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La conclusioni di Sergio Cofferati

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XIV Congresso della Cgil

Le conclusioni di Sergio Cofferati

 

Care compagne e cari compagni, (lungo applauso, ndr) siete anche recidivi, e l’unico effetto che producete è quello di emozionarmi, che dunque si scaricherà su di voi.

Concludiamo oggi il nostro 14° congresso. È stato un bel congresso, ed è necessario, da parte mia, dare atto a tutti voi ancora una volta della passione che avete portato qui, della vostra capacità di analisi, della volontà di proporre – come avete fatto – valutazioni, opinioni e di lavorare tutti insieme, nel rispetto reciproco, per cercare la sintesi più alta, la soluzione migliore. Abbiamo insieme svolto un esercizio democratico; abbiamo insieme partecipato a costruire il futuro di questa organizzazione. Non accade spesso e non a tutti è possibile. Lo abbiamo fatto con prassi antiche, con liturgie faticose, apprezzando, valorizzando, mostrando orgoglio per la nostra storia e per i nostri simboli.

Voglio anch’io ringraziare, insieme a voi, tutti coloro che hanno reso possibile questo atto conclusivo: le compagne e i compagni di Rimini che ci hanno aiutato in questi giorni; le compagne e i compagni del centro confederale; i giornalisti tutti per il rispetto e l’attenzione che ci hanno mostrato, per l’aver saputo anche loro esercitare un diritto, quello di informare liberamente le persone alle quali si rivolgono. E sappiamo che anche per loro di questi tempi non è sempre facile.

Il nostro obiettivo dichiarato era quello di fissare – lo faranno i documenti conclusivi – politiche efficaci a stimolare una società più giusta, più coesa, più solidale. Il quadro di riferimento dei documenti congressuali, delle nostre valutazioni – ce lo siamo detti più volte – è drammaticamente mutato l’11 settembre, come sono mutate le condizioni e le aspettative di vita di tante persone. La follia cieca del terrorismo è tornata a colpire, lo ha fatto nella sorpresa di molti. La comunità internazionale si è risvegliata, è stato un brusco risveglio. Ha pianto i morti. Ha provato dolore e ha provato anche paura.

Si è determinata subito la condizione perché uno scatto di orgoglio, di voglia di difendere la democrazia messa in pericolo da atti criminosi, venisse considerata come la pratica immediata da mettere in campo da parte della comunità internazionale. Servivano azioni di contrasto efficaci, repressive del terrorismo e tutti hanno preso atto e coscienza del vuoto che la politica aveva lasciato, cullandosi nell’illusione che nulla sarebbe più potuto succedere di così drammatico; quella politica che già in passato, ma in un passato recente, aveva mostrato i suoi limiti, perché quando per garantire i diritti a una persona è necessario un atto di forza, lì si registra la sconfitta della politica perché quell’atto di forza può recuperare un diritto ma rischia di lederne altri.

Per queste ragioni, per la sofferenza anche nostra di vicende passate ma non lontane, avevamo condannato il terrorismo con la nettezza di sempre, la nettezza di organizzazioni come la nostra che hanno fatto i conti con il passato recente, con gli effetti criminosi del terrorismo; un terrorismo che, aggredendo uomini e cose, sceglie simboli da colpire: i giornalisti, i magistrati, i politici, gli operai come Guido Rossa o i professori come Massimo D’Antona ed Ezio Tarantelli.

Non c’è sfuggita neanche in questa circostanza l’importanza delle scelte simboliche che i terroristi avevano messo in campo, e anche per questo, insieme alla sofferenza di vicende drammatiche di mesi e di anni passati, avevamo pronunciato con nettezza la nostra opinione e sperato che la comunità internazionale non riproducesse, in risposta a quegli accadimenti drammatici, atti di guerra tradizionale. E invece la comunità ha scelto ancora questa strada, con una guerra che ha provocato lutti tra gli inermi e i civili.

Per questa ragione non abbiamo condiviso quella scelta. E non abbiamo cambiato opinione. Oggi siamo, noi come tanti, a prendere atto forse dell’inefficacia di quegli interventi per scoraggiare e colpire il terrorismo; e però, dall’altra parte, a registrare con certezza, la determinazione di maggiore instabilità in un’area martoriata in precedenza dalla guerra e addirittura l’accentuazione, in parte dovuta anche a queste dinamiche, della crisi in Medio Oriente. E la stessa economia deve, in larghissima parte, il suo rallentamento a ciò che quell’atto di terrorismo ha determinato e all’incertezza che la guerra in una prima fase ha senza dubbio alcuno prodotto.

La crisi ha colpito i paesi più sviluppati a partire dal paese che era stato preso di mira dal terrorismo – gli Stati uniti d’America – e ha interrotto il ciclo positivo di crescita. Anche per questo quanto è accaduto può determinare un’accentuazione delle disuguaglianze che già avevano non a caso calamitato molta della nostra attenzione nella discussione precedente: perché le economie sono interdipendenti, perché gli effetti di quello che succede in un’area geografica inevitabilmente coinvolgono le dinamiche di quelle vicine. Appare oggi, anche per questi accadimenti, più visibile l’accelerazione delle dinamiche dell’interdipendenza e l’accentuazione dei suoi effetti, quelli che caratterizzano la globalizzazione.

Abbiamo detto e commentato anche nella discussione di questo congresso come l’innovazione tecnologica abbia cambiato, stia cambiando – ne abbiamo avuto riprova anche nei minuti passati – la percezione del tempo e dello spazio, perché agiscono sulle condizioni di milioni di persone. E ci siamo detti come in questa condizione nuova, più vistosa – la globalizzazione con le sue dinamiche –, il sapere appare, a chi non è osservatore distratto o non è prigioniero di analisi fondamentaliste, la risorsa oggi più importante per cogliere le potenzialità della crescita; ma anche quella che, quando è negata, quando si mette in discussione il suo possesso e il suo controllo, può isolare, impoverire ulteriormente larghissime parti del mondo. Il sapere oggi ha un valore, un peso almeno pari a quello del controllo delle più importanti materie prime. E la coesione e l’uguaglianza delle persone, in un mondo sempre più piccolo perché più rapidamente raggiungibile dalle cose e dalle notizie, non passano più in prevalenza dalle condizioni materiali che le persone hanno a disposizione, ma anche dall’accesso al sapere.

Sapere e informazione, dunque la conoscenza, sono uno dei fondamenti della libertà, oggi ancora di più di quanto non lo sia stato in secoli passati. E la libertà è democrazia. Il liberismo nelle sue forme estreme, il mercato senza regole che distorce le dinamiche economiche e si autoriproduce peggiorando i riferimenti di qualità, sono per loro natura esclusione e divisione sociale, e spezzano le società moderne esattamente come l’autarchia e il protezionismo spezzavano quelle passate. E la percezione profonda, spesso negativa di questi fenomeni, laddove il sapere è negato, dove le condizioni materiali non migliorano, quella percezione trasforma l’idea alta dell’unificazione in paura e rifiuto.

Per la nostra cultura, per le generazioni che qui sono rappresentate ma ancor di più per quelle che ci hanno preceduto, l’idea di un mondo unito, la trasformazione del mondo, non soltanto della propria dimensione locale, era un’idea di grandissimo fascino: unire i più deboli per cambiare il mondo. Oggi l’idea dell’unificazione, quella che spontaneamente l’interdipendenza genera, determina condizioni esattamente opposte che portano tanti giovani ad avere le preoccupazioni che si sono esplicitate così vistose nel corso di questi mesi. Ma non si tratta soltanto di loro: anche tante altre forme di sensibilità vedono negli effetti dell’interdipendenza un rischio e un pericolo, invece di rendersi conto - ma ne mancano le condizioni oggettive - che questi rapporti, se regolati, se garantiti da un tasso adeguato di libertà e di democrazia, possono dare risposte positive a tante aspettative.

Ora noi abbiamo un compito nuovo, particolare: definire, nelle nostre risposte, ciò che ci pare utile e coerente a far sì che si globalizzino i diritti, che sia uniforme la protezione delle persone e si risponda a quelle aspettative che avevano in fondo coloro che ipotizzavano la solidarietà internazionale e una pratica comune tra i più deboli. E dobbiamo, partendo da questa nostra antica radice, costruire con pazienza ma rapidamente un rapporto con tutti coloro che sono mossi da preoccupazioni profonde; un rapporto che non confonda le funzioni di rappresentanza, ma che sia in grado di individuare, laddove è possibile e lo sarà in tante occasioni, obiettivi comuni, quelli che possono, se attuati, dare serenità, prospettive positive ai giovani, garantire un esercizio delle dinamiche economiche utile per tanti, anzi fondamentale per risolvere gli squilibri, le differenze e le divisioni che ancora esistono.

Ecco, noi a questo dobbiamo rispondere. Qui è l’alveo di una parte rilevante dei nostri nuovi compiti, delle funzioni che un sindacato deve esercitare per poter arrivare, come ci siamo detti, a stimolare i nostri interlocutori alla costruzione di una società più giusta.

Di che cosa ha bisogno una società per essere più giusta? Intanto della cultura e della pace. Bisogna battere il terrorismo, bisogna scongiurare la guerra, bisogna far sì che le condizioni con le quali ci siamo confrontati in queste settimane non mutino in peggio. La nostra contrarietà a nuovi conflitti ha questa ragione; l’idea di stimolare un utilizzo delle forze militari, a partire da quelle del nostro paese, per la pace e per l’assistenza nei territori martoriati, muove da questa considerazione.

Questo è ciò che possiamo e stiamo cercando di fare per convincere, attraverso le nostre organizzazioni sovranazionali, oltre che con la nostra tradizionale attività di solidarietà, la comunità internazionale e in particolare l’Europa a intervenire nel conflitto in Medio Oriente, anche con forze di interposizione, per sconfiggere i fondamentalismi, per far sì che ci siano le condizioni per ricreare quello che abbiamo chiamato il clima di Oslo; che si possa arrivare, cioè, a un libero stato di Palestina in grado di assicurare una prospettiva serena ai tanti che oggi vivono in povertà e senza la certezza di un paese a disposizione, certo in pace e in sicurezza con Israele. Sconfiggendo gli estremismi e i fondamentalismi si possono ricreare le condizioni per il negoziato, perché l’Europa ha mostrato distrazione e qualche ritardo su questo tema.

Dunque anche a noi, come a tanti altri, tocca il compito di segnalare l’esistenza qui vicino a noi di un problema enorme, di un problema rispetto al quale non si può essere né distratti e men che meno incapaci di proporre, di stimolare soluzioni.

Questa condizione – la cultura della pace, i diritti, un mondo con le sue dinamiche ma senza rotture pericolose – è una delle nuove sfide. Anche noi abbiamo bisogno di partecipare a questo processo, anche noi dobbiamo darci l’obiettivo di fare quello che un’organizzazione di rappresentanza sociale, dunque dalle funzioni limitate ma non irrilevanti, può fare per costruire un ordine nuovo. E un ordine nuovo nel mondo vuol dire fissare le regole della nuova democrazia che deve stare alla base di questi equilibri.

Abbiamo indicato nel congresso quali sono secondo noi le priorità: la riforma dei soggetti che dovrebbero gestire i rapporti sovranazionali tra i paesi e gli stati e le politiche economiche. Nessuno di loro è indenne da difficoltà visibili ad attuare o a rispettare la propria funzione, qualcuno è anche ormai in esplicita afasia perché le funzioni immaginate non sono più praticabili.

L’organizzazione delle Nazioni Unite ha bisogno di essere riformata e, nel contempo, di stare in campo per ridurre i pericoli o i drammi incombenti. L’organizzazione del commercio internazionale ha bisogno anch’essa di regole, di norme condivise per uscire da quella che è apparsa a molti di noi come una grande contraddizione: le decisioni più recenti, quelle prese in Qatar, segnano una novità positiva sul piano dei rapporti commerciali tra tanti paesi del mondo; e però non ci sfugge che quando questa novità non è accompagnata dalla definizione certa ed efficace di politiche di coesione, di politiche di cooperazione, dall’individuazione di quelle soglie che sono previste dalle clausole sociali che sempre il sindacalismo internazionale propugna: ebbene, la mancanza di un avanzamento su questo terreno rischia di determinare una drammatica contraddizione per paesi che possono crescere ma che rischiano di farlo senza rispettare adeguatamente le condizioni delle persone; e dunque di avere da questa crescita un impulso a regredire, a non risolvere, come invece andrebbe risolto, il problema dei diritti dei bambini, dei minori oppure, dall’altra parte, ad avere certezza per le condizioni dei più deboli, dei più sfruttati.

E poi anche le altre organizzazioni vanno riviste. Il Fondo monetario internazionale non può affrontare le crisi di tanti paesi con le stesse politiche e la stessa logica che ha utilizzato in tempi recenti per l’Argentina. Avete sentito ieri qui le valutazioni degli argentini, le loro preoccupazioni. Sono tutte condivisibili. Quando si prospettano difficoltà come quelle che rischiano di travolgere quel paese e la via di uscita che si indica è semplicemente quella di politiche neoliberiste estreme, non si risolvono i problemi: si accentuano le disuguaglianze e si producono condizioni che portano inevitabilmente alla rottura. In quello Stato, così come in altri in tempi passati, servivano politiche pubbliche mirate, strumenti di coesione e di protezione proprio perché la fase del passaggio, della trasformazione e del risanamento era oggettivamente delicata. 

Occorre che i paesi forti siano per intero consapevoli della necessità di processi di riforma degli strumenti, dei soggetti. Io non so se ci sarà un altro G8, ma sono convinto che, qualunque sia il luogo nel quale verrà realizzato, non sarà più in grado di affrontare i problemi come ha fatto in passato perché i paesi più deboli non accettano più – e hanno ragione – di essere esclusi, di vedere stabiliti dai paesi maggiormente sviluppati quali sono i loro bisogni e la priorità di questi bisogni. Vogliono decidere loro.

Lontano da me, e credo da noi, la messa in discussione della legittimità che governi democraticamente eletti possano trovarsi per decidere quali sono le loro scelte economiche; ma è altrettanto lontana da me l’idea che ciò oggi sia di qualche utilità per costruire equilibri più avanzati nel mondo. E poi dobbiamo mirare a stimolare la ricerca di un modello di crescita e di competizione che risolva gli squilibri. Abbiamo approfondito la nozione di "limite nella crescita": uno sviluppo puramente quantitativo non dà più le risposte necessarie perché spesso manca del consenso necessario. Dunque soglie da riformare: il rispetto dell’ambiente; ma dall’altra parte, come ben sappiamo, il rispetto delle protezioni, anzi la loro uniformità, e dei diritti delle persone, i diritti di semplice civiltà, quelli che definiscono le condizioni elementari della vita delle persone.

Di questo dovremo discutere all’interno della Cisl internazionale perché l’organizzazione mondiale del sindacato faccia passi in avanti nella definizione delle sue funzioni, e dunque sia in grado di affrontare il tema dei diritti indicando ai paesi e agli aggregati sovranazionali anche le nostre priorità nella scelta delle politiche, come abbiamo tentato di fare, con qualche modesto ma non trascurabile risultato, anche in occasioni recenti.

E poi l’Europa, quest’Europa che affronta, dopo il passaggio dell’euro, la discussione sulla sua crescita verso una dimensione istituzionale e politica più efficace, meglio definita. Io credo che la Convenzione sia un’occasione ancor più importante di quello che fu l’appuntamento, per gli Stati membri dell’epoca, della discussione per l’individuazione dei parametri di Maastricht. Da lì può davvero nascere un’Europa "Stato federale" con la sua costituzione, con le sue regole e, per quanto ci riguarda, con la sua dimensione, necessaria e possibile, di carattere sociale: costituzione, con diritti incorporati come elemento di coesione nel rispetto delle persone e dei processi di allargamento; regole; modello sociale preso a riferimento. Io credo che nulla sia più attuale del Libro bianco di Jacques Delors, l’unico Libro bianco che conosco.

E se i caratteri della globalizzazione sono quelli che prima sommariamente tracciavo, è evidente che la crescita dell’economia europea, e una funzione di guida anche nella regolazione del mercato globale, non possono che passare da un utilizzo accorto, mirato verso il sociale, delle tecnologie e del sapere: noi abbiamo bisogno che in questo processo si affermi il principio dell’uniformità delle leggi, dei diritti, dei meccanismi redistributivi, degli atti negoziali, quelli che liberamente vengono esercitati dalle parti sociali, perché la coesione in un paese, e ancor di più la coesione sociale in un aggregato sovranazionale, non può che esser fatta così, con una democrazia più efficace, con regole condivise, con obiettivi che diano stimolo e passione alle persone che vivono in quella parte del mondo.

Si è detto più volte che Maastricht e la costruzione dell’euro hanno rappresentato una straordinaria spinta in Europa verso gli assetti che oggi sono disponibili. Si tratta di ricreare lo stesso clima, lo stesso spirito che fu dei padri costituenti dell’Europa e che rischia di perdersi se oggi, arrivati al primo traguardo importante, quello della moneta, non si rilancia l’obiettivo della democrazia compiuta, condivisa, e dell’assetto sociale, del profilo che il modello sociale europeo può avere.

E poi abbiamo bisogno qui di un paese coerente con l’Europa. Abbiamo detto della nostra opinione su come questa esigenza sia oggi pesantemente irrisolta nei comportamenti del governo: un governo che ha indicato come suo approdo possibile il neoatlantismo, in alternativa alle rigide ma utili regole dell’Europa; che imita i modelli degli altri, anche quelli di carattere apparentemente culturale. Al capitalismo compassionevole si risponde con la filantropia. Né l’una né altra sono pratiche condivisibili, non hanno nulla a che spartire con l’idea, che noi storicamente abbiamo difeso, di giustizia sociale e di solidarietà.

Perché la filantropia? Credo per una ragione banale: perché si tratta di tenere insieme il neoliberismo imitativo e il populismo che caratterizzano uno schieramento di centro-destra come quello che governa questo paese.

Si è detto qualche volta: "Attenti, non smarrite la bussola. Non avete di fronte il governo conservatore della signora Thatcher". Lo sappiamo bene, non ci sfugge la differenza, per quello che possiamo conoscere qui e per quello che ci hanno spiegato e raccontato i nostri compagni inglesi.

No, la differenza è visibile, ma non sono convinto che il nostro interlocutore abbia nei suoi comportamenti un’efficacia distruttiva inferiore a quella che ha avuto la signora Thatcher in Inghilterra.

Intendiamoci, il populismo attenua: possiamo anche immaginare che prima o poi riemergerà qualche vocazione antica a un uso un po’ disinvolto della spesa. Non è successo però nelle circostante più recenti: l’unico momento nel quale forse potevano imitare gli Stati Uniti è passato. Non è vero che dopo l’11 settembre nulla è rimasto come prima: il testo della legge finanziaria è rimasto immodificato, immutabile, a conferma di un’idea che già era scritta nel Documento di programmazione economica e finanziaria.

Sono gli effetti di questo combinato disposto: il tentativo di parlare a una parte del mondo che noi rappresentiamo, la parte più debole, il populismo, la promessa demagogica alla quale non fa riscontro poi un atto concreto. Lo vedranno i pensionati ai quali è stato promesso di avere almeno un milione di pensione alla fine del mese; così come lo vedranno drammaticamente i giovani meridionali ai quali è stato promesso un avvenire migliore attraverso un posto di lavoro facilmente raggiungibile.

Questa demagogia produce effetti, cambia anche i comportamenti di tante persone. Il tempo sarà galantuomo, ma nel frattempo i danni possono essere rilevanti. E nel frattempo l’idea di liberismo senza bussola che viene prospettata può portare a danni economici consistenti, che non potranno essere temperati dalla demagogia.

Ma a noi questo non importa: perché quei danni si riverseranno su di noi; ed è anche per questa ragione che è importante intervenire oggi, avendo chiaro quel che sta succedendo e indicando, di volta in volta, quali possono essere le soluzioni alternative. Questa mescolanza di liberismo e di populismo può produrre danni rilevanti anche sul sistema dei rapporti e delle relazioni, che la signora Thatcher ignorava, in virtù della sua origine politica, non avendo nella sua storia un’idea di rapporto con le organizzazioni sindacali e che qui invece vengono prefigurati per cambiarne la natura. Io non ho mai visto – e comincio ad avere qualche esperienza – un governo che appena insediato si ponga come problema quello della divisione dei suoi interlocutori, anzi dell’isolamento dell’organizzazione più grande.

Badate, non è un sospetto: è scritto nella premessa del Libro bianco, quello che non riconosco come tale, a firma del ministro del Welfare, che spiega dottamente, si fa per dire, che il modello al quale riferirsi è quello dei rapporti e delle relazioni nate nel 1984, cioè la circostanza nella quale si determinò la rottura più grave e drammatica tra le organizzazioni sindacali italiane.

Aznar viene sempre citato come modello da imitare. Il governo spagnolo con i sindacati oggi contratta e non si è mai posto l’obiettivo di isolare nessuno: nel rispetto dei suoi interlocutori ha trovato, lui governo di centro-destra, le condizioni per poter avere con le organizzazioni sindacali negoziati di merito che hanno prodotto nel tempo anche accordi condivisi. L’esatto opposto di quello che succede qui, ma ritornerò poi rapidamente su questo tema che, come è ovvio, non solo ci appassiona ma ci preoccupa.

Dunque perché questa Italia sia coerente con l’Europa, occorre che vengano garantite alcune funzioni. Ho detto nella relazione che sono preoccupato per la messa in discussione delle funzioni primarie dello Stato e dello Stato laico. Quando vengono meno queste funzioni si riducono gli spazi per la libertà concreta, vengono alterati gli strumenti. Abbiamo indicato poi nella discussione quali sono i fondamenti oggi attaccati: l’assistenza, la sanità, la scuola.

Ecco, pensate alla scuola, al tema così delicato della sua organizzazione. Se il sapere è il valore che ho provato a descrivere prima, è evidente che un paese, per dire della sua civiltà ma anche della possibilità di crescita, non può prescindere dalla scuola. Non mi piace chiamare i provvedimenti dell’ attuale ministro "riforma". Riforma nel nostro linguaggio è un valore: lì non trovo valori. Trovo semplicemente una somma di provvedimenti che punta a indebolire la scuola pubblica, a riorganizzarne l’assetto secondo un modello superato che diventa penalizzante in primo luogo per i ragazzi; una scuola che può addirittura arrivare agli estremi della discriminazione tra la popolazione alla quale ci si rivolge.

Dunque il problema dell’assetto di quello che resta un fondamento dello Stato, e dello Stato laico, non è solo dei lavoratori della scuola. Lo voglio dire perché so della preoccupazione di molti di loro. Molti insegnanti, molti lavoratori della scuola avevano visto nell’iniziativa di lotta del 15 di febbraio la possibilità di esplicitare lì la loro contrarietà non soltanto al mancato rinnovo del contratto, ma anche al nuovo assetto della scuola che si prefigura. Abbiamo realizzato un accordo positivo per quanto riguarda il contratto di tutti i dipendenti pubblici che ci dà gli elementi di certezza anche sul piano di un corretto esercizio delle nostre funzioni più tradizionali, quelle di essere autorità salariale.

Vorrei a questo proposito, se me lo consentite, con una rapidissima divagazione dire ai nostri amici e compagni delle altre organizzazioni sindacali che, se questo è uno degli obiettivi da rimettere in campo, troveranno grandissima attenzione nella Cgil, soprattutto in un vecchio salarialista come me. Vorrei però che mi si spiegasse qual è il metro che porta loro a valutare allo stesso modo il contratto dei dipendenti pubblici e il contratto delle lavoratrici e dei lavoratori metalmeccanici.

Un accordo positivo come quello che abbiamo firmato nelle ore passate presuppone, come ha sempre fatto il sindacato, la sospensione della iniziativa di lotta che avevi finalizzato a quel risultato, ma sappiano le compagne e i compagni della scuola che il tema della riforma resta in campo per loro e per tutta la confederazione.

E insieme a queste funzioni primarie, da difendere indicando quali sono gli elementi di un loro rafforzamento, di un loro consolidamento, dobbiamo lavorare perché si imponga anche qui un modello di sviluppo economico e sociale che sia coerente con l’Europa. Quell’Europa che chiede di mettere a disposizione dei cittadini e delle imprese regole in grado di far crescere l’occupazione, partendo da un assunto fondamentale: l’obiettivo cioè della stabilità del lavoro, del rapporto a tempo indeterminato. Il resto è un corollario importante. Ma quella flessibilità è una flessibilità che si realizza quando si hanno diritti garantiti.

L’Europa a Lisbona ha chiesto agli Stati membri di farsi carico delle politiche necessarie per dare vita a una società della conoscenza, recuperando lì una delle ragioni del Libro bianco di Jacques Delors. E la società della conoscenza è fatta di innovazioni, di stimolo al processo della riorganizzazione attraverso le tecnologie. Per noi è, o potrebbe essere, un’occasione straordinaria, ad esempio, per dare una risposta positiva al Mezzogiorno. Pensate ai vantaggi che l’infrastrutturazione leggera, quella informatica, potrebbe determinare in aree che mancano dell’insieme della capacità infrastrutturale. Ma per questo bisogna accettare la sfida della competizione alta, individuare quali sono gli strumenti per poterlo fare, agendo in una direzione opposta a quella che chiede Confindustria; a quella che, attraverso le forme di collateralismo che si sono determinate, è stata rimessa in campo dallo stesso governo, in questo insopportabile balletto fatto di richieste mirate esclusivamente al vantaggio dell’impresa e, dall’altra parte, alla messa in discussione delle protezioni sociali e dei diritti delle persone che rappresenterebbero un impedimento in quanto costano.

Anche qui le nostre priorità sono note e partono, come ho già detto, dalla scuola, dal sapere, dalla formazione. Qual è oggi una persona forte in un mercato del lavoro articolato, con tanti strumenti disponibili? Quella che conosce, che è consapevole. Si può dire che l’atteggiamento di fronte agli strumenti di flessibilità delle ragazze e dei ragazzi è sempre uniforme? No. Chi non ha paura? Chi ha alle spalle un bagaglio di conoscenze e dunque è forte nel mercato perché, con la sua consapevolezza, con la sua intelligenza valorizzata, è capace di scegliere. Chi è il vero outsider? Il ragazzo che va a lavorare appena superata la soglia dell’obbligo scolastico e in tante circostanze ancora prima. È lui che sarà espulso dal processo produttivo, è lui che sarà messo in difficoltà quando le dinamiche del mercato porteranno l’attività nella quale è occupato ad avere i problemi di sempre.

Le nostre priorità stanno nella promozione delle pratiche positive, nel far riacquistare al lavoro il valore sociale che ha, che ha storicamente avuto e che dovrebbe avere ancor di più in una società moderna e complessa. Le nostre priorità riguardano la promozione e la valorizzazione delle risorse umane, la possibilità di avere pratiche di pari opportunità, di mainstreaming per le donne che vogliono entrare stabilmente nel mercato del lavoro e che considerano legittimamente il lavoro come realizzazione di una parte di sé, non l’integrazione del reddito della famiglia.

Vorremmo poter discutere di inserimenti mirati per i disabili, di percorsi nuovi che tengano insieme la formazione delle persone con la progettazione del loro posto di lavoro. Altro che filantropia! Un’idea che ridà dignità alle persone e alla loro funzione.

Vorremmo poter affrontare i temi del come si costruisce una società multiculturale. Come si fa, però, con un interlocutore che altro non sa fare che utilizzare la marina militare in funzione repressiva?

Risparmiamoci, risparmiatevi, da qui in avanti, il tormentone della proposta da avanzare. Ne abbiamo fatte tante. Ma perché non vederlo? Perché accedere sempre alla sterile polemica di chi considera inesistente la tua proposta quando non la condivide?

Così fa il governo di centro-destra. Ma è possibile che questo riflesso condizionato pesi anche a sinistra? Come si fa a vedere in questo sindacato un sindacato che, chissà perché, avrebbe difficoltà a proporre? Ma ci sono forse cose rilevanti negli assetti sociali definiti nel corso di questi ultimi anni che sono nate fuori dalla nostra proposta? Se ci sono, diteci quali sono.

Saremmo in Europa senza un impianto contrattuale che ha consentito contemporaneamente di attenuare le differenze, le disuguaglianze, ma ha abbattuto l’inflazione e gli effetti dell’inflazione sul debito? Ci sarebbe oggi un assetto previdenziale che dà certezza a milioni di persone se noi non avessimo proposto la riforma, se non avessimo fatto accordi che sono stati spesso dolorosi ma che ci hanno permesso anche di consolidare la nostra funzione?

Il riformismo è quello praticato o quello semplicemente dichiarato? Io credo sia il primo, e credo che il nostro tasso di riformismo sia buono, perfettibile certo, ma, per avere un’interlocuzione che tenga conto anche delle proposte che il sindacato affaccia, bisogna avere degli interlocutori che ti rispettano. Oggi, questa condizione manca. La concertazione l’hanno buttata nel cestino. Ci hanno indicato come alternativa quella che chiamano, imitando il linguaggio dell’Unione europea, dialogo sociale, che, descritto sommariamente e un po’ rozzamente, so che mi perdonerete, è l’equivalente dell’essere convocati a Palazzo Chigi il giovedì per sentirsi spiegare cosa faranno il venerdì. È un dialogo che ha una sola direzione. Per altro poi, come è capitato spesso, non è che te la raccontano tutta.

Io credo che il livello di sopportazione e di tolleranza di questo sindacato sia altissimo, e lo si possa desumere anche da fatti banali capitati, come quello, che ogni tanto mi è capitato di ricordare, di un incontro con il presidente del Consiglio e l’intero governo, incontro nel quale mancava soltanto il ministro dell’Economia. Ci dissero: "È impegnato in una rapida discussione con il governatore della Banca d’Italia perché devono verificare la consistenza di alcuni dati". Poi il ministro ritornò e proseguimmo nella discussione – era il confronto, definito dalle regole e dalle procedure del 1993, sulla legge finanziaria -. L’argomento che ci veniva offerto era: "Non vi possiamo dire più di tanto perché non abbiamo ancora completato i conti ". Il ministro in realtà era stato assente perché, in un altro luogo non lontano, stava facendo un’intervista con un giornalista della Rai al quale spiegava l’esistenza di un disavanzo enorme che aveva ereditato dal governo precedente, con tanto di istogrammi spiegati agli italiani.

Di quello che ci dicevano non era dunque vero niente. Ma il problema non è soltanto l’infondatezza dell’argomento con il quale agirono per sottrarci le informazioni del caso: è l’idea di rapporto e di relazioni che lì è immediatamente trasparsa. Avremmo poi appreso, come tutti i cittadini italiani, dalla televisione quello che il ministro dell’Economia valutava essere lo stato dell’arte. Ma noi eravamo lì, a palazzo Chigi, a rappresentare milioni di persone. È questo il rispetto che si ha per le persone che lì erano rappresentate?

Per carattere, come sapete, non sono uso né a drammatizzare né a utilizzare termini delicati che possono alludere a tante cose diverse da quelle che invece freddamente bisogna valutare; ma il rispetto nei rapporti, il carattere delle relazioni non è marginale: dice dell’intenzione del tuo interlocutore, ma dice anche della sostanza nell’esercizio della democrazia. Dunque, quando ci capiterà di tornare a discutere con loro, sarà opportuno che anche questi aspetti siano risolti.

Nel mentre, noi, per imporre le nostre scelte, abbiamo bisogno di battere le loro. Sono in campo due modelli. La mediazione è possibile quando si affronta da un punto di vista diverso una condizione oggettiva. Ma quando l’oggettività viene meno non si può mediare sull’impianto dell’altro pensando che, cambiando in qualche modo quell’impianto, si produce una soluzione che risponde a una tua idea di società. Non c’è riformismo che possa nascere dalla modifica di un impianto di rapporti, di relazioni, di politiche economiche e sociali che ha come fondamento la filantropia.

Sono in campo delle novità di una qualche consistenza. L’iniziativa, la lotta, la visibilità che abbiamo dato alle nostre proposte, oltre che alle nostre valutazioni – penso a quelle in materia previdenziale così come a quelle sul mercato del lavoro – hanno garantito una crescita della nostra capacità di mobilitazione. La scelta, che pure venne contestata anche al nostro interno, di promuovere come prima risposta lo sciopero con le assemblee si è dimostrata, nel breve, vincente. Le tantissime persone che hanno partecipato a quella discussione, e avevano bisogno del nostro giudizio, sono le stesse che hanno costruito opinione e che hanno permesso a noi di avere poi la partecipazione che abbiamo riscontrato nelle grandi manifestazioni di questi giorni. Non si può continuamente dire che siamo oscurati, che c’è – come c’è – il monopolio dell’informazione radiotelevisiva, e poi ignorare il valore e l’importanza del rapporto diretto con le persone che rappresentiamo.

Lo so che è faticoso: il loro lavoro è più semplice ma non abbiamo alternative, e in ogni caso è una bella condanna quella di misurare le proprie opinioni guardando in faccia le donne e gli uomini che rappresentiamo, spendendo le nostre idee.

Questo ci ha dato una condizione nuova e positiva. C’è una percezione diversa oggi, nel paese, delle intenzioni di questo governo che continuamente, per ogni atto – come del resto è naturale che facciano i governi – spiega che si tratta di una scelta positiva: lo fanno per te, per il tuo bene, per il tuo interesse.

In questi giorni, passando per Santarcangelo, mi è tornata alla mente questa valutazione. Santarcangelo è un paese poco lontano da qui. Tonino Guerra, un poeta del quale qualche volta vi ho parlato, che onora come tanti altri santarcangiolesi questa terra con le sue parole, ne ha appiccicate alcune sui muri di Sant’Arcangelo. Ci sono delle formelle che sono incastonate in queste case: in una di queste è descritto lo stato d’animo di un uomo immaginario che si rivolge a una altrettanto immaginaria donna, e questo stato d’animo mi ha fatto ritornare alla mente quella che mi pare sia la sostanza dell’atteggiamento di tantissime persone che abbiamo incontrato nelle nostre lotte. Dice quest’uomo: "Cara, tu dici che ami i fiori e li strappi ai campi; tu dici che ami i pesci e li mangi. Cara, quando tu dici che mi vuoi bene, io ho paura".

Ho ragione di pensare che sia lo stato d’animo di molti italiani quando si sentono oggetto di tanto affetto e attenzione da parte di questo governo.

È l’effetto che viene dall’insieme delle deleghe che preoccupa, quello che può mettere in discussione la costituzione materiale di questo paese che viene sottratta al confronto con noi e con il Parlamento. Quando la previdenza, invece di rafforzarsi, viene stravolta per avvantaggiare le imprese, è naturale che le persone si preoccupino. E quando i diritti, che si devono estendere e modulare verso coloro che non ne hanno, a partire dai parasubordinati, vengono aggrediti, è evidente che le persone si preoccupino.

Noi sosteniamo e sosterremo l’esigenza dell’estensione e della modulazione dei diritti. Loro parlano di Statuto dei lavori, in quel libro dal colore limaccioso. Ma in verità quale idea affacciano? L’idea dei diritti a geometria variabile, i cerchi concentrici. E poi noi saremmo i conservatori! La geometria variabile dà ad alcuni e toglie ad altri; i cerchi concentrici fanno diverse le persone nel mercato del lavoro. Invece di dare si toglie, contrapponendo le generazioni tra di loro.

Non ci sfugge che ogni provvedimento, dalla decontribuzione in materia previdenziale fino alla soppressione di diritti elementari nel mercato del lavoro, ha questa insidia. Il doppio regime, le condizioni difformi tra coloro che sono nel mercato del lavoro e quelli che dovrebbero entrare.

Pensate alla disgrazia che potrebbe capitare a una ragazza o a un ragazzo che verrà assunto se quelle norme dovessero essere attuate nei prossimi anni. Vuole una pensione? Bene, calano i contributi che vengono versati. Il valore della sua pensione, alla fine di quarant’anni di lavoro, sarà enormemente inferiore a quello previsto dalla riforma. Ma non basta: perché si preoccupi e stia attento a quello che fa, è bene che gli si tolga anche qualche diritto. Verrà assunto a tempo determinato. È scontato. Perché? Perché, quando poi il suo rapporto di lavoro verrà trasformato, scomparirà per lui la possibilità di essere difeso dai licenziamenti ingiusti. Capite che prospettiva per i ragazzi? E poi dovrebbero essere entusiasti!

Ma visto che ci sono, pensano di fare qualcosa anche per le loro famiglie. Ecco allora l’impianto della delega fiscale, che ha caratteri francamente difficili da considerare rispettosi della Costituzione; in ogni caso è un problema politico. Il fisco è uno strumento redistributivo che, da quando esiste, si basa sulla progressività. Ebbene, qui salta la progressività; le funzioni della redistribuzione solidale garantite dal fisco vengono messe in discussione: le protezioni delle persone più anziane, una parte del sistema dell’assistenza è però alimentato con quelle risorse. Certo che se si dice a un italiano: "Pagherai meno le tasse", di norma è contento. Bisogna spiegargli poi cosa succede quando non ci saranno più, proprio perché pagherà meno tasse, le protezioni sociali che ha utilizzato fin qui, e dunque il cercarne di nuove individualmente costerà a lui ben di più e alla società conflitti e rotture drammatiche.

Il tutto sempre con la stessa idea di dividere: "A chi è già nel mercato del lavoro non succede nulla. Perché vi agitate? Cosa sono questi scioperi? Vogliamo, in forma sperimentale, fare delle cose per quelli che verranno", dice il ministro del Welfare, persona sempre molto attenta alla ricerca degli argomenti più efficaci. A quei ragazzi succederà qualcosa tra quarant’anni, ne parleremo allora. No, tra quarant’anni non se ne parla più, il disastro è fatto. "Ma voi lavorate, l’articolo 18 per voi rimane, non c’è nessuna modifica all’impianto della barriera alle discriminazioni della giusta causa". Ha fatto male i conti, perché le lavoratrici e i lavoratori italiani, e i più anziani che hanno pagato per ottenere quei risultati, hanno un’idea forte della solidarietà e non si fanno ingannare da questa polemica.

È singolare che ci sia qualcuno che può anche solo immaginare che in un qualsiasi luogo di lavoro possano vivere e lavorare insieme persone con condizioni così drammaticamente diverse. Le persone sono diverse nella loro attività, nel riconoscimento normativo e retributivo del loro lavoro, anche nello stesso luogo. Ma in quel luogo i diritti sono uniformi. Se cambia il sistema dei diritti si produrrebbero alterazioni anche nei comportamenti e negli effetti dei comportamenti. C’è bisogno di provare per comprenderlo? Noi non siamo disponibili. Ci basta quel tanto di capacità a prevedere che ancora abbiamo.

Ho detto, aprendo questo congresso, che non avrei voluto discutere qui dei problemi che poi ci hanno appassionato perché, in una condizione di normalità, che cosa fare nei rapporti con il governo la prossima settimana, il prossimo mese, non dovrebbe essere argomento di un congresso. Il congresso traccia un orizzonte più ampio, più lontano. Certo, il carattere del tuo interlocutore, le sue scelte politiche ed economiche sono una ragione della tua discussione: il tempo della legislatura è sostanzialmente lo stesso che ci separa dal 15° congresso. Figuriamoci, di questi argomenti di ordine generale sarebbe stato in ogni caso necessario parlare, ma il che fare stringente, immediato, in condizioni di normalità è materia che viene consegnata agli organismi dirigenti che un congresso alla fine sempre elegge.

Ma qui manca la normalità. Lo dico sommessamente ma vorrei, al di là dei toni, essere molto chiaro anche con i nostri amici e compagni della Cisl e della Uil: non siamo in una condizione normale. Ma vi sembra normale un paese nel quale il ministro del Lavoro dice, come recitavano ieri le agenzie: "Non ci sono le condizioni per lo sciopero generale"?

Io penso che tutti i tentativi messi in campo per dividere il sindacato siano atti volgari consumati in primo luogo contro Cisl e Uil. Ma se non gli si spiega che alcune cose, anche sul piano della forma oltre che della sostanza, sarebbe bene evitarle, chissà dove finiremo. Ha detto che è molto contento del fatto che tra un po’ la smetto di fare il sindacalista: è libero di esserlo (a breve mi aspetto commenti sulla composizione degli organismi dirigenti, oltre che sulle scelte politiche).

Quello che mi preme però è che sia chiara, nel rapporto con le altre confederazioni, la sostanza dei nostri intendimenti. Sono preoccupato del fatto che nella discussione lo strumento, nel corso di questi giorni, abbia in parte cancellato l’obiettivo. Si è parlato molto di sciopero e paradossalmente poco delle ragioni per le quali lo sciopero dovrebbe essere fatto. Credo si renda necessario, nei prossimi giorni, chiedere ai nostri amici e compagni di Cisl e Uil una riunione nella quale tornare a discutere i temi che sono stati qui semplicemente affacciati. Non considero esaustiva, anche se è importante e illuminante, la discussione che c’è stata qui.

Le ragioni della nostra comune mobilitazione, esistono ancora? Vorrei che a questa domanda, se non la si vuole considerare retorica, venga qualche risposta precisa. Preciso ai nostri compagni e amici: siete d’accordo sulle modifiche al sistema previdenziale e sullo stralcio dell’articolo 18 e delle norme sull’arbitrato? Se non siete più d’accordo, se avete cambiato idea, ditelo. È legittimo, ma sia chiaro. Noi non abbiamo cambiato idea.

Ma se non avete cambiato idea, fateci capire come intendete arrivare a quegli obiettivi con un governo che procede in Parlamento e che ha detto esplicitamente di voler arrivare a Barcellona, all’appuntamento di metà di marzo, con le deleghe approvate dal Parlamento. Come si ferma questa deriva? Il nostro percorso è lineare. Si può non condividere, ma è lineare. Si risponda con delle ipotesi alternative, se esistono. Io francamente, nella discussione di questi giorni, quella che si è svolta qui e fuori di qui, non le ho colte.

Noi pensiamo che sia importante proseguire l’iniziativa politica per allargare il consenso che intorno alle nostre valutazioni, ai nostri giudizi, ai nostri obiettivi si è creato. E pensiamo che insieme all’iniziativa politica serva, come fanno di solito i sindacalisti, avere fissato un programma di lotta e che in questo programma deve essere compreso lo sciopero generale.

Per fare che cosa? (Vi chiedo scusa delle banalità che sono costretto a dire tra sindacalisti; è una fatica immane ed è una croce che bisogna portare con rassegnazione e anche con un po’ di pazienza). Per fare un accordo che preveda lo stralcio e la modifica delle condizioni che non condividiamo.

Nel 1994, quando non condividemmo i contenuti della legge finanziaria sulla previdenza – non c’è nulla di accostabile tra allora e oggi (e la storia non si ripete mai allo stesso modo) ma, visto che l’accostamento lo fanno loro, perdonatemi se lo faccio anch’io –, nel 1994 negoziammo. Il 29 settembre la trattativa si ruppe. Il 30 presentarono in Parlamento un testo che non aveva la nostra condivisione. Facemmo il primo sciopero generale il 14 ottobre. Dissero delle cose a commento di quello sciopero generale non particolarmente diverse da quelle che hanno detto in questi giorni. Poi ci fu una manifestazione enorme. A metà di novembre dichiarammo un altro sciopero generale per il 2 dicembre. La notte del primo dicembre facemmo un accordo nel quale era previsto lo stralcio. Il governo venne messo in crisi. Cadde in Parlamento qualche decina di giorni dopo perché lo fecero cadere Bossi e Maroni.

Non si vuole andare così lontano? Ma basta quello che è avvenuto nelle ultime ore. Che cosa abbiamo fatto per il contratto dei dipendenti pubblici? Abbiamo trattato, si è rotta la trattativa. Sono iniziate le forme di lotta, di mobilitazione. Abbiamo dichiarato uno sciopero generale, hanno trovato improvvisamente i soldi, siamo stati molto contenti. Si sono rimangiati i provvedimenti di legge con i quali intervenivano sulle normative, abbiamo firmato l’accordo. Il percorso per dei sindacalisti è addirittura banale, per questo vi chiedevo scusa in premessa.

Io capisco che un governo di centro-destra, e soprattutto alcuni componenti di questo governo, tutte le volte che la Cgil affaccia un’osservazione, esprime una valutazione, mette in campo un’iniziativa, non avendo argomenti per rispondere cerchino dei diversivi. Il ministro del Welfare vuole addirittura fare gli spot sulle televisioni. Si faccia il conto di quanto compare questo governo, con le cose che racconta, sulle televisioni quelle di Stato e quelle no – sperando che, pur nell’accezione un po’ arcaica del termine, quelle di Stato rimangano tali, perché mi pare che questo non sia del tutto scontato se lo stesso presidente della Repubblica ha avvertito l’esigenza di raccomandare qualche attenzione al tema.

L’argomento principe è che la Cgil ha delle intenzioni politiche, figuratevi poi il suo segretario generale...

Il vicepresidente del consiglio ha detto: "È tutto chiaro. Siccome Cofferati scade, adesso la Cgil non si comporta più da sindacato". Siccome scade, semmai la Cgil avrà il problema di trovarne un altro, ma la sua natura rimane quella di sempre, quella di un sindacato che chiede alle persone che rappresenta di sostenere una linea, degli obiettivi, e lo fa con gli strumenti che un sindacato ha a disposizione.

Ho sentito qui i miei colleghi dire: utilizziamo la fantasia. Io credo di averne molta, ma non arrivo oltre certe soglie. Abbiamo fatto gli scioperi con le assemblee, abbiamo fatto gli scioperi con le manifestazioni in tutte le città, abbiamo utilizzato lo strumento formidabile dell’articolazione.

Che cosa c’è che si può fare ancora? Molto, certo; ma perché in questo molto non ci può stare l’iniziativa che più unifica e che dunque può consentire al sindacato, nel momento dato, di esprimere il massimo del rapporto di forza, sapendo che quando si è uniti (come hanno dimostrato i dipendenti pubblici) sugli obiettivi e sulla pratica di lotta, i risultati vengono? Perché quella cosa è inibita? Per quale ragione non può avere cittadinanza nella nostra strumentazione tutto il vasto armamentario di cui disponiamo? Non lo comprendo.

E poi, evitiamo diversivi. "Riprendiamo la trattativa" si dice. Ma guardate che noi la trattativa non l’abbiamo mai interrotta. Gli incontri sul Mezzogiorno sono in atto da tempo. Ci hanno convocato per dirci cose relative ad alcuni provvedimenti del mercato del lavoro, sinceramente un po’ penose, ma abbiamo discusso.

Voi sapete che Roma è una città bella ma strana. A volte il ponentino che sale porta rumori, voci. Tra i pini di villa Borghese – quelli che stanno sopra piazza del Popolo, in particolare, e che hanno ispirato i poemi sinfonici di Respighi – questo venticello si trasforma in parole. Alcune di queste parole descrivono un’ipotesi. Non so se sia vera, sapete, ma comunque una di queste chiacchiere riportate dal vento parla di una grande novità: scomparirebbero i provvedimenti sull’articolo 18 così come sono e verrebbe introdotta la sospensione dell’articolo 18 nei provvedimenti relativi al Mezzogiorno. Un’idea veramente straordinaria! Pensate con quanta gioia i lavoratori meridionali accoglieranno questa proposta per i loro figli... Si sappia comunque che questa, se è un’ipotesi per alcuni, non lo è per la Cgil.

Poi ce n’è un’altra – i pini sono tanti, il ponentino... – che recita sostanzialmente così: "Riprendiamo la discussione (quella che non si è mai interrotta), nel frattempo i provvedimenti sull’articolo 18 vengono accantonati". A un sindacalista un’ipotesi di questa natura non può che far venire i brividi nella schiena. Pensate per un attimo: primo, viene prospettata come ipotesi positiva il fatto che si accetta di discutere dell’articolo 18, perché se accetti l’accantonamento non rifiuti più che quell’argomento sia in campo; secondo, nel frattempo tratti con questa spada sulla testa...

Facciano loro, noi non siamo interessati a queste pratiche masochistiche. Noi non ci stiamo. Noi siamo a difendere, con convinzione e con rigore, le scelte che abbiamo fatto insieme, e vogliamo discutere se esistono delle ragioni per le quali queste scelte non sono più ritenute efficaci, opportune. Se è così, lo si dica in chiaro.

Ognuno di noi porta un peso grande, quello di rappresentare delle persone. Questo peso può portare a decisioni difficili, forse anche drammatiche. Ecco perché la trasparenza, la chiarezza è indispensabile, oggi anche per il futuro. Stiamo parlando di diritti delle persone, di ragioni vitali, di dignità delle stesse persone, addirittura di ragioni identitarie per delle organizzazioni confederali.

Per noi e per l’Europa la Carta dei diritti di Nizza all’articolo 30 recita: "Tutela in caso di licenziamento ingiustificato". Perché mentre il provincialismo prendeva radici e forza qui, per fortuna altrove le nostre istanze trovano ben altre attenzioni. L’articolo 30 recita: "Ogni lavoratore ha il diritto alla tutela contro ogni licenziamento ingiustificato, conformemente al diritto comunitario e alle legislazioni e prassi nazionali". È la conferma dell’articolo 18, altro che difformità rispetto all’Europa!

Questo diritto di civiltà noi lo vogliamo mantenere. Siamo convinti sia l’architrave di un sistema di diritti. Senza quel punto di riferimento e di tenuta, anche i diritti minori verrebbero messi in discussione. Quando ci si mette su quella strada, è una strada in discesa, ti porta non si sa dove, prima che tu ti possa fermare.

E non è vero che ciò non è compreso da una parte di coloro che rappresentiamo. Volete che non sappiano i dipendenti delle aziende sotto le 15 unità che cosa capiterebbe loro? Hanno già visto che le loro associazioni, appena Confindustria ha chiesto al governo e ha ottenuto risposta sulla messa in discussione dell’articolo 18, hanno chiesto la modifica della 108, perché loro non hanno il reintegro ma hanno il risarcimento. Bene, cosa chiedono le imprese? Si cancelli anche il risarcimento. C’è una tragica coerenza in questo.

Ma davvero si pensa che i dieci milioni di italiani che in quel referendum – quello che venne osteggiato per le ragioni che sappiamo – hanno votato no alla cancellazione dell’articolo 18 siano tutti protetti dall’articolo 18? Ma non scherziamo! Sono persone che sanno però che lì c’è un fondamento delle tutele, della protezione dei più deboli, e sanno che se viene messo in discussione quel fondamento, poi toccherà a loro, come è sempre stato. E non parliamo di privilegi: parliamo di semplici, banali (ma per noi fondamentali) diritti che sanciscono il riconoscimento della dignità della persona. Non dei licenziamenti parliamo, ma degli atti discriminatori.

Da qui la nostra passione e la nostra convinzione ferma. Proporremo quel programma che ha al suo interno anche lo sciopero generale e, come sempre, discuteremo per convincere. Vorremmo conoscere le opinioni diverse dalle nostre, ma non in forma semplificata: le semplificazioni sono efficaci forse mediaticamente, ma sono disastrose per i sindacalisti. Se quell’obiettivo è ancora condiviso, come ci si arriva? Dobbiamo aspettare un atto di filantropia, o dobbiamo svolgere una funzione negoziale con gli strumenti di cui disponiamo, quelli politici di iniziativa e quelli di lotta per arrivare a un risultato? Noi siamo per questa seconda strada. Valuteremo insieme serenamente, poi, quali saranno le risposte.

Quello che abbiamo sempre detto e che riconfermiamo in questa circostanza, è che una grande organizzazione come la nostra non si condannerà mai all’immobilismo. Saremo rigorosi e intransigenti perché sui diritti non si media. I diritti o sono riconosciuti, o non esistono. Non ci sono soluzioni che possono rappresentare un approdo condiviso su un tema come quello dei licenziamenti senza giusta causa. Non è un caso che abbiamo utilizzato la parola "stralcio" per indicare esattamente e senza equivoci qual era la nostra volontà. Non abbiamo detto: "vogliamo negoziare per cambiare". Le parole hanno un peso, hanno un senso. E le persone che rappresentiamo hanno capito bene qual è la differenza, la sostanza di questa differenza.

Andremo a questa discussione con lo spirito di sempre, con la convinzione di sempre, di chi sa quanto è importante l’unità, di chi sa che quando si è in grado di esercitare iniziativa politica e lotta insieme, si è oggettivamente più forti, e dunque con la voglia e la passione per ricercare, nel rispetto reciproco, la conferma delle nostre esigenze e dei nostri obiettivi e l’individuazione di una pratica. Non accetteremo che tutto ciò si trasformi in una sorta di ibernazione di questa confederazione e delle sue esigenze. Lo sappiano e siano sereni i lavoratori che rappresentiamo. Noi non li lasceremo mai sulla strada della messa in discussione dei loro diritti.

Immaginatevi se non pesa anche su di noi la somma di rischi – ho detto prima: forse drammatici – che possono accompagnare questa discussione del futuro immediato. Pensiamo sempre anche noi al giorno dopo, ma il giorno dopo è gestibile per un’organizzazione sindacale se il giorno prima le ragioni delle persone che rappresenta sono state confermate e difese con coerenza. Io spero che questa sia anche la volontà dei nostri amici e compagni di Cisl e Uil, perché su questo terreno è in discussione una radice comune.

Non c’è solo un bisogno enorme di tante persone deboli: c’è una parte della nostra storia, della nostra idea di confederalità, della nostra idea di autonomia, di quella storia che ha attecchito nel riformismo cattolico, in quello laico e in quello comunista e che ha dato storicamente al sindacato italiano, al sindacato confederale, il tratto che lo porta a essere organizzazione che esercita solidarietà, che difende diritti, come base fondamentale della sua ragion d’essere, del suo esercizio negoziale.

Siamo disposti a discutere di un progetto comune, allo stesso modo in cui abbiamo detto delle regole: non per prevaricare ma per avere insieme una sola radice di legittimazione. La nostra è un’idea alta di democrazia: si fissi chi è abilitato a negoziare con le regole e poi si stabilisca chi deve decidere. L’unica cosa che non si può accettare è che non ci sia nulla per l’una e per l’altra esigenza. Come è stato in tempi recenti: le rotture, quelle drammatiche e dolorose, sono avvenute perché mancavano queste regole e dunque eravamo tutti prigionieri di un deficit di democrazia, e i lavoratori si sono visti sottrarre la loro opinione e il loro giudizio su atti per loro importanti.

Fissiamo insieme che cosa compete alle organizzazioni per la loro funzione di rappresentanza, per le loro ragioni identitarie e cosa invece deve essere deciso dai lavoratori. Gli atti contrattuali non possono essere privi di una regola democratica. In ogni caso, la nostra opinione è quella nota, è quella che abbiamo sostenuto insieme nei momenti più delicati e più drammatici anche della recente vicenda contrattuale dei metalmeccanici. Abbiamo chiesto il parere dei lavoratori perché noi ci atterremo sempre al loro parere. Se il loro parere sarà contrario, diverso dalla nostra valutazione di un accordo, noi comunque, se la regola è precisa e chiara, firmeremo quell’accordo.

Quelli che non sottoporremo mai a un giudizio referendario sono gli elementi costituenti della nostra identità, i diritti indisponibili, che tali sono e tali devono restare. Tutto il resto va verificato costantemente con l’intenzione dei destinatari dei nostri atti.

Abbiamo detto: discutiamone insieme, presentiamo insieme un’ipotesi al legislatore. Abbiamo settori nei quali queste regole esistono. Pensate ai settori pubblici – lo ha ricordato Guglielmo Epifani l’altro giorno–: abbiamo fatto di recente un’esperienza importante. C’è un esercizio positivo per le organizzazioni confederali. Ma perché anche noi dobbiamo condannarci ad avere un sistema duale di democrazia e di rappresentanza? Non lo capisco.

Il legislatore è sospetto nelle sue intenzioni? Stabiliscano le confederazioni qual è il merito condiviso e lo offrano come base di discussione, senza intaccare autonomie da parte di nessuno, al legislatore. Ma la radice deve essere chiara. Senza quella radice non c’è futuro per le organizzazioni confederali.

Può capitare che oggi sia messa a margine la Cgil. Sono davvero sicuri che saremo sempre noi in quella condizione? Oppure non è legittimo pensare, per quel che è scritto nel libro "limaccioso" – che basta legittimarsi con un atto negoziale per essere riconosciuti come soggetti titolati – che, per questa ragione, le imprese andranno sempre alla ricerca di qualcuno che abbia una posizione per loro più utile, più conveniente? Oggi tocca a noi, ma non ci si ferma lì.

È arroganza dire questo? È mancanza di volontà unitaria? Francamente...

Ci sono tutte le ragioni per tornare su molta parte della nostra esperienza, anche più recente, per porre correttivi, rimedi laddove si sono determinate condizioni negative per le persone che rappresentiamo. Di questo parleremo nei prossimi giorni.

Intanto concludiamo questo congresso, care compagne e cari compagni, e lo concludiamo unitariamente, dopo un viaggio iniziato tra legittime differenze. È un’unità che non ci ha regalato nessuno (so anche che qualche volta dà pure fastidio), ma qui l’identità, l’idea dell’appartenenza, la voglia di mettere in discussione i propri punti di partenza, ha creato le condizioni per questa conclusione. Io ne sono molto contento.

Sapete – ve ne ho parlato anche in altre circostanze – quale sia il grande fascino della metafora del viaggio, quale sia il fascino che esercita soprattutto su di me. Per i poeti, per gli artisti il viaggio è la vita delle persone. Io credo si possa serenamente considerare il viaggio anche come metafora per la vita delle organizzazioni. Dunque non me ne vorrete se prendo a prestito ancora parole di altri, di un altro grande poeta del novecento, Mario Luzi, che nel "Viaggio terrestre e celeste di Simone Martini" descrive questo immaginario viaggio. Contro la storia (Simone morì ad Avignone), il poeta fa viaggiare Simone con la moglie, con il fratello, la moglie del fratello, le figlie, un po’ di domestici, uno studente di teologia, da Avignone verso la natia Siena. Tutti sono partecipi e descrittori del viaggio. Quando arrivano in prossimità di Siena, uno di loro scrive: "Dove ci sorprende il giorno, che terre nottetempo, noi acque del fiume appena limaccioso, abbiamo attraversato? E ora dove andiamo? Dove illusoriamente siamo?".

Mi piace pensare che quelle acque siamo noi, le donne e gli uomini della Cgil. La nostra organizzazione ha attraversato oltre un secolo della storia di questo paese; ha contribuito a scrivere una parte importante di questa storia; ha promosso giustizia, ha favorito emancipazione tra tante persone povere, deboli.

Il giorno ci sorprende in un paese che deve affrontare la sfida dell’Europa e del mondo, assicurando a sé, e partecipando alla costruzione con gli altri, il necessario tasso di democrazia, di giustizia e di riconoscimento dei diritti delle persone.

Dove andiamo? Per libera scelta, verso un futuro che vogliamo migliore per i giovani, per i più deboli, per tutti, anche per chi è diverso da noi, per l’altro.

A voi che siete l’acqua tersa di questo fiume, auguro buon viaggio.

 

(9 febbraio 2002)

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