legge sulla rappresentanza ma non ci sottrarremo a
un confronto sul merito e sulle azioni, l’unità deve maturare
nell’autonomia.
Epifani L’autonomia di
chi si propone di rappresentare delle persone è importante nella
democrazia di un paese. Ma se il governo assume unicamente il
punto di vista dell’impresa, di una parte sola della società,
allora è abbastanza chiaro che si vuole negare uno spazio sociale
fatto di diritti e coesione. La richiesta di partecipazione, come
hanno dimostrato tutte le lotte più recenti, è molto forte.
Nelle elezioni delle Rsu del pubblico impiego e della scuola
abbiamo avuto un grande risultato. Il dato più significativo è
che ben l’80% degli aventi diritto ha votato e questo vuol dire
che c’è un grande bisogno di decidere della propria
rappresentanza. Il problema delle regole non è perciò una nostra
invenzione.
Al congresso di sei anni fa, D’Antoni ci disse che in nome dell’unità
anche la Cisl avrebbe messo in conto la possibilità di una legge.
Cosa è cambiato? Se non si arriva alle regole non c’è un
futuro nemmeno per le rappresentanze sui luoghi di lavoro. L’indifferenza
per il principio della rappresentatività sindacale che si legge
nel libro bianco impedisce di dare serietà alle trattative,
perché non ci permette di sapere chi è il soggetto che tratta e
cosa rappresenta.
(8 febbraio 2002)
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