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Care compagne e cari compagni, (lungo applauso,
ndr) siete anche recidivi, e l’unico effetto che producete è
quello di emozionarmi, che dunque si scaricherà su di voi.
Concludiamo oggi il nostro 14° congresso. È
stato un bel congresso, ed è necessario, da parte mia, dare atto
a tutti voi ancora una volta della passione che avete portato qui,
della vostra capacità di analisi, della volontà di proporre –
come avete fatto – valutazioni, opinioni e di lavorare tutti
insieme, nel rispetto reciproco, per cercare la sintesi più alta,
la soluzione migliore. Abbiamo insieme svolto un esercizio
democratico; abbiamo insieme partecipato a costruire il futuro di
questa organizzazione. Non accade spesso e non a tutti è
possibile. Lo abbiamo fatto con prassi antiche, con liturgie
faticose, apprezzando, valorizzando, mostrando orgoglio per la
nostra storia e per i nostri simboli.
Voglio anch’io ringraziare, insieme a voi,
tutti coloro che hanno reso possibile questo atto conclusivo: le
compagne e i compagni di Rimini che ci hanno aiutato in questi
giorni; le compagne e i compagni del centro confederale; i
giornalisti tutti per il rispetto e l’attenzione che ci hanno
mostrato, per l’aver saputo anche loro esercitare un diritto,
quello di informare liberamente le persone alle quali si
rivolgono. E sappiamo che anche per loro di questi tempi non è
sempre facile.
Il nostro obiettivo dichiarato era quello di
fissare – lo faranno i documenti conclusivi – politiche
efficaci a stimolare una società più giusta, più coesa, più
solidale. Il quadro di riferimento dei documenti congressuali,
delle nostre valutazioni – ce lo siamo detti più volte – è
drammaticamente mutato l’11 settembre, come sono mutate le
condizioni e le aspettative di vita di tante persone. La follia
cieca del terrorismo è tornata a colpire, lo ha fatto nella
sorpresa di molti. La comunità internazionale si è risvegliata,
è stato un brusco risveglio. Ha pianto i morti. Ha provato
dolore e ha provato anche paura.
Si è determinata subito la condizione perché
uno scatto di orgoglio, di voglia di difendere la democrazia messa
in pericolo da atti criminosi, venisse considerata come la pratica
immediata da mettere in campo da parte della comunità
internazionale. Servivano azioni di contrasto efficaci, repressive
del terrorismo e tutti hanno preso atto e coscienza del vuoto che
la politica aveva lasciato, cullandosi nell’illusione che nulla
sarebbe più potuto succedere di così drammatico; quella politica
che già in passato, ma in un passato recente, aveva mostrato i
suoi limiti, perché quando per garantire i diritti a una persona
è necessario un atto di forza, lì si registra la sconfitta della
politica perché quell’atto di forza può recuperare un diritto
ma rischia di lederne altri.
Per queste ragioni, per la sofferenza anche
nostra di vicende passate ma non lontane, avevamo condannato il
terrorismo con la nettezza di sempre, la nettezza di
organizzazioni come la nostra che hanno fatto i conti con il
passato recente, con gli effetti criminosi del terrorismo; un
terrorismo che, aggredendo uomini e cose, sceglie simboli da
colpire: i giornalisti, i magistrati, i politici, gli operai come
Guido Rossa o i professori come Massimo D’Antona ed Ezio
Tarantelli.
Non c’è sfuggita neanche in questa
circostanza l’importanza delle scelte simboliche che i
terroristi avevano messo in campo, e anche per questo, insieme
alla sofferenza di vicende drammatiche di mesi e di anni passati,
avevamo pronunciato con nettezza la nostra opinione e sperato che
la comunità internazionale non riproducesse, in risposta a quegli
accadimenti drammatici, atti di guerra tradizionale. E invece la
comunità ha scelto ancora questa strada, con una guerra che ha
provocato lutti tra gli inermi e i civili.
Per questa ragione non abbiamo condiviso quella
scelta. E non abbiamo cambiato opinione. Oggi siamo, noi come
tanti, a prendere atto forse dell’inefficacia di quegli
interventi per scoraggiare e colpire il terrorismo; e però, dall’altra
parte, a registrare con certezza, la determinazione di maggiore
instabilità in un’area martoriata in precedenza dalla guerra e
addirittura l’accentuazione, in parte dovuta anche a queste
dinamiche, della crisi in Medio Oriente. E la stessa economia
deve, in larghissima parte, il suo rallentamento a ciò che quell’atto
di terrorismo ha determinato e all’incertezza che la guerra in
una prima fase ha senza dubbio alcuno prodotto.
La crisi ha colpito i paesi più sviluppati a
partire dal paese che era stato preso di mira dal terrorismo –
gli Stati uniti d’America – e ha interrotto il ciclo positivo
di crescita. Anche per questo quanto è accaduto può
determinare un’accentuazione delle disuguaglianze che già
avevano non a caso calamitato molta della nostra attenzione nella
discussione precedente: perché le economie sono interdipendenti,
perché gli effetti di quello che succede in un’area geografica
inevitabilmente coinvolgono le dinamiche di quelle vicine. Appare
oggi, anche per questi accadimenti, più visibile l’accelerazione
delle dinamiche dell’interdipendenza e l’accentuazione dei
suoi effetti, quelli che caratterizzano la globalizzazione.
Abbiamo detto e commentato anche nella
discussione di questo congresso come l’innovazione tecnologica
abbia cambiato, stia cambiando – ne abbiamo avuto riprova anche
nei minuti passati – la percezione del tempo e dello spazio,
perché agiscono sulle condizioni di milioni di persone. E ci
siamo detti come in questa condizione nuova, più vistosa – la
globalizzazione con le sue dinamiche –, il sapere appare, a chi
non è osservatore distratto o non è prigioniero di analisi
fondamentaliste, la risorsa oggi più importante per cogliere le
potenzialità della crescita; ma anche quella che, quando è
negata, quando si mette in discussione il suo possesso e il suo
controllo, può isolare, impoverire ulteriormente larghissime
parti del mondo. Il sapere oggi ha un valore, un peso almeno pari
a quello del controllo delle più importanti materie prime. E la
coesione e l’uguaglianza delle persone, in un mondo sempre più
piccolo perché più rapidamente raggiungibile dalle cose e dalle
notizie, non passano più in prevalenza dalle condizioni materiali
che le persone hanno a disposizione, ma anche dall’accesso al
sapere.
Sapere e informazione, dunque la conoscenza,
sono uno dei fondamenti della libertà, oggi ancora di più di
quanto non lo sia stato in secoli passati. E la libertà è
democrazia. Il liberismo nelle sue forme estreme, il mercato senza
regole che distorce le dinamiche economiche e si autoriproduce
peggiorando i riferimenti di qualità, sono per loro natura
esclusione e divisione sociale, e spezzano le società moderne
esattamente come l’autarchia e il protezionismo spezzavano
quelle passate. E la percezione profonda, spesso negativa di
questi fenomeni, laddove il sapere è negato, dove le condizioni
materiali non migliorano, quella percezione trasforma l’idea
alta dell’unificazione in paura e rifiuto.
Per la nostra cultura, per le generazioni che
qui sono rappresentate ma ancor di più per quelle che ci hanno
preceduto, l’idea di un mondo unito, la trasformazione del
mondo, non soltanto della propria dimensione locale, era un’idea
di grandissimo fascino: unire i più deboli per cambiare il mondo.
Oggi l’idea dell’unificazione, quella che spontaneamente l’interdipendenza
genera, determina condizioni esattamente opposte che portano tanti
giovani ad avere le preoccupazioni che si sono esplicitate così
vistose nel corso di questi mesi. Ma non si tratta soltanto
di loro: anche tante altre forme di sensibilità vedono negli
effetti dell’interdipendenza un rischio e un pericolo, invece di
rendersi conto - ma ne mancano le condizioni oggettive - che
questi rapporti, se regolati, se garantiti da un tasso adeguato di
libertà e di democrazia, possono dare risposte positive a tante
aspettative.
Ora noi abbiamo un compito nuovo, particolare:
definire, nelle nostre risposte, ciò che ci pare utile e coerente
a far sì che si globalizzino i diritti, che sia uniforme la
protezione delle persone e si risponda a quelle aspettative che
avevano in fondo coloro che ipotizzavano la solidarietà
internazionale e una pratica comune tra i più deboli. E dobbiamo,
partendo da questa nostra antica radice, costruire con pazienza ma
rapidamente un rapporto con tutti coloro che sono mossi da
preoccupazioni profonde; un rapporto che non confonda le funzioni
di rappresentanza, ma che sia in grado di individuare, laddove è
possibile e lo sarà in tante occasioni, obiettivi comuni, quelli
che possono, se attuati, dare serenità, prospettive positive ai
giovani, garantire un esercizio delle dinamiche economiche utile
per tanti, anzi fondamentale per risolvere gli squilibri, le
differenze e le divisioni che ancora esistono.
Ecco, noi a questo dobbiamo rispondere. Qui è
l’alveo di una parte rilevante dei nostri nuovi compiti, delle
funzioni che un sindacato deve esercitare per poter arrivare, come
ci siamo detti, a stimolare i nostri interlocutori alla
costruzione di una società più giusta.
Di che cosa ha bisogno una società per essere
più giusta? Intanto della cultura e della pace. Bisogna battere
il terrorismo, bisogna scongiurare la guerra, bisogna far sì che
le condizioni con le quali ci siamo confrontati in queste
settimane non mutino in peggio. La nostra contrarietà a nuovi
conflitti ha questa ragione; l’idea di stimolare un utilizzo
delle forze militari, a partire da quelle del nostro paese, per la
pace e per l’assistenza nei territori martoriati, muove da
questa considerazione.
Questo è ciò che possiamo e stiamo cercando
di fare per convincere, attraverso le nostre organizzazioni
sovranazionali, oltre che con la nostra tradizionale attività di
solidarietà, la comunità internazionale e in particolare l’Europa
a intervenire nel conflitto in Medio Oriente, anche con forze di
interposizione, per sconfiggere i fondamentalismi, per far sì che
ci siano le condizioni per ricreare quello che abbiamo chiamato il
clima di Oslo; che si possa arrivare, cioè, a un libero stato di
Palestina in grado di assicurare una prospettiva serena ai tanti
che oggi vivono in povertà e senza la certezza di un paese a
disposizione, certo in pace e in sicurezza con Israele.
Sconfiggendo gli estremismi e i fondamentalismi si possono
ricreare le condizioni per il negoziato, perché l’Europa ha
mostrato distrazione e qualche ritardo su questo tema.
Dunque anche a noi, come a tanti altri, tocca
il compito di segnalare l’esistenza qui vicino a noi di un
problema enorme, di un problema rispetto al quale non si può
essere né distratti e men che meno incapaci di proporre, di
stimolare soluzioni.
Questa condizione – la cultura della pace, i
diritti, un mondo con le sue dinamiche ma senza rotture pericolose
– è una delle nuove sfide. Anche noi abbiamo bisogno di
partecipare a questo processo, anche noi dobbiamo darci l’obiettivo
di fare quello che un’organizzazione di rappresentanza sociale,
dunque dalle funzioni limitate ma non irrilevanti, può fare per
costruire un ordine nuovo. E un ordine nuovo nel mondo vuol dire
fissare le regole della nuova democrazia che deve stare alla base
di questi equilibri.
Abbiamo indicato nel congresso quali sono
secondo noi le priorità: la riforma dei soggetti che dovrebbero
gestire i rapporti sovranazionali tra i paesi e gli stati e le
politiche economiche. Nessuno di loro è indenne da difficoltà
visibili ad attuare o a rispettare la propria funzione, qualcuno
è anche ormai in esplicita afasia perché le funzioni immaginate
non sono più praticabili.
L’organizzazione delle Nazioni Unite ha
bisogno di essere riformata e, nel contempo, di stare in campo per
ridurre i pericoli o i drammi incombenti. L’organizzazione del
commercio internazionale ha bisogno anch’essa di regole, di
norme condivise per uscire da quella che è apparsa a molti di noi
come una grande contraddizione: le decisioni più recenti, quelle
prese in Qatar, segnano una novità positiva sul piano dei
rapporti commerciali tra tanti paesi del mondo; e però non ci
sfugge che quando questa novità non è accompagnata dalla
definizione certa ed efficace di politiche di coesione, di
politiche di cooperazione, dall’individuazione di quelle soglie
che sono previste dalle clausole sociali che sempre il
sindacalismo internazionale propugna: ebbene, la mancanza di un
avanzamento su questo terreno rischia di determinare una
drammatica contraddizione per paesi che possono crescere ma che
rischiano di farlo senza rispettare adeguatamente le condizioni
delle persone; e dunque di avere da questa crescita un impulso a
regredire, a non risolvere, come invece andrebbe risolto, il
problema dei diritti dei bambini, dei minori oppure, dall’altra
parte, ad avere certezza per le condizioni dei più deboli, dei
più sfruttati.
E poi anche le altre organizzazioni vanno
riviste. Il Fondo monetario internazionale non può affrontare le
crisi di tanti paesi con le stesse politiche e la stessa logica
che ha utilizzato in tempi recenti per l’Argentina. Avete
sentito ieri qui le valutazioni degli argentini, le loro
preoccupazioni. Sono tutte condivisibili. Quando si prospettano
difficoltà come quelle che rischiano di travolgere quel paese e
la via di uscita che si indica è semplicemente quella di
politiche neoliberiste estreme, non si risolvono i problemi: si
accentuano le disuguaglianze e si producono condizioni che portano
inevitabilmente alla rottura. In quello Stato, così come in altri
in tempi passati, servivano politiche pubbliche mirate, strumenti
di coesione e di protezione proprio perché la fase del passaggio,
della trasformazione e del risanamento era oggettivamente
delicata.
Occorre che i paesi forti siano per intero
consapevoli della necessità di processi di riforma degli
strumenti, dei soggetti. Io non so se ci sarà un altro G8, ma
sono convinto che, qualunque sia il luogo nel quale verrà
realizzato, non sarà più in grado di affrontare i problemi come
ha fatto in passato perché i paesi più deboli non accettano più
– e hanno ragione – di essere esclusi, di vedere stabiliti dai
paesi maggiormente sviluppati quali sono i loro bisogni e la
priorità di questi bisogni. Vogliono decidere loro.
Lontano da me, e credo da noi, la messa in
discussione della legittimità che governi democraticamente eletti
possano trovarsi per decidere quali sono le loro scelte
economiche; ma è altrettanto lontana da me l’idea che ciò oggi
sia di qualche utilità per costruire equilibri più avanzati nel
mondo. E poi dobbiamo mirare a stimolare la ricerca di un modello
di crescita e di competizione che risolva gli squilibri. Abbiamo
approfondito la nozione di "limite nella crescita": uno
sviluppo puramente quantitativo non dà più le risposte
necessarie perché spesso manca del consenso necessario. Dunque
soglie da riformare: il rispetto dell’ambiente; ma dall’altra
parte, come ben sappiamo, il rispetto delle protezioni, anzi la
loro uniformità, e dei diritti delle persone, i diritti di
semplice civiltà, quelli che definiscono le condizioni elementari
della vita delle persone.
Di questo dovremo discutere all’interno della
Cisl internazionale perché l’organizzazione mondiale del
sindacato faccia passi in avanti nella definizione delle sue
funzioni, e dunque sia in grado di affrontare il tema dei diritti
indicando ai paesi e agli aggregati sovranazionali anche le nostre
priorità nella scelta delle politiche, come abbiamo tentato di
fare, con qualche modesto ma non trascurabile risultato, anche in
occasioni recenti.
E poi l’Europa, quest’Europa che affronta,
dopo il passaggio dell’euro, la discussione sulla sua crescita
verso una dimensione istituzionale e politica più efficace,
meglio definita. Io credo che la Convenzione sia un’occasione
ancor più importante di quello che fu l’appuntamento, per gli
Stati membri dell’epoca, della discussione per l’individuazione
dei parametri di Maastricht. Da lì può davvero nascere un’Europa
"Stato federale" con la sua costituzione, con le sue
regole e, per quanto ci riguarda, con la sua dimensione,
necessaria e possibile, di carattere sociale: costituzione, con
diritti incorporati come elemento di coesione nel rispetto delle
persone e dei processi di allargamento; regole; modello sociale
preso a riferimento. Io credo che nulla sia più attuale del Libro
bianco di Jacques Delors, l’unico Libro bianco che conosco.
E se i caratteri della globalizzazione sono
quelli che prima sommariamente tracciavo, è evidente che la
crescita dell’economia europea, e una funzione di guida anche
nella regolazione del mercato globale, non possono che passare da
un utilizzo accorto, mirato verso il sociale, delle tecnologie e
del sapere: noi abbiamo bisogno che in questo processo si affermi
il principio dell’uniformità delle leggi, dei diritti, dei
meccanismi redistributivi, degli atti negoziali, quelli che
liberamente vengono esercitati dalle parti sociali, perché la
coesione in un paese, e ancor di più la coesione sociale in un
aggregato sovranazionale, non può che esser fatta così, con una
democrazia più efficace, con regole condivise, con obiettivi che
diano stimolo e passione alle persone che vivono in quella parte
del mondo.
Si è detto più volte che Maastricht e la
costruzione dell’euro hanno rappresentato una straordinaria
spinta in Europa verso gli assetti che oggi sono disponibili. Si
tratta di ricreare lo stesso clima, lo stesso spirito che fu dei
padri costituenti dell’Europa e che rischia di perdersi se oggi,
arrivati al primo traguardo importante, quello della moneta, non
si rilancia l’obiettivo della democrazia compiuta, condivisa, e
dell’assetto sociale, del profilo che il modello sociale europeo
può avere.
E poi abbiamo bisogno qui di un paese coerente
con l’Europa. Abbiamo detto della nostra opinione su come questa
esigenza sia oggi pesantemente irrisolta nei comportamenti del
governo: un governo che ha indicato come suo approdo possibile il
neoatlantismo, in alternativa alle rigide ma utili regole dell’Europa;
che imita i modelli degli altri, anche quelli di carattere
apparentemente culturale. Al capitalismo compassionevole si
risponde con la filantropia. Né l’una né altra sono pratiche
condivisibili, non hanno nulla a che spartire con l’idea, che
noi storicamente abbiamo difeso, di giustizia sociale e di
solidarietà.
Perché la filantropia? Credo per una ragione
banale: perché si tratta di tenere insieme il neoliberismo
imitativo e il populismo che caratterizzano uno schieramento di
centro-destra come quello che governa questo paese.
Si è detto qualche volta: "Attenti, non
smarrite la bussola. Non avete di fronte il governo conservatore
della signora Thatcher". Lo sappiamo bene, non ci sfugge la
differenza, per quello che possiamo conoscere qui e per quello che
ci hanno spiegato e raccontato i nostri compagni inglesi.
No, la differenza è visibile, ma non sono
convinto che il nostro interlocutore abbia nei suoi comportamenti
un’efficacia distruttiva inferiore a quella che ha avuto la
signora Thatcher in Inghilterra.
Intendiamoci, il populismo attenua: possiamo
anche immaginare che prima o poi riemergerà qualche vocazione
antica a un uso un po’ disinvolto della spesa. Non è successo
però nelle circostante più recenti: l’unico momento nel quale
forse potevano imitare gli Stati Uniti è passato. Non è vero che
dopo l’11 settembre nulla è rimasto come prima: il testo della
legge finanziaria è rimasto immodificato, immutabile, a conferma
di un’idea che già era scritta nel Documento di programmazione
economica e finanziaria.
Sono gli effetti di questo combinato disposto:
il tentativo di parlare a una parte del mondo che noi
rappresentiamo, la parte più debole, il populismo, la promessa
demagogica alla quale non fa riscontro poi un atto concreto. Lo
vedranno i pensionati ai quali è stato promesso di avere almeno
un milione di pensione alla fine del mese; così come lo vedranno
drammaticamente i giovani meridionali ai quali è stato promesso
un avvenire migliore attraverso un posto di lavoro facilmente
raggiungibile.
Questa demagogia produce effetti, cambia anche
i comportamenti di tante persone. Il tempo sarà galantuomo, ma
nel frattempo i danni possono essere rilevanti. E nel
frattempo l’idea di liberismo senza bussola che viene
prospettata può portare a danni economici consistenti, che non
potranno essere temperati dalla demagogia.
Ma a noi questo non importa: perché quei danni
si riverseranno su di noi; ed è anche per questa ragione che è
importante intervenire oggi, avendo chiaro quel che sta succedendo
e indicando, di volta in volta, quali possono essere le soluzioni
alternative. Questa mescolanza di liberismo e di populismo può
produrre danni rilevanti anche sul sistema dei rapporti e delle
relazioni, che la signora Thatcher ignorava, in virtù della sua
origine politica, non avendo nella sua storia un’idea di
rapporto con le organizzazioni sindacali e che qui invece vengono
prefigurati per cambiarne la natura. Io non ho mai visto – e
comincio ad avere qualche esperienza – un governo che appena
insediato si ponga come problema quello della divisione dei suoi
interlocutori, anzi dell’isolamento dell’organizzazione più
grande.
Badate, non è un sospetto: è scritto nella
premessa del Libro bianco, quello che non riconosco come tale, a
firma del ministro del Welfare, che spiega dottamente, si fa per
dire, che il modello al quale riferirsi è quello dei rapporti e
delle relazioni nate nel 1984, cioè la circostanza nella quale si
determinò la rottura più grave e drammatica tra le
organizzazioni sindacali italiane.
Aznar viene sempre citato come modello da
imitare. Il governo spagnolo con i sindacati oggi contratta e non
si è mai posto l’obiettivo di isolare nessuno: nel rispetto dei
suoi interlocutori ha trovato, lui governo di centro-destra, le
condizioni per poter avere con le organizzazioni sindacali
negoziati di merito che hanno prodotto nel tempo anche accordi
condivisi. L’esatto opposto di quello che succede qui, ma
ritornerò poi rapidamente su questo tema che, come è ovvio, non
solo ci appassiona ma ci preoccupa.
Dunque perché questa Italia sia coerente con l’Europa,
occorre che vengano garantite alcune funzioni. Ho detto nella
relazione che sono preoccupato per la messa in discussione delle
funzioni primarie dello Stato e dello Stato laico. Quando vengono
meno queste funzioni si riducono gli spazi per la libertà
concreta, vengono alterati gli strumenti. Abbiamo indicato poi
nella discussione quali sono i fondamenti oggi attaccati: l’assistenza,
la sanità, la scuola.
Ecco, pensate alla scuola, al tema così
delicato della sua organizzazione. Se il sapere è il valore che
ho provato a descrivere prima, è evidente che un paese, per dire
della sua civiltà ma anche della possibilità di crescita, non
può prescindere dalla scuola. Non mi piace chiamare i
provvedimenti dell’ attuale ministro "riforma".
Riforma nel nostro linguaggio è un valore: lì non trovo valori.
Trovo semplicemente una somma di provvedimenti che punta a
indebolire la scuola pubblica, a riorganizzarne l’assetto
secondo un modello superato che diventa penalizzante in primo
luogo per i ragazzi; una scuola che può addirittura arrivare agli
estremi della discriminazione tra la popolazione alla quale ci si
rivolge.
Dunque il problema dell’assetto di quello che
resta un fondamento dello Stato, e dello Stato laico, non è solo
dei lavoratori della scuola. Lo voglio dire perché so della
preoccupazione di molti di loro. Molti insegnanti, molti
lavoratori della scuola avevano visto nell’iniziativa di lotta
del 15 di febbraio la possibilità di esplicitare lì la loro
contrarietà non soltanto al mancato rinnovo del contratto, ma
anche al nuovo assetto della scuola che si prefigura. Abbiamo
realizzato un accordo positivo per quanto riguarda il contratto di
tutti i dipendenti pubblici che ci dà gli elementi di certezza
anche sul piano di un corretto esercizio delle nostre funzioni
più tradizionali, quelle di essere autorità salariale.
Vorrei a questo proposito, se me lo consentite,
con una rapidissima divagazione dire ai nostri amici e compagni
delle altre organizzazioni sindacali che, se questo è uno degli
obiettivi da rimettere in campo, troveranno grandissima attenzione
nella Cgil, soprattutto in un vecchio salarialista come
me. Vorrei però che mi si spiegasse qual è il metro che
porta loro a valutare allo stesso modo il contratto dei dipendenti
pubblici e il contratto delle lavoratrici e dei lavoratori
metalmeccanici.
Un accordo positivo come quello che abbiamo
firmato nelle ore passate presuppone, come ha sempre fatto il
sindacato, la sospensione della iniziativa di lotta che avevi
finalizzato a quel risultato, ma sappiano le compagne e i compagni
della scuola che il tema della riforma resta in campo per loro e
per tutta la confederazione.
E insieme a queste funzioni primarie, da
difendere indicando quali sono gli elementi di un loro
rafforzamento, di un loro consolidamento, dobbiamo lavorare
perché si imponga anche qui un modello di sviluppo economico e
sociale che sia coerente con l’Europa. Quell’Europa che
chiede di mettere a disposizione dei cittadini e delle imprese
regole in grado di far crescere l’occupazione, partendo da un
assunto fondamentale: l’obiettivo cioè della stabilità del
lavoro, del rapporto a tempo indeterminato. Il resto è un
corollario importante. Ma quella flessibilità è una
flessibilità che si realizza quando si hanno diritti garantiti.
L’Europa a Lisbona ha chiesto agli Stati
membri di farsi carico delle politiche necessarie per dare vita a
una società della conoscenza, recuperando lì una delle ragioni
del Libro bianco di Jacques Delors. E la società della conoscenza
è fatta di innovazioni, di stimolo al processo della
riorganizzazione attraverso le tecnologie. Per noi è, o potrebbe
essere, un’occasione straordinaria, ad esempio, per dare una
risposta positiva al Mezzogiorno. Pensate ai vantaggi che l’infrastrutturazione
leggera, quella informatica, potrebbe determinare in aree che
mancano dell’insieme della capacità infrastrutturale. Ma per
questo bisogna accettare la sfida della competizione alta,
individuare quali sono gli strumenti per poterlo fare, agendo in
una direzione opposta a quella che chiede Confindustria; a quella
che, attraverso le forme di collateralismo che si sono
determinate, è stata rimessa in campo dallo stesso governo, in
questo insopportabile balletto fatto di richieste mirate
esclusivamente al vantaggio dell’impresa e, dall’altra parte,
alla messa in discussione delle protezioni sociali e dei diritti
delle persone che rappresenterebbero un impedimento in quanto
costano.
Anche qui le nostre priorità sono note e
partono, come ho già detto, dalla scuola, dal sapere, dalla
formazione. Qual è oggi una persona forte in un mercato del
lavoro articolato, con tanti strumenti disponibili? Quella che
conosce, che è consapevole. Si può dire che l’atteggiamento di
fronte agli strumenti di flessibilità delle ragazze e dei ragazzi
è sempre uniforme? No. Chi non ha paura? Chi ha alle spalle un
bagaglio di conoscenze e dunque è forte nel mercato perché, con
la sua consapevolezza, con la sua intelligenza valorizzata, è
capace di scegliere. Chi è il vero outsider? Il ragazzo che va a
lavorare appena superata la soglia dell’obbligo scolastico e in
tante circostanze ancora prima. È lui che sarà espulso dal
processo produttivo, è lui che sarà messo in difficoltà quando
le dinamiche del mercato porteranno l’attività nella quale è
occupato ad avere i problemi di sempre.
Le nostre priorità stanno nella promozione
delle pratiche positive, nel far riacquistare al lavoro il valore
sociale che ha, che ha storicamente avuto e che dovrebbe avere
ancor di più in una società moderna e complessa. Le nostre
priorità riguardano la promozione e la valorizzazione delle
risorse umane, la possibilità di avere pratiche di pari
opportunità, di mainstreaming per le donne che vogliono entrare
stabilmente nel mercato del lavoro e che considerano
legittimamente il lavoro come realizzazione di una parte di sé,
non l’integrazione del reddito della famiglia.
Vorremmo poter discutere di inserimenti mirati
per i disabili, di percorsi nuovi che tengano insieme la
formazione delle persone con la progettazione del loro posto di
lavoro. Altro che filantropia! Un’idea che ridà dignità alle
persone e alla loro funzione.
Vorremmo poter affrontare i temi del come si
costruisce una società multiculturale. Come si fa, però, con un
interlocutore che altro non sa fare che utilizzare la marina
militare in funzione repressiva?
Risparmiamoci, risparmiatevi, da qui in avanti,
il tormentone della proposta da avanzare. Ne abbiamo fatte tante.
Ma perché non vederlo? Perché accedere sempre alla sterile
polemica di chi considera inesistente la tua proposta quando non
la condivide?
Così fa il governo di centro-destra. Ma è
possibile che questo riflesso condizionato pesi anche a sinistra?
Come si fa a vedere in questo sindacato un sindacato che, chissà
perché, avrebbe difficoltà a proporre? Ma ci sono forse cose
rilevanti negli assetti sociali definiti nel corso di questi
ultimi anni che sono nate fuori dalla nostra proposta? Se ci sono,
diteci quali sono.
Saremmo in Europa senza un impianto
contrattuale che ha consentito contemporaneamente di attenuare le
differenze, le disuguaglianze, ma ha abbattuto l’inflazione e
gli effetti dell’inflazione sul debito? Ci sarebbe oggi un
assetto previdenziale che dà certezza a milioni di persone se noi
non avessimo proposto la riforma, se non avessimo fatto accordi
che sono stati spesso dolorosi ma che ci hanno permesso anche di
consolidare la nostra funzione?
Il riformismo è quello praticato o quello
semplicemente dichiarato? Io credo sia il primo, e credo che il
nostro tasso di riformismo sia buono, perfettibile certo, ma, per
avere un’interlocuzione che tenga conto anche delle proposte che
il sindacato affaccia, bisogna avere degli interlocutori che ti
rispettano. Oggi, questa condizione manca. La concertazione l’hanno
buttata nel cestino. Ci hanno indicato come alternativa
quella che chiamano, imitando il linguaggio dell’Unione europea,
dialogo sociale, che, descritto sommariamente e un po’
rozzamente, so che mi perdonerete, è l’equivalente dell’essere
convocati a Palazzo Chigi il giovedì per sentirsi spiegare cosa
faranno il venerdì. È un dialogo che ha una sola direzione. Per
altro poi, come è capitato spesso, non è che te la raccontano
tutta.
Io credo che il livello di sopportazione e di
tolleranza di questo sindacato sia altissimo, e lo si possa
desumere anche da fatti banali capitati, come quello, che ogni
tanto mi è capitato di ricordare, di un incontro con il
presidente del Consiglio e l’intero governo, incontro nel quale
mancava soltanto il ministro dell’Economia. Ci dissero: "È
impegnato in una rapida discussione con il governatore della Banca
d’Italia perché devono verificare la consistenza di alcuni
dati". Poi il ministro ritornò e proseguimmo nella
discussione – era il confronto, definito dalle regole e dalle
procedure del 1993, sulla legge finanziaria -. L’argomento
che ci veniva offerto era: "Non vi possiamo dire più di
tanto perché non abbiamo ancora completato i conti ". Il
ministro in realtà era stato assente perché, in un altro luogo
non lontano, stava facendo un’intervista con un giornalista
della Rai al quale spiegava l’esistenza di un disavanzo enorme
che aveva ereditato dal governo precedente, con tanto di
istogrammi spiegati agli italiani.
Di quello che ci dicevano non era dunque vero
niente. Ma il problema non è soltanto l’infondatezza dell’argomento
con il quale agirono per sottrarci le informazioni del caso: è l’idea
di rapporto e di relazioni che lì è immediatamente trasparsa.
Avremmo poi appreso, come tutti i cittadini italiani, dalla
televisione quello che il ministro dell’Economia valutava essere
lo stato dell’arte. Ma noi eravamo lì, a palazzo Chigi, a
rappresentare milioni di persone. È questo il rispetto che si ha
per le persone che lì erano rappresentate?
Per carattere, come sapete, non sono uso né a
drammatizzare né a utilizzare termini delicati che possono
alludere a tante cose diverse da quelle che invece freddamente
bisogna valutare; ma il rispetto nei rapporti, il carattere delle
relazioni non è marginale: dice dell’intenzione del tuo
interlocutore, ma dice anche della sostanza nell’esercizio della
democrazia. Dunque, quando ci capiterà di tornare a discutere con
loro, sarà opportuno che anche questi aspetti siano risolti.
Nel mentre, noi, per imporre le nostre scelte,
abbiamo bisogno di battere le loro. Sono in campo due modelli. La
mediazione è possibile quando si affronta da un punto di vista
diverso una condizione oggettiva. Ma quando l’oggettività
viene meno non si può mediare sull’impianto dell’altro
pensando che, cambiando in qualche modo quell’impianto, si
produce una soluzione che risponde a una tua idea di società. Non
c’è riformismo che possa nascere dalla modifica di un impianto
di rapporti, di relazioni, di politiche economiche e sociali che
ha come fondamento la filantropia.
Sono in campo delle novità di una qualche
consistenza. L’iniziativa, la lotta, la visibilità che abbiamo
dato alle nostre proposte, oltre che alle nostre valutazioni –
penso a quelle in materia previdenziale così come a quelle sul
mercato del lavoro – hanno garantito una crescita della nostra
capacità di mobilitazione. La scelta, che pure venne contestata
anche al nostro interno, di promuovere come prima risposta lo
sciopero con le assemblee si è dimostrata, nel breve, vincente.
Le tantissime persone che hanno partecipato a quella discussione,
e avevano bisogno del nostro giudizio, sono le stesse che hanno
costruito opinione e che hanno permesso a noi di avere poi la
partecipazione che abbiamo riscontrato nelle grandi manifestazioni
di questi giorni. Non si può continuamente dire che siamo
oscurati, che c’è – come c’è – il monopolio dell’informazione
radiotelevisiva, e poi ignorare il valore e l’importanza del
rapporto diretto con le persone che rappresentiamo.
Lo so che è faticoso: il loro lavoro è più
semplice ma non abbiamo alternative, e in ogni caso è una bella
condanna quella di misurare le proprie opinioni guardando in
faccia le donne e gli uomini che rappresentiamo, spendendo le
nostre idee.
Questo ci ha dato una condizione nuova e
positiva. C’è una percezione diversa oggi, nel paese, delle
intenzioni di questo governo che continuamente, per ogni atto –
come del resto è naturale che facciano i governi – spiega che
si tratta di una scelta positiva: lo fanno per te, per il tuo
bene, per il tuo interesse.
In questi giorni, passando per Santarcangelo,
mi è tornata alla mente questa valutazione. Santarcangelo è un
paese poco lontano da qui. Tonino Guerra, un poeta del quale
qualche volta vi ho parlato, che onora come tanti altri
santarcangiolesi questa terra con le sue parole, ne ha appiccicate
alcune sui muri di Sant’Arcangelo. Ci sono delle formelle che
sono incastonate in queste case: in una di queste è descritto lo
stato d’animo di un uomo immaginario che si rivolge a una
altrettanto immaginaria donna, e questo stato d’animo mi ha
fatto ritornare alla mente quella che mi pare sia la sostanza dell’atteggiamento
di tantissime persone che abbiamo incontrato nelle nostre lotte.
Dice quest’uomo: "Cara, tu dici che ami i fiori e li
strappi ai campi; tu dici che ami i pesci e li mangi. Cara, quando
tu dici che mi vuoi bene, io ho paura".
Ho ragione di pensare che sia lo stato d’animo
di molti italiani quando si sentono oggetto di tanto affetto e
attenzione da parte di questo governo.
È l’effetto che viene dall’insieme delle
deleghe che preoccupa, quello che può mettere in discussione la
costituzione materiale di questo paese che viene sottratta al
confronto con noi e con il Parlamento. Quando la previdenza,
invece di rafforzarsi, viene stravolta per avvantaggiare le
imprese, è naturale che le persone si preoccupino. E quando i
diritti, che si devono estendere e modulare verso coloro che non
ne hanno, a partire dai parasubordinati, vengono aggrediti, è
evidente che le persone si preoccupino.
Noi sosteniamo e sosterremo l’esigenza dell’estensione
e della modulazione dei diritti. Loro parlano di Statuto dei
lavori, in quel libro dal colore limaccioso. Ma in verità
quale idea affacciano? L’idea dei diritti a geometria variabile,
i cerchi concentrici. E poi noi saremmo i conservatori! La
geometria variabile dà ad alcuni e toglie ad altri; i cerchi
concentrici fanno diverse le persone nel mercato del lavoro.
Invece di dare si toglie, contrapponendo le generazioni tra di
loro.
Non ci sfugge che ogni provvedimento, dalla
decontribuzione in materia previdenziale fino alla soppressione di
diritti elementari nel mercato del lavoro, ha questa insidia. Il
doppio regime, le condizioni difformi tra coloro che sono nel
mercato del lavoro e quelli che dovrebbero entrare.
Pensate alla disgrazia che potrebbe capitare a
una ragazza o a un ragazzo che verrà assunto se quelle norme
dovessero essere attuate nei prossimi anni. Vuole una pensione?
Bene, calano i contributi che vengono versati. Il valore della sua
pensione, alla fine di quarant’anni di lavoro, sarà enormemente
inferiore a quello previsto dalla riforma. Ma non basta: perché
si preoccupi e stia attento a quello che fa, è bene che gli si
tolga anche qualche diritto. Verrà assunto a tempo determinato.
È scontato. Perché? Perché, quando poi il suo rapporto di
lavoro verrà trasformato, scomparirà per lui la possibilità di
essere difeso dai licenziamenti ingiusti. Capite che prospettiva
per i ragazzi? E poi dovrebbero essere entusiasti!
Ma visto che ci sono, pensano di fare qualcosa
anche per le loro famiglie. Ecco allora l’impianto della delega
fiscale, che ha caratteri francamente difficili da considerare
rispettosi della Costituzione; in ogni caso è un problema
politico. Il fisco è uno strumento redistributivo che, da quando
esiste, si basa sulla progressività. Ebbene, qui salta la
progressività; le funzioni della redistribuzione solidale
garantite dal fisco vengono messe in discussione: le protezioni
delle persone più anziane, una parte del sistema dell’assistenza
è però alimentato con quelle risorse. Certo che se si dice a un
italiano: "Pagherai meno le tasse", di norma è
contento. Bisogna spiegargli poi cosa succede quando non ci
saranno più, proprio perché pagherà meno tasse, le protezioni
sociali che ha utilizzato fin qui, e dunque il cercarne di nuove
individualmente costerà a lui ben di più e alla società
conflitti e rotture drammatiche.
Il tutto sempre con la stessa idea di dividere:
"A chi è già nel mercato del lavoro non succede nulla.
Perché vi agitate? Cosa sono questi scioperi? Vogliamo, in forma
sperimentale, fare delle cose per quelli che verranno", dice
il ministro del Welfare, persona sempre molto attenta alla ricerca
degli argomenti più efficaci. A quei ragazzi succederà qualcosa
tra quarant’anni, ne parleremo allora. No, tra quarant’anni
non se ne parla più, il disastro è fatto. "Ma voi lavorate,
l’articolo 18 per voi rimane, non c’è nessuna modifica all’impianto
della barriera alle discriminazioni della giusta causa". Ha
fatto male i conti, perché le lavoratrici e i lavoratori
italiani, e i più anziani che hanno pagato per ottenere quei
risultati, hanno un’idea forte della solidarietà e non si fanno
ingannare da questa polemica.
È singolare che ci sia qualcuno che può anche
solo immaginare che in un qualsiasi luogo di lavoro possano vivere
e lavorare insieme persone con condizioni così drammaticamente
diverse. Le persone sono diverse nella loro attività, nel
riconoscimento normativo e retributivo del loro lavoro, anche
nello stesso luogo. Ma in quel luogo i diritti sono
uniformi. Se cambia il sistema dei diritti si produrrebbero
alterazioni anche nei comportamenti e negli effetti dei
comportamenti. C’è bisogno di provare per comprenderlo? Noi non
siamo disponibili. Ci basta quel tanto di capacità a prevedere
che ancora abbiamo.
Ho detto, aprendo questo congresso, che non
avrei voluto discutere qui dei problemi che poi ci hanno
appassionato perché, in una condizione di normalità, che cosa
fare nei rapporti con il governo la prossima settimana, il
prossimo mese, non dovrebbe essere argomento di un congresso. Il
congresso traccia un orizzonte più ampio, più lontano. Certo, il
carattere del tuo interlocutore, le sue scelte politiche ed
economiche sono una ragione della tua discussione: il tempo della
legislatura è sostanzialmente lo stesso che ci separa dal 15°
congresso. Figuriamoci, di questi argomenti di ordine generale
sarebbe stato in ogni caso necessario parlare, ma il che fare
stringente, immediato, in condizioni di normalità è materia che
viene consegnata agli organismi dirigenti che un congresso alla
fine sempre elegge.
Ma qui manca la normalità. Lo dico
sommessamente ma vorrei, al di là dei toni, essere molto chiaro
anche con i nostri amici e compagni della Cisl e della Uil: non
siamo in una condizione normale. Ma vi sembra normale un paese nel
quale il ministro del Lavoro dice, come recitavano ieri le
agenzie: "Non ci sono le condizioni per lo sciopero
generale"?
Io penso che tutti i tentativi messi in campo
per dividere il sindacato siano atti volgari consumati in primo
luogo contro Cisl e Uil. Ma se non gli si spiega che alcune
cose, anche sul piano della forma oltre che della sostanza,
sarebbe bene evitarle, chissà dove finiremo. Ha detto che è
molto contento del fatto che tra un po’ la smetto di fare il
sindacalista: è libero di esserlo (a breve mi aspetto commenti
sulla composizione degli organismi dirigenti, oltre che sulle
scelte politiche).
Quello che mi preme però è che sia chiara,
nel rapporto con le altre confederazioni, la sostanza dei nostri
intendimenti. Sono preoccupato del fatto che nella discussione lo
strumento, nel corso di questi giorni, abbia in parte cancellato l’obiettivo.
Si è parlato molto di sciopero e paradossalmente poco delle
ragioni per le quali lo sciopero dovrebbe essere fatto. Credo si
renda necessario, nei prossimi giorni, chiedere ai nostri amici e
compagni di Cisl e Uil una riunione nella quale tornare a
discutere i temi che sono stati qui semplicemente affacciati. Non
considero esaustiva, anche se è importante e illuminante, la
discussione che c’è stata qui.
Le ragioni della nostra comune mobilitazione,
esistono ancora? Vorrei che a questa domanda, se non la si vuole
considerare retorica, venga qualche risposta precisa. Preciso ai
nostri compagni e amici: siete d’accordo sulle modifiche al
sistema previdenziale e sullo stralcio dell’articolo 18 e delle
norme sull’arbitrato? Se non siete più d’accordo, se avete
cambiato idea, ditelo. È legittimo, ma sia chiaro. Noi non
abbiamo cambiato idea.
Ma se non avete cambiato idea, fateci capire
come intendete arrivare a quegli obiettivi con un governo che
procede in Parlamento e che ha detto esplicitamente di voler
arrivare a Barcellona, all’appuntamento di metà di marzo, con
le deleghe approvate dal Parlamento. Come si ferma questa deriva?
Il nostro percorso è lineare. Si può non condividere, ma è
lineare. Si risponda con delle ipotesi alternative, se esistono.
Io francamente, nella discussione di questi giorni, quella che si
è svolta qui e fuori di qui, non le ho colte.
Noi pensiamo che sia importante proseguire l’iniziativa
politica per allargare il consenso che intorno alle nostre
valutazioni, ai nostri giudizi, ai nostri obiettivi si è
creato. E pensiamo che insieme all’iniziativa politica
serva, come fanno di solito i sindacalisti, avere fissato un
programma di lotta e che in questo programma deve essere compreso
lo sciopero generale.
Per fare che cosa? (Vi chiedo scusa delle
banalità che sono costretto a dire tra sindacalisti; è una
fatica immane ed è una croce che bisogna portare con
rassegnazione e anche con un po’ di pazienza). Per fare un
accordo che preveda lo stralcio e la modifica delle condizioni che
non condividiamo.
Nel 1994, quando non condividemmo i contenuti
della legge finanziaria sulla previdenza – non c’è nulla di
accostabile tra allora e oggi (e la storia non si ripete mai allo
stesso modo) ma, visto che l’accostamento lo fanno loro,
perdonatemi se lo faccio anch’io –, nel 1994 negoziammo. Il 29
settembre la trattativa si ruppe. Il 30 presentarono in Parlamento
un testo che non aveva la nostra condivisione. Facemmo il primo
sciopero generale il 14 ottobre. Dissero delle cose a commento di
quello sciopero generale non particolarmente diverse da quelle che
hanno detto in questi giorni. Poi ci fu una manifestazione enorme.
A metà di novembre dichiarammo un altro sciopero generale per il
2 dicembre. La notte del primo dicembre facemmo un accordo nel
quale era previsto lo stralcio. Il governo venne messo in
crisi. Cadde in Parlamento qualche decina di giorni dopo
perché lo fecero cadere Bossi e Maroni.
Non si vuole andare così lontano? Ma basta
quello che è avvenuto nelle ultime ore. Che cosa abbiamo fatto
per il contratto dei dipendenti pubblici? Abbiamo trattato, si è
rotta la trattativa. Sono iniziate le forme di lotta, di
mobilitazione. Abbiamo dichiarato uno sciopero generale, hanno
trovato improvvisamente i soldi, siamo stati molto contenti. Si
sono rimangiati i provvedimenti di legge con i quali intervenivano
sulle normative, abbiamo firmato l’accordo. Il percorso per dei
sindacalisti è addirittura banale, per questo vi chiedevo scusa
in premessa.
Io capisco che un governo di centro-destra, e
soprattutto alcuni componenti di questo governo, tutte le volte
che la Cgil affaccia un’osservazione, esprime una valutazione,
mette in campo un’iniziativa, non avendo argomenti per
rispondere cerchino dei diversivi. Il ministro del Welfare vuole
addirittura fare gli spot sulle televisioni. Si faccia il conto di
quanto compare questo governo, con le cose che racconta, sulle
televisioni quelle di Stato e quelle no – sperando che, pur nell’accezione
un po’ arcaica del termine, quelle di Stato rimangano tali,
perché mi pare che questo non sia del tutto scontato se lo stesso
presidente della Repubblica ha avvertito l’esigenza di
raccomandare qualche attenzione al tema.
L’argomento principe è che la Cgil ha delle
intenzioni politiche, figuratevi poi il suo segretario generale...
Il vicepresidente del consiglio ha detto:
"È tutto chiaro. Siccome Cofferati scade, adesso la Cgil non
si comporta più da sindacato". Siccome scade, semmai la Cgil
avrà il problema di trovarne un altro, ma la sua natura rimane
quella di sempre, quella di un sindacato che chiede alle persone
che rappresenta di sostenere una linea, degli obiettivi, e lo fa
con gli strumenti che un sindacato ha a disposizione.
Ho sentito qui i miei colleghi dire:
utilizziamo la fantasia. Io credo di averne molta, ma non arrivo
oltre certe soglie. Abbiamo fatto gli scioperi con le assemblee,
abbiamo fatto gli scioperi con le manifestazioni in tutte le
città, abbiamo utilizzato lo strumento formidabile dell’articolazione.
Che cosa c’è che si può fare ancora? Molto,
certo; ma perché in questo molto non ci può stare l’iniziativa
che più unifica e che dunque può consentire al sindacato, nel
momento dato, di esprimere il massimo del rapporto di forza,
sapendo che quando si è uniti (come hanno dimostrato i dipendenti
pubblici) sugli obiettivi e sulla pratica di lotta, i risultati
vengono? Perché quella cosa è inibita? Per quale ragione non
può avere cittadinanza nella nostra strumentazione tutto il vasto
armamentario di cui disponiamo? Non lo comprendo.
E poi, evitiamo
diversivi. "Riprendiamo la trattativa" si
dice. Ma guardate che noi la trattativa non l’abbiamo mai
interrotta. Gli incontri sul Mezzogiorno sono in atto da tempo. Ci
hanno convocato per dirci cose relative ad alcuni provvedimenti
del mercato del lavoro, sinceramente un po’ penose, ma abbiamo
discusso.
Voi sapete che Roma è una città bella ma
strana. A volte il ponentino che sale porta rumori, voci. Tra i
pini di villa Borghese – quelli che stanno sopra piazza del
Popolo, in particolare, e che hanno ispirato i poemi sinfonici di
Respighi – questo venticello si trasforma in parole. Alcune di
queste parole descrivono un’ipotesi. Non so se sia vera,
sapete, ma comunque una di queste chiacchiere riportate dal vento
parla di una grande novità: scomparirebbero i provvedimenti sull’articolo
18 così come sono e verrebbe introdotta la sospensione dell’articolo
18 nei provvedimenti relativi al Mezzogiorno. Un’idea veramente
straordinaria! Pensate con quanta gioia i lavoratori meridionali
accoglieranno questa proposta per i loro figli... Si sappia
comunque che questa, se è un’ipotesi per alcuni, non lo è per
la Cgil.
Poi ce n’è un’altra – i pini sono tanti,
il ponentino... – che recita sostanzialmente così:
"Riprendiamo la discussione (quella che non si è mai
interrotta), nel frattempo i provvedimenti sull’articolo 18
vengono accantonati". A un sindacalista un’ipotesi di
questa natura non può che far venire i brividi nella schiena.
Pensate per un attimo: primo, viene prospettata come ipotesi
positiva il fatto che si accetta di discutere dell’articolo 18,
perché se accetti l’accantonamento non rifiuti più che quell’argomento
sia in campo; secondo, nel frattempo tratti con questa spada sulla
testa...
Facciano loro, noi non siamo interessati a
queste pratiche masochistiche. Noi non ci stiamo. Noi siamo a
difendere, con convinzione e con rigore, le scelte che abbiamo
fatto insieme, e vogliamo discutere se esistono delle ragioni per
le quali queste scelte non sono più ritenute efficaci, opportune.
Se è così, lo si dica in chiaro.
Ognuno di noi porta un peso grande, quello di
rappresentare delle persone. Questo peso può portare a decisioni
difficili, forse anche drammatiche. Ecco perché la trasparenza,
la chiarezza è indispensabile, oggi anche per il futuro. Stiamo
parlando di diritti delle persone, di ragioni vitali, di dignità
delle stesse persone, addirittura di ragioni identitarie per delle
organizzazioni confederali.
Per noi e per l’Europa la Carta dei diritti
di Nizza all’articolo 30 recita: "Tutela in caso di
licenziamento ingiustificato". Perché mentre il
provincialismo prendeva radici e forza qui, per fortuna altrove le
nostre istanze trovano ben altre attenzioni. L’articolo 30
recita: "Ogni lavoratore ha il diritto alla tutela contro
ogni licenziamento ingiustificato, conformemente al diritto
comunitario e alle legislazioni e prassi nazionali". È la
conferma dell’articolo 18, altro che difformità rispetto all’Europa!
Questo diritto di civiltà noi lo vogliamo
mantenere. Siamo convinti sia l’architrave di un sistema di
diritti. Senza quel punto di riferimento e di tenuta, anche i
diritti minori verrebbero messi in discussione. Quando ci si mette
su quella strada, è una strada in discesa, ti porta non si sa
dove, prima che tu ti possa fermare.
E non è vero che ciò non è compreso da una
parte di coloro che rappresentiamo. Volete che non sappiano i
dipendenti delle aziende sotto le 15 unità che cosa capiterebbe
loro? Hanno già visto che le loro associazioni, appena
Confindustria ha chiesto al governo e ha ottenuto risposta sulla
messa in discussione dell’articolo 18, hanno chiesto la modifica
della 108, perché loro non hanno il reintegro ma hanno il
risarcimento. Bene, cosa chiedono le imprese? Si cancelli anche il
risarcimento. C’è una tragica coerenza in questo.
Ma davvero si pensa che i dieci milioni di
italiani che in quel referendum – quello che venne osteggiato
per le ragioni che sappiamo – hanno votato no alla cancellazione
dell’articolo 18 siano tutti protetti dall’articolo 18? Ma non
scherziamo! Sono persone che sanno però che lì c’è un
fondamento delle tutele, della protezione dei più deboli, e sanno
che se viene messo in discussione quel fondamento, poi toccherà a
loro, come è sempre stato. E non parliamo di privilegi: parliamo
di semplici, banali (ma per noi fondamentali) diritti che
sanciscono il riconoscimento della dignità della persona. Non dei
licenziamenti parliamo, ma degli atti discriminatori.
Da qui la nostra passione e la nostra
convinzione ferma. Proporremo quel programma che ha al suo interno
anche lo sciopero generale e, come sempre, discuteremo per
convincere. Vorremmo conoscere le opinioni diverse dalle nostre,
ma non in forma semplificata: le semplificazioni sono efficaci
forse mediaticamente, ma sono disastrose per i sindacalisti. Se
quell’obiettivo è ancora condiviso, come ci si arriva? Dobbiamo
aspettare un atto di filantropia, o dobbiamo svolgere una funzione
negoziale con gli strumenti di cui disponiamo, quelli politici di
iniziativa e quelli di lotta per arrivare a un risultato? Noi
siamo per questa seconda strada. Valuteremo insieme serenamente,
poi, quali saranno le risposte.
Quello che abbiamo sempre detto e che
riconfermiamo in questa circostanza, è che una grande
organizzazione come la nostra non si condannerà mai all’immobilismo.
Saremo rigorosi e intransigenti perché sui diritti non si media.
I diritti o sono riconosciuti, o non esistono. Non ci sono
soluzioni che possono rappresentare un approdo condiviso su un
tema come quello dei licenziamenti senza giusta causa. Non è un
caso che abbiamo utilizzato la parola "stralcio" per
indicare esattamente e senza equivoci qual era la nostra volontà.
Non abbiamo detto: "vogliamo negoziare per cambiare". Le
parole hanno un peso, hanno un senso. E le persone che
rappresentiamo hanno capito bene qual è la differenza, la
sostanza di questa differenza.
Andremo a questa discussione con lo spirito di
sempre, con la convinzione di sempre, di chi sa quanto è
importante l’unità, di chi sa che quando si è in grado di
esercitare iniziativa politica e lotta insieme, si è
oggettivamente più forti, e dunque con la voglia e la passione
per ricercare, nel rispetto reciproco, la conferma delle nostre
esigenze e dei nostri obiettivi e l’individuazione di una
pratica. Non accetteremo che tutto ciò si trasformi in una sorta
di ibernazione di questa confederazione e delle sue esigenze. Lo
sappiano e siano sereni i lavoratori che rappresentiamo. Noi non
li lasceremo mai sulla strada della messa in discussione dei loro
diritti.
Immaginatevi se non pesa anche su di noi la
somma di rischi – ho detto prima: forse drammatici – che
possono accompagnare questa discussione del futuro immediato.
Pensiamo sempre anche noi al giorno dopo, ma il giorno dopo è
gestibile per un’organizzazione sindacale se il giorno prima le
ragioni delle persone che rappresenta sono state confermate e
difese con coerenza. Io spero che questa sia anche la volontà dei
nostri amici e compagni di Cisl e Uil, perché su questo terreno
è in discussione una radice comune.
Non c’è solo un bisogno enorme di tante
persone deboli: c’è una parte della nostra storia, della nostra
idea di confederalità, della nostra idea di autonomia, di quella
storia che ha attecchito nel riformismo cattolico, in quello laico
e in quello comunista e che ha dato storicamente al sindacato
italiano, al sindacato confederale, il tratto che lo porta a
essere organizzazione che esercita solidarietà, che difende
diritti, come base fondamentale della sua ragion d’essere, del
suo esercizio negoziale.
Siamo disposti a discutere di un progetto
comune, allo stesso modo in cui abbiamo detto delle regole: non
per prevaricare ma per avere insieme una sola radice di
legittimazione. La nostra è un’idea alta di democrazia: si
fissi chi è abilitato a negoziare con le regole e poi si
stabilisca chi deve decidere. L’unica cosa che non si può
accettare è che non ci sia nulla per l’una e per l’altra
esigenza. Come è stato in tempi recenti: le rotture, quelle
drammatiche e dolorose, sono avvenute perché mancavano queste
regole e dunque eravamo tutti prigionieri di un deficit di
democrazia, e i lavoratori si sono visti sottrarre la loro
opinione e il loro giudizio su atti per loro importanti.
Fissiamo insieme che cosa compete alle
organizzazioni per la loro funzione di rappresentanza, per le loro
ragioni identitarie e cosa invece deve essere deciso dai
lavoratori. Gli atti contrattuali non possono essere privi di una
regola democratica. In ogni caso, la nostra opinione è quella
nota, è quella che abbiamo sostenuto insieme nei momenti più
delicati e più drammatici anche della recente vicenda
contrattuale dei metalmeccanici. Abbiamo chiesto il parere dei
lavoratori perché noi ci atterremo sempre al loro parere. Se il
loro parere sarà contrario, diverso dalla nostra valutazione di
un accordo, noi comunque, se la regola è precisa e chiara,
firmeremo quell’accordo.
Quelli che non sottoporremo mai a un giudizio
referendario sono gli elementi costituenti della nostra identità,
i diritti indisponibili, che tali sono e tali devono restare.
Tutto il resto va verificato costantemente con l’intenzione dei
destinatari dei nostri atti.
Abbiamo detto: discutiamone insieme,
presentiamo insieme un’ipotesi al legislatore. Abbiamo settori
nei quali queste regole esistono. Pensate ai settori pubblici –
lo ha ricordato Guglielmo Epifani l’altro giorno–: abbiamo
fatto di recente un’esperienza importante. C’è un esercizio
positivo per le organizzazioni confederali. Ma perché anche noi
dobbiamo condannarci ad avere un sistema duale di democrazia e di
rappresentanza? Non lo capisco.
Il legislatore è sospetto nelle sue
intenzioni? Stabiliscano le confederazioni qual è il merito
condiviso e lo offrano come base di discussione, senza intaccare
autonomie da parte di nessuno, al legislatore. Ma la radice deve
essere chiara. Senza quella radice non c’è futuro per le
organizzazioni confederali.
Può capitare che oggi sia messa a margine la
Cgil. Sono davvero sicuri che saremo sempre noi in quella
condizione? Oppure non è legittimo pensare, per quel che è
scritto nel libro "limaccioso" – che basta
legittimarsi con un atto negoziale per essere riconosciuti come
soggetti titolati – che, per questa ragione, le imprese andranno
sempre alla ricerca di qualcuno che abbia una posizione per loro
più utile, più conveniente? Oggi tocca a noi, ma non ci si ferma
lì.
È arroganza dire questo? È mancanza di
volontà unitaria? Francamente...
Ci sono tutte le ragioni per tornare su molta
parte della nostra esperienza, anche più recente, per porre
correttivi, rimedi laddove si sono determinate condizioni negative
per le persone che rappresentiamo. Di questo parleremo nei
prossimi giorni.
Intanto concludiamo questo congresso, care
compagne e cari compagni, e lo concludiamo unitariamente, dopo un
viaggio iniziato tra legittime differenze. È un’unità che non
ci ha regalato nessuno (so anche che qualche volta dà pure
fastidio), ma qui l’identità, l’idea dell’appartenenza, la
voglia di mettere in discussione i propri punti di partenza, ha
creato le condizioni per questa conclusione. Io ne sono molto
contento.
Sapete – ve ne ho parlato anche in altre
circostanze – quale sia il grande fascino della metafora del
viaggio, quale sia il fascino che esercita soprattutto su di me.
Per i poeti, per gli artisti il viaggio è la vita delle persone.
Io credo si possa serenamente considerare il viaggio anche come
metafora per la vita delle organizzazioni. Dunque non me ne
vorrete se prendo a prestito ancora parole di altri, di un altro
grande poeta del novecento, Mario Luzi, che nel "Viaggio
terrestre e celeste di Simone Martini" descrive questo
immaginario viaggio. Contro la storia (Simone morì ad
Avignone), il poeta fa viaggiare Simone con la moglie, con il
fratello, la moglie del fratello, le figlie, un po’ di
domestici, uno studente di teologia, da Avignone verso la natia
Siena. Tutti sono partecipi e descrittori del viaggio. Quando
arrivano in prossimità di Siena, uno di loro scrive: "Dove
ci sorprende il giorno, che terre nottetempo, noi acque del fiume
appena limaccioso, abbiamo attraversato? E ora dove andiamo? Dove
illusoriamente siamo?".
Mi piace pensare che quelle acque siamo noi, le
donne e gli uomini della Cgil. La nostra organizzazione ha
attraversato oltre un secolo della storia di questo paese; ha
contribuito a scrivere una parte importante di questa storia; ha
promosso giustizia, ha favorito emancipazione tra tante persone
povere, deboli.
Il giorno ci sorprende in un paese che deve
affrontare la sfida dell’Europa e del mondo, assicurando a sé,
e partecipando alla costruzione con gli altri, il necessario tasso
di democrazia, di giustizia e di riconoscimento dei diritti delle
persone.
Dove andiamo? Per libera scelta, verso un
futuro che vogliamo migliore per i giovani, per i più deboli, per
tutti, anche per chi è diverso da noi, per l’altro.
A voi che siete l’acqua tersa di questo
fiume, auguro buon viaggio.
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