SPECIALE CONGRESSO CGIL

PRIMA

 

INDICE

Documenti

La relazione di Sergio Cofferati

Indice
Indietro

XIV Congresso della Cgil

La relazione di Sergio Cofferati

 

Graditi ospiti, care compagne e cari compagni,

siamo alla conclusione di un lungo percorso congressuale. Abbiamo dato vita, ancora una volta, ad un difficile ma straordinario esercizio democratico coinvolgendo milioni di lavoratrici e di lavoratori, di pensionati e di pensionate nella definizione di una proposta volta a fissare il nostro profilo sindacale e a scegliere le politiche rivendicative più efficaci per stimolare lo sviluppo di una società più giusta, più coesa e più solidale.

Molti, anche tra di noi, sono indotti a ritenere eccessivi i nostri riti, ridondanti od enfatiche le nostre regole. Non condivido queste opinioni anche se non mi sfuggono i limiti di una discussione che dura a lungo nel tempo e che perciò deve fare i conti con mutamenti repentini, a volte drammatici, del quadro istituzionale, politico, economico o sociale, come è accaduto negli scorsi mesi.

La necessità di interpretare nuovi accadimenti, di correggere o integrare le proprie analisi produce qualche piccola alterazione nel rapporto congressuale con gli iscritti e con i propri quadri. Ma nulla toglie allo straordinario valore del coinvolgimento e della partecipazione dei singoli alla costruzione del ruolo e del destino della "propria organizzazione".

Tutto ciò mi appare oggi ancor più importante, in una società impregnata di sottoculture che producono semplificazioni pericolose nella rappresentanza, che sviliscono la partecipazione dei cittadini alla vita delle istituzioni e dei partiti.

La forza di un’organizzazione sindacale è data dall’efficacia e dalla credibilità delle sue scelte, dal consenso che queste producono, ma anche dai valori ai quali si riferisce. Da quei valori condivisi che ne fissano coerentemente la collocazione sociale, che ne ispirano la democrazia, che assicurano lealtà e solidarietà tra le donne e gli uomini che ne fanno parte. Quello che insieme stiamo completando è un percorso democratico che ci ha consentito di rendere visibile anche questo tessuto connettivo della nostra organizzazione, con i suoi simboli e la sua storia.

Il nostro viaggio è iniziato confrontando due documenti distinti, secondo una prassi democratica, consolidata nel passato recente, che ci ha sempre consentito di discutere con franchezza senza rinunciare mai alla pratica della gestione comune dell’organizzazione.

Lungo la strada ha preso progressivamente corpo la volontà di ricercare le condizioni, nell’analisi e nella proposta, per superare le differenze iniziali. Questo sforzo ha consentito di ottenere risultati positivi nella conclusione di molti congressi regionali e di categoria.

Ora tocca a noi lavorare affinché anche questo congresso si misuri serenamente ma con determinazione per arrivare allo stesso risultato.

L’arco di tempo intercorso tra la conclusione del XIII Congresso ed oggi è stato densissimo di avvenimenti che hanno spinto la CGIL e le altre confederazioni a misurarsi con grandi novità, a sperimentare sul campo rapporti inediti, come quelli con governi nazionali nati da un processo tendenzialmente bipolare nella rappresentanza politica, o con governi regionali chiamati ad esercitare funzioni crescenti per effetto del trasferimento di sovranità definito dalla nuova legge federale.

Tutto ciò accadeva mentre il nostro Paese, completando il processo di risanamento avviato all’inizio del decennio e rispettando i vincoli del trattato di Maastricht, entrava a pieno titolo nell’Europa comunitaria che di lì a pochi mesi avrebbe varato la sua moneta.

Il nostro rapporto con i governi di centro-sinistra della passata legislatura è stato complesso, a volte faticoso, ma certamente non privo di risultati.

Il primo governo dell’Ulivo ha in più di una circostanza ricercato e realizzato il difficile equilibrio della sua maggioranza intervenendo del tutto legittimamente, su temi sociali ma con soluzioni che limitavano l’efficace esercizio contrattuale delle parti sociali. Tuttavia, queste dinamiche apparse, almeno nella volontà di una parte della maggioranza, come atti ostili verso la CGIL, non hanno impedito che si concludessero intese tripartite per modernizzare il mercato del lavoro e un accordo bilaterale con il Governo, diventato poi soluzione legislativa, per rafforzare e mettere in definitiva sicurezza il sistema previdenziale uscito dalla riforma del 1995.

Non meno importante è stata l’intesa raggiunta alla vigilia di Natale del 1998 che riconfermava l’impianto contrattuale fondato su due livelli distinti per funzioni, introduceva l’impianto per la formazione continua, promuoveva politiche per le pari opportunità e rendeva disponibili politiche fiscali e di sostegno per l’ammodernamento del sistema produttivo, a partire dalla programmazione negoziata per il Mezzogiorno.

Prima che il nuovo corso di Confindustria non rinunciasse alla sfida della competizione alta per giustificare i suoi ritardi, anche culturali, nell’innovazione di prodotto e di processo. Ho definito faticoso l’insieme di quelle relazioni pur produttive, per il clima paradossale che spesso hanno creato.

Gli oggetti impliciti di quelle difficoltà sono stati alternativamente: l’esercizio delle nostre funzioni primarie e la nostra autonomia. La sinistra radicale ci sollecitava ad atti di rottura anche degli equilibri da lei stessa faticosamente raggiunti, la sinistra e il centro riformisti si sorprendevano, irritati, di alcuni nostri dinieghi a politiche non condivise, come se il riferirsi a comuni valori dovesse determinare da parte nostra un’impropria delega di rappresentanza o la rinuncia all’autonomia di elaborazione e di proposta.

D’altro lato la destra ci criticava per un presunto ed inesistente sostegno al Governo, desunto dalla mancanza di conflitto, rimuovendo ovviamente il fatto che alle nostre richieste giungevano risposte positive, peraltro condivise, come nel 1998, dalle imprese, dalle rappresentanze degli enti locali e dalle associazioni del terzo settore.

Dunque per quanto inedita questa esperienza recente ha rafforzato la nostra organizzazione. Lo confermano banalmente la crescita associativa di questi anni, ma ancor di più il peso sociale che continuiamo ad avere oggi, in un quadro politico completamente mutato.

Sono convinto che la verità stava esattamente nel mezzo, tra l’irritazione o la sorpresa della sinistra e la critica pregiudiziale della destra. La conferma della nostra autonomia in questi anni è stata importante, perché ci ha consentito di ottenere risultati utili con il consenso di milioni di persone che hanno validato i nostri atti contrattuali, sia quando questi hanno reso più articolato e flessibile il mercato del lavoro, sia quando hanno promosso la riforma del sistema previdenziale.

Nel mentre si completava il processo di risanamento dell’economia italiana, consentendo l’ingresso del nostro Paese nel sistema dell’Euro. Quell’obiettivo veniva centrato con il contributo di molti. Il nostro, quello dei sindacati confederali, non è stato certo tra i meno rilevanti, non abbiamo mai avuto dubbi o incertezze, a differenza dei molti imprenditori che cullavano l’idea di poter continuare a contare sulla svalutazione come molla della loro competitività e dei loro profitti, o come il responsabile della Banca centrale forse preoccupato, chissà, del venir meno di una parte delle funzioni dell’istituto.

L’alternativa per noi era: tra il rimandare nel tempo il soddisfacimento di bisogni importanti di una parte dei nostri rappresentati per entrare in un consesso più ampio dello Stato nazionale con un’economia risanata e l’inseguire il miraggio di risultati a breve in un’economia malata, marginale in Europa e dunque debolissima nel mercato globale.

Socialmente ed eticamente la scelta responsabile era la prima, scelta che comportava sacrifici, scelta che ci avrebbe portato come è stato ad affrontare nuovi problemi e contraddizioni ma con la possibilità concreta di partecipare all’effettiva costruzione di quell’Europa sociale, politica ed istituzionale che la CGIL, con le altre confederazioni italiane, hanno sempre rivendicato.

La costruzione del primo nucleo dell’Europa comunitaria di questi anni passati è stata una piccola parte di straordinari e profondi mutamenti che hanno interessato l’intero mondo.

L’innovazione tecnologica e i suoi linguaggi hanno trasformato la percezione del tempo e dello spazio, mutato le condizioni di vita e di lavoro, cambiato i valori, inciso sulle speranze e le paure di milioni di persone. L’interdipendenza delle economie si è fatta più stringente, rende possibile, attraverso l’utilizzo delle nuove tecnologie, l’organizzazione globale della produzione di merci e servizi, la loro programmazione in tempo reale, stimola e sollecita l’uso della comunicazione e dell’informazione nei processi produttivi di beni e servizi.

Rende il sapere una delle fondamentali risorse di ogni economia, lo trasforma nella condizione materiale che insieme al processo di poche ma decisive materie prime definisce la differenza di sviluppo tra i singoli territori e le grandi aree economiche del mondo. Così, l’accesso al sapere, come la quantità e la qualità della sua offerta, segnano il tasso di civiltà dei paesi, e diventano oggettivamente uno dei problemi fondamentali delle democrazie del terzo millennio.

Questo processo è stato accompagnato, assecondato dalle teorie economiche liberiste, dalla pratica della deregulation, dal superamento di ogni vincolo e dalla finanziarizzazione esasperata dell’economia.

Il mercato assunto come unico riferimento, i suoi effetti spontanei, i modelli di omologazione che impone, sono l’origine dello stravolgimento e della sofferenza di tradizioni e culture secolari. La globalizzazione del solo mercato inevitabilmente accentua le diseguaglianze tra paesi e nei paesi, a loro volta le diseguaglianze rilanciano nazionalismi e fondamentalismi, ripropongono pulsioni xenofobe, riaffacciano politiche protezioniste ed autarchiche destinate a produrre rotture e conflitti.

Questo quadro d’insieme è all’origine dell’instabilità di tante aree del mondo e dà corpo a paure, a incertezze sul futuro, in particolare nelle giovani generazioni. Ma per combattere il liberismo come cultura dominante, come variante economica del pensiero unico è indispensabile una funzione alta della politica, che parta dalla riforma degli organismi sovranazionali di rappresentanza, sia quelli politici, che quelli economici e sociali.

La loro nuova funzione deve essere legittimata da processi democratici e trasparenti di cessione di quote di sovranità da parte dei livelli istituzionali o di rappresentanza che li animano, chiamati a loro volta a ridefinire se stessi e la propria legittimazione democratica in questo processo. Compiti difficilissimi, certo, ma indispensabili per costruire nuovi e più avanzati equilibri tra le aree e nelle aree del mondo.

Troppe volte, anche nei tempi recenti, ha pesato il limite o l'afasia delle organizzazioni sovranazionali. Alle Nazioni Unite devono essere garantiti strumenti e capacità decisionali, di monitoraggio nelle aree di crisi e di prevenzione dei conflitti, possibili solo con la creazione di una struttura davvero indipendente sia dalla logica dei veti, che dalla pesante influenza delle superpotenze.

Il WTO, nella sua veste di regolatore dei rapporti commerciali, si è dimostrato incapace di integrarli con adeguate clausole sociali che assicurino il rispetto dei diritti e delle protezioni fondamentali per milioni di persone, producendo colossali contraddizioni tra i paesi sviluppati e quelli poveri, condannati a sempre maggiori diseguaglianze. Grandi sono le responsabilità del FMI nelle crisi economico-finanziarie che si sono succedute nel mondo nel corso degli ultimi anni, come nel caso dell'Argentina, che smentisce una volta di più la validità delle ricette ultraliberiste fino ad oggi imposte dagli organismi finanziari internazionali.

Soggetti sovrani, sottratti ai condizionamenti delle economie forti, regole condivise ed efficaci per il mercato e i commerci, come il controllo e la tassazione dei flussi finanziari, l’azzeramento del debito dei paesi più poveri, sono le condizioni indispensabili per assicurare uno sviluppo che abbia in sé, anche il concetto di limite, di uso razionale delle risorse e di salvaguardia dell'ambiente. Ma tutto questo non sarebbe sufficiente senza l'estensione dei diritti universali dei lavoratori e dei cittadini, senza la realizzazione di soglie uniformi di protezione sociale in grado di assicurare coesione e consistenza alla cittadinanza e quindi un nuovo e diverso modello di sviluppo, di crescita e di giustizia per tutti.

Solo visibili progressi in ognuno di questi ambiti possono allontanare la discussione sulla globalizzazione dalla tenaglia dei fondamentalismi ideologici e dare risposte positive al magmatico movimento che ha preso corpo a Seattle ed è via via cresciuto a Genova ed in questi giorni a Porto Alegre.

Con questo movimento noi vogliamo e dobbiamo confrontarci, a partire dalle tante differenze, ma anche sulla base delle tante convergenze di merito, ponendo una sola ma determinata condizione, che la nostra storia e la nostra cultura ci impongono, quella del rifiuto della violenza, teorizzata, praticata o anche solo tollerata.

L'affermazione dei diritti universali, della libertà di scelta, della realizzazione del proprio futuro, della consapevolezza del proprio essere, può avvenire per le donne e per gli uomini solo in un mondo che cresce, regolato, superando differenze e squilibri.

Sono esigenze di tutti, avvertite spesso con angoscia dai più giovani. Spetta a noi impedire che questa angoscia sfoci nel rifiuto della politica, nel ripiegamento individualista o ancor peggio, nell'illusione della violenza liberatrice.

Il confronto dialettico è la strada da percorrere con loro, nel rispetto e nel riconoscimento reciproco di funzioni distinte, diverse, nella ricerca comune di risposte positive, mettendo noi a disposizione la cultura universalista ed internazionalista che viene dalla nostra storia ormai centenaria.

Il permanere di profondi squilibri, di grandi sacche di povertà, alimenta i fondamentalismi che a loro volta diventano terreno fertile per il terrorismo. Quel terrorismo internazionale che è tornato a colpire con devastante follia l’undici settembre dell’anno passato, in un giorno che resterà nella memoria di intere generazioni, uccidendo migliaia di persone inermi con strumenti della vita moderna, come gli aerei civili trasformati in ordigni distruttivi da uomini che disprezzano la vita.

Il terrorismo non ha nessuna giustificazione, mai. Ma la comunità internazionale non può ignorare che il fondamentalismo o la povertà che priva le persone della loro dignità forniscono brodo di coltura ai suoi progetti deliranti.

La politica è dunque chiamata a risolvere diseguaglianze, a prosciugare sacche d’odio, a prevenire conflitti sociali con interventi lungimiranti, a costruire quella cultura dei diritti che è parte decisiva della convivenza pacifica tra i popoli. In tempi recenti, infatti, la mancanza di una positiva volontà da parte della comunità internazionale, il prevalere di interessi nazionali di alcuni paesi europei, l'assenza di una politica estera dell’Unione hanno lasciato che esplodesse la crisi nei Balcani fino alle sue tragiche conseguenze.

Si è registrata anche in quella occasione la sconfitta della politica, costretta a ricorrere alla forza per garantire dei diritti, dunque con inevitabili lutti e distruzioni. Anche per queste ragioni occorreva che la comunità internazionale rispondesse al terrorismo dopo l’undici di settembre con atti repressivi e di contrasto mirati, efficaci e con lo scatto di un forte intervento politico in grado di prevenire crisi future. Invece si è prodotta un'azione di forza che ha portato alla più tradizionale delle guerre, con effetti disastrosi sulla popolazione inerme, senza nessuna certezza di aver colpito e limitato il terrorismo, determinando ulteriore instabilità in aree del mondo già martoriate da anni di guerre. Per questo abbiamo esplicitato con nettezza la nostra contrarietà a quell’intervento. Con altrettanta fermezza giudicheremmo come un grave e drammatico errore la scelta di ulteriori conflitti nell’area.

E’ di nuovo il tempo della politica. E’ necessario limitare l’intervento delle nostre truppe a funzioni civili in Afghanistan, ma occorre contemporaneamente rilanciare l'iniziativa diplomatica in seno all’Unione Europea per superare il rischio di un tragico allargamento del conflitto, per sconfiggere ogni forma di terrorismo e perché si torni immediatamente ad un tavolo negoziale che affronti e risolva in tempi rapidi la sempre più drammatica crisi in Medio Oriente .

La mancanza grave di un’iniziativa internazionale consente al governo Sharon di accentuare la pressione militare sulla popolazione palestinese e di cercare di imporre soluzioni contrarie agli obiettivi dell’accordo di Oslo, mirato a costruire uno stato palestinese in grado di convivere pacificamente con quello israeliano.

La situazione è resa sempre più drammatica dalla esasperazione del conflitto con il suo carico di dolori e lutti, nonché dalla umiliazione e disperazione crescente del popolo palestinese. Per questo è urgente la costruzione delle condizioni per un negoziato di pace, con un ruolo attivo ed autonomo dell’Europa, in grado di bilanciare la posizione dell’amministrazione americana utilizzata fin qui dall’ala più oltranzista del governo israeliano, da quelle forze che sono orientate solo a destabilizzare ed a mettere fuorigioco la funzione e il ruolo di Arafat, unico e legittimo Presidente del popolo palestinese, costretto illegalmente ormai da troppo tempo ad una reclusione forzata.

Serve una forza di interposizione che favorisca le condizioni minime per il negoziato, prima che la crisi economica in Israele e la disperazione delle migliaia di palestinesi che vivono in povertà e senza lavoro, in Cisgiordania, come a Gerusalemme e nella striscia di Gaza, generi ancora terrore e violenza .

In questo quadro generale, segnato dai primi effetti negativi sulle economie dei paesi sviluppati generati dal trauma degli attentati terroristici e dall’angosciante incombere del pericolo di una guerra, abbiamo iniziato la nostra discussione congressuale. Ai temi dei documenti congressuali si sono aggiunte dunque novità drammatiche e impreviste .

Quella che non è mutata è l’esigenza di fondo di questo congresso: la definizione di una nostra proposta di politiche per lo sviluppo connesse all’estensione e al rafforzamento delle tutele e dei diritti. I nuovi e mutevoli riferimenti esterni rendono ancora più importante lo sforzo che stiamo compiendo e ne aumentano le difficoltà.

Siamo chiamati all’arduo compito di promuovere novità nelle nostre politiche rivendicative, di stimolare cambiamenti nei comportamenti e nelle scelte dei nostri interlocutori e nel contempo a batterci rigorosamente per conservare valori, identità e diritti violentemente attaccati.

Non a caso indicammo fin dall’inizio come prioritari nella nostra discussione l’individuazione dei "luoghi" della nostra iniziativa futura e l’esatta lettura delle intenzioni e degli effetti delle scelte annunciate dai nostri interlocutori tradizionali: da un lato il Governo di centro-destra, insediatosi dopo le elezioni e destinato a gestire le politiche del paese per il tempo della legislatura e dall’altro lato le associazioni imprenditoriali.

La scelta di definire le nostre politiche sempre contestualmente in Italia e in Europa, tenendo insieme il "luogo" antico dello Stato nazione e la nuova patria sovranazionale non è rituale, ma convinta.

Abbiamo svolto un ruolo da protagonisti nel processo che ci ha condotto stabilmente nell’Unione, oggi abbiamo titolo per partecipare alla difficile ed impegnativa definizione del suo futuro. L’allargamento dei confini dell’Unione è un obiettivo prioritario da realizzare contemporaneamente alla definizione di una vera e propria Costituzione in grado di dare certezza democratica al potere legislativo e alle funzioni esecutive.

Questo impegnativo compito è oggi affidato alla Convenzione, chiamata a ridefinire regole e ragioni fondative dell’Unione. La Costituzione deve incorporare la Carta dei diritti approvata a Nizza nei mesi passati. L’allargamento è indispensabile per garantire una ragionevole prospettiva al modello sociale europeo.

Ancora una volta chi si è opposto, tra gli imprenditori italiani in particolare, all’estensione dei confini dell’Unione lo ha fatto non solo in contrasto con lo spirito dei padri fondatori, ma anteponendo il proprio specifico interesse a quello generale. Mantenere ai bordi del nucleo più forte paesi deboli, economie instabili, significa determinare due potenziali mercati, uno dei quali in grado di accettare investimenti non sempre trasparenti, con l’esplosione di tensioni e di inevitabili forme di dumping sociale.

Il dualismo delle condizioni economiche dei territori europei spingerebbe solo alla competizione di basso profilo, estranea e incompatibile con il modello sociale europeo e ben lontana dalle funzioni trainanti dell’Europa ipotizzate anni orsono da Jacques Delors.

La Costituzione di un’Europa che si estende va consolidata dalla Carta dei Diritti, integrata nelle sue norme e dunque resa efficace ed esigibile. Solo un sistema uniforme di diritti in Europa potrà fissare l’identità dei suoi cittadini e garantire la libera circolazione delle persone e delle merci senza che ciò crei ostacoli all’attuazione del suo modello sociale.

La Costituzione definisce sovranità, la sovranità assicura la cittadinanza. Oggi, in una moderna società, con le sue complessità ed articolazioni è decisiva l’inscindibilità dei diritti della persona, del cittadino e di quelli che nascono e si definiscono nel lavoro e nell’economia. Esattamente come sancito nella Carta di Nizza.

L’adozione della moneta unica era, oggettivamente, la porta d’accesso per poter costruire l’Europa. Ora esistono le condizioni per fare il resto e per noi il resto è l’idea-forza dell’Europa sociale, di un nuovo Stato federale in grado di indicare anche un modello avanzato di regolazione e governo della globalizzazione.

Se davvero vogliamo l’Europa sociale e dei diritti, se riteniamo indispensabili, come abbiamo più volte detto, regole legislative uniformi per il lavoro, uno stato sociale unificante in grado di promuovere e non solo di risarcire, meccanismi redistributivi fiscali e contrattuali equi validi per l’intera Unione dobbiamo anche noi compiere delle scelte impegnative.

Sosteniamo da tempo che la Confederazione Europea dei Sindacati deve trasformarsi in un vero e proprio sindacato confederale sovranazionale, superando l’attuale assetto di organizzazione che raggruppa e coordina soggetti di diversa matrice rappresentativa e di diversa legittimazione. Cambia il diritto comunitario, si evolve rapidamente il modello societario e necessariamente mutano le relazioni industriali in Europa.

Si pone perciò anche a noi il tema della cessione di una parte della nostra sovranità, della paziente costruzione ad un livello più ampio di regole democratiche, di esercizio della propria rappresentanza. Scegliendo in primo luogo il modello, la matrice del proprio essere; la nostra centenaria storia è quella di un sindacato confederale, che rappresenta interessi diversi, in grado di mediarli, anche attraverso l’esercizio della solidarietà. Siamo noi tutti convinti dell’efficacia di questo modello nelle società complesse, ma il consenso intorno alla nostra idea è in parte ancora da costruire.

Poi, insieme agli altri sindacati, bisognerà decidere le materie e le funzioni da trasferire, le quote di sovranità appunto. Siamo consapevoli e convinti dell’importanza di questa frontiera, come dimostrano anche le nostre scelte organizzative più recenti.

Ed è per questa condivisione dell’universalità dei diritti e dell’uniformità delle tutele anche in Europa che, pur condividendo l’importanza della realizzazione di un modello di federalismo solidale nel nostro paese e pur apprezzando l’ispirazione generale della riforma parziale del titolo V della nostra Costituzione varata nella precedente legislatura, continuiamo a guardare con preoccupazione e contrarietà alla scelta contenuta nella riforma di inserire tra le materie affidate alla legislazione concorrente anche la tutela e la sicurezza del lavoro e la previdenza complementare ed integrativa, aprendo così un varco a pericolose differenziazioni territoriali su temi che riguardano i diritti e le protezioni sociali, per i quali andrebbe invece garantito un rigido vincolo unitario per tutto il territorio nazionale, e progressivamente uniforme per tutta l’Unione.

Il venir meno del principio dell’uniformità delle tutele e dell’universalità dei diritti, così come la mancanza di regole nel mercato spingono verso un’idea di sviluppo incoerente e verso modelli di competizione pericolosissimi.

Gli equilibri ambientali, sempre più fragili ed esposti, non sopportano più gli effetti di una crescita quantitativa, priva della più elementare nozione di limite e dunque indotta a superare ogni soglia nel suo procedere. Ma l’abbattimento delle soglie ambientali, come quelle delle tutele e dei diritti, diviene anche parte integrante di un modello di competizione, poco importa se d’impresa o di sistema economico, che ha come unico riferimento quello delle dinamiche di costo e che di conseguenza punta a comprimere tutto ciò che le può stimolare.

Va da sé che un simile modello aggredisce anche l’insieme degli atti collettivi, legislativi o contrattuali, che fissano valori di riferimento o regole redistributive. A questo modello hanno progressivamente fatto riferimento una parte importante delle imprese italiane, in particolare quelle industriali.

Il sopraggiungere dell’Euro ha tolto loro i vantaggi competitivi derivanti dalla flessibilità dei cambi e dalla svalutazione, chi tra loro non aveva per tempo investito in innovazione ed incrementato la qualità dei suoi prodotti si è trovato a competere in mercati sempre più selettivi con vincoli inediti per la sua attività.

A queste novità molte imprese, non tutte per fortuna, hanno reagito senza voglia, anche culturale, di accettare la sfida della qualità ma riproponendo soluzioni antiche, rivestite di una superficiale patina di modernità e trasformate in un vero e proprio manifesto ideologico come quello presentato con clamore un anno fa a Parma da Confindustria.

Dietro l’accurata e levigata forma mediatica, la sostanza è desolatamente antica e semplice: maggiori trasferimenti automatici, senza selezione o vincoli qualitativi, di risorse dallo Stato alle imprese e abbattimento di protezioni, diritti e vantaggi contrattuali per i lavoratori. Il tutto condito con l’assurda tesi della maggior libertà per le persone che sarebbe prodotta dal venir meno delle regole dalle quali sono protette.

Molti di noi non hanno scordato lo stucchevole balletto di Parma tra il presidente di Confindustria e il candidato premier del centro-destra su chi aveva copiato il suo programma dall’altro. Si esplicitava in quella circostanza il collateralismo tra Confindustria e lo schieramento di centro-destra che avrebbe successivamente vinto le elezioni, rapporto inedito almeno nella vistosa forma che ha assunto in quell’occasione e che ha poi mantenuto successivamente.

L’economia italiana era tornata a crescere, con tassi significativi nel secondo semestre del 1999 e per l’intero 2000, in sintonia con l’andamento delle maggiori economie europee ed in ragione della spinta derivante dal processo di risanamento ormai in larga misura completato.

La congiuntura internazionale e l’ordine ritrovato nei fondamentali della nostra economia avevano prodotto novità significative, visibili, come il ritorno a tassi di crescita in linea con quelli degli altri paesi europei, il recuperato e positivo dinamismo tra importazioni ed esportazioni, novità trasformatesi anche in ripresa in molte realtà del Mezzogiorno con il consolidamento di alcune aree industriali e l’aumento di insediamenti industriali, anche legati alle nuove attività dell’economia di rete e dei servizi. La crescita del fatturato complessivo e della produzione industriale avevano spinto un’apprezzabile crescita dell’occupazione, prolungatasi anche per una parte del 2001.

Tra gli elementi di novità si erano registrati primi incrementi occupazionali nel Mezzogiorno, una maggior presenza di occupazione femminile e, tra la sorpresa di molti, ma non la nostra, una prevalenza di rapporti di lavoro a tempo indeterminato su quelli definiti atipici o flessibili.

Alle ragioni generali, di contesto, si erano aggiunte quelle più specifiche date dalla riduzione della pressione fiscale sulle imprese, dal vantaggio derivante dalla ridotta tassazione sugli utili reinvestiti, del buon funzionamento degli strumenti della programmazione negoziata.

Anche il costo del lavoro in termini reali era sceso, in controtendenza con quanto capitava nei maggiori paesi europei. Insomma si era trattato di un’ulteriore riprova della riacquistata dinamicità del sistema e della conferma implicita che le difficoltà competitive della nostra struttura produttiva di beni e servizi non dipendevano da una struttura di costi squilibrata.

Un esame rigoroso della situazione portava a convenire che l’ultimo e residuo problema di dinamiche di costo del lavoro in termini nominali, non dunque di valore, era dato dalla variazione dei prezzi prodotta dalla scarsa concorrenzialità ancora presente in molti comparti nevralgici della nostra economia sia nei servizi, che nella distribuzione e nelle reti. E appare evidente che l’ultima anomalia negativa rispetto all’Europa riguardava e riguarda anche oggi la consistenza del cuneo fiscale e contributivo che penalizza in primo luogo i bassi salari.

La difficoltà competitiva delle imprese italiane, non risolvibile dal solo riordino dei parametri fondamentali e dalla crescita innescatasi, è determinata dunque essenzialmente dai ritardi nell’innovazione, dallo scarso ricambio della gamma di prodotti e della loro spesso insufficiente qualità.

Il nostro rimane un sistema produttivo statico, con un peso preponderante dei settori tradizionali su quelli innovativi; questo limite viene oggi enfatizzato dalla rapidità di diffusione delle innovazioni, prodotta dalle tecnologie informatiche, dai paesi sviluppati verso quelli più deboli, che entrano così in diretta concorrenza con i nostri distretti industriali, già peraltro più versati ad adattare e imitare innovazioni prodotte altrove che a promuoverne di nuove.

Il cambiamento del modello di specializzazione va realizzato da un lato attraverso la valorizzazione delle singole filiere produttive, a partire da quelle che caratterizzano il sistema di piccole e medie imprese, dall’altro creando "l’ambiente" economico più efficace ad attrarre investimenti e rendendo disponibili quote crescenti di risorse immateriali. Gli investimenti pubblici in innovazione, ricerca e valorizzazione delle risorse umane sono indispensabili, ma lo sono ancor di più quelli privati ancorché incentivati.

Infatti, la vera difformità nel quadro di interventi per l’innovazione degli ultimi dieci anni è il drammatico divario tra gli investimenti privati italiani con quelli fatti nei paesi europei e in quelli maggiormente sviluppati.

Andamento negativo che fa giustizia di molte analisi sommarie in materia e offre qualche elemento di valutazione sulla redistribuzione della ricchezza degli anni ’90 attraverso i dati del suo impiego e del suo limitato reinvestimento. Analogo effetto depressivo sulla competizione delle imprese ha ovviamente la staticità e la limitatezza del mercato finanziario.

Ognuno può valutare quale effetto abbia prodotto la mancanza di investitori istituzionali sull’andamento economico degli anni del risanamento e sui processi di privatizzazione e liberalizzazione. Questi ultimi poi resi spesso lenti e contraddittori dal permanere di barriere normative e burocratiche che hanno limitato la concorrenza, ingessato le professioni, sclerotizzato il sistema bancario e quello assicurativo, troppo spesso difesi da politiche di puro protezionismo.

La mancanza di questi elementi dinamici, di riforma, ha inevitabilmente collocato sotto altra luce gli stessi processi di flessibilizzazione regolata del mercato del lavoro o di riforma ed estensione delle protezioni sociali, accentuando la percezione dei loro aspetti di incertezza ed attenuandone il carattere di promozione.

Ora la crescita economica è vistosamente rallentata per effetto della crisi prodotta dai tragici avvenimenti dell’undici settembre e i problemi di competitività delle imprese, ancora irrisolti, tendono ad accentuarsi.

Le dinamiche di questo quadro spingono verso un rapporto sempre più stretto tra il nuovo esecutivo di centro-destra ed una parte delle imprese italiane, segnatamente quelle rappresentate da Confindustria. Lo schieramento politico che governa il paese ha immediatamente tradotto le suggestioni propagandistiche del suo programma elettorale in atti concreti, dando sostanza in politica e in economia a quella miscela inedita ma inquietante di liberismo imitativo e di populismo.

La scelte sono state chiare fin da primi atti. In politica estera il rapporto con gli Stati Uniti è stato enfatizzato al punto di alludere ad un nuovo atlantismo in contrasto ed alternativa all’Europa.

Così si possono interpretare, senza forzature, il sostegno all’ipotesi di scudo spaziale, l’iniziale condivisione della messa in mora dell’accordo di Kyoto sull’ambiente, la posizione tenuta sul progetto dell’Airbus. Ovviamente gli atti di ostilità verso l’Unione ed i distinguo sono continuati, dalla giustizia, ai provvedimenti ipotizzati o realizzati sul mercato del lavoro, fino al tema dei diritti.

Come non vedere poi che la pessima e assurda legge Bossi-Fini sull’immigrazione, oppure la cancellazione della norma sul reintegro nel caso di licenziamento ingiustificato sono in contrasto lesive e in contrasto con la Carta dei diritti di Nizza?

La pratica imitativa che sta alla base del rapporto con gli Stati Uniti produce addirittura la traduzione del capitalismo compassionevole, caro al presidente Bush, in una più domestica ipotesi di nuova filantropia che sorregge, o vorrebbe sorreggere, ideologicamente le loro ipotesi di riforma fiscale e di politiche del welfare.

Non meno netta è stata la scelta del centro-destra di mettere subito in discussione alcune funzioni primarie dello Stato laico. Grave è la decisione di bloccare, come primo atto concreto ed insieme simbolico, la riforma dei cicli scolastici per sostituirla poi con una somma di provvedimenti destinati a riportare indietro l’orologio della storia, nel goffo tentativo di modellare la scuola sull’impresa, prendendo a riferimento un’impresa che peraltro non c’è più perché nel frattempo si è trasformata ed innovata. Quella decisione va interpretata per quello che rappresenta in concreto, cioè un attacco alla scuola pubblica, reso ancor più esplicito dall’uso del buono scolastico fatto dai governatori del centro-destra non già per consentire la realizzazione di un paritario diritto allo studio ma per dare impulso alla domanda di istruzione privata, per dare ulteriori possibilità ai più abbienti e aggirare così i vincoli costituzionali.

E in materia di sanità e assistenza ancora una volta l’uso del buono diventa la chiave di volta per ridimensionare quelle politiche di welfare, e per cancellarne il carattere universale, fondamentale per la popolazione più anziana e per quella più povera.

E che dire degli effetti inevitabili sugli equilibri del sistema previdenziale dei provvedimenti collocati nella delega depositata in Parlamento?

Vorrei a questo proposito descrivere rapidamente una seria preoccupazione, che ho da sindacalista, ma ancor prima, da cittadino. So bene che lo strumento della delega è previsto dal nostro ordinamento e che la sua funzione è stata concepita per semplificare e snellire l’attuazione di provvedimenti complessi, dunque non ho nessuna obiezione sulla sua legittimità. Quello che invece mi inquieta e che mi crea grandi preoccupazioni è l’uso che il Governo ne sta facendo.

Sono contemporaneamente state depositate quattro deleghe su materie che cambiano gli assetti economici e sociali del paese.

Una riguarda la scuola: dopo aver sostenuto che avrebbero cercato il massimo consenso sulle loro proposte si sono rifugiati in fretta, alle prime difficoltà, nella più protettiva delega.

Un’altra riguarda il fisco: la base più importante della costituzione materiale del paese. In un verboso manifesto ideologico si annegano poche drastiche ed inique trasformazioni della struttura del prelievo fiscale con effetti enormi e negativi sull’alimentazione del welfare e sulla redistribuzione del reddito, e si fissano sistematici rimandi al potere decisionale del ministro. Ma davvero si scrivono così le deleghe?

Poi un’altra ancora indica mutamenti nella previdenza attraverso la decontribuzione dei nuovi assunti che mettono in crisi il sistema previdenziale come ha spiegato il presidente dell’INPS, con danni profondi per i giovani che verranno privati di una adeguata pensione pubblica e per gli anziani, per i quali mancheranno le risorse per mantenere valori e rendimenti delle loro pensioni.

Il tutto dopo che la verifica dell’andamento della spesa previdenziale ha confermato che la stessa è in linea con le previsioni fatte nel 1995 e che dunque la riforma è efficace e che il sistema è in equilibrio.

Infine la quarta si propone la radicale riscrittura dell’ordinamento legislativo in materia di lavoro, la limitazione degli spazi negoziali in tema e l’avvio della soppressione di elementari diritti di civiltà come quello sancito dall’art.18 dello Statuto dei Lavoratori.

Tralasciando per un attimo le valutazioni di merito delle quali è responsabile solo che vi parla, non credono le forze politiche ed i rappresentanti delle istituzioni che questa pratica esautori la discussione parlamentare esattamente come svuota il negoziato sociale? E non credono, come penso io, che la sottrazione di spazi di confronto giustificata strumentalmente con l’esigenza di governare, non sia invece una pericolosa lesione di importanti pratiche della nostra democrazia sostanziale? E che questo alla lunga non incida anche sulla democrazia formale?

Da parte nostra non rinunceremo certo a pretendere un confronto di merito sui singoli e specifici temi, obiettando e contrastando anche l’uso dello strumento quando non ne condivideremo l’utilità. Ma forse non sarebbe inutile una riflessione più attenta da parte di tutti sulla anomalia che si sta determinando nell’esercizio di delicatissime pratiche democratiche.

Le intenzioni del Governo sui temi economici e sociali sono state anch’esse molto nette fin dall’inizio e sempre giustificate con l’esigenza di corrispondere alle richieste dei loro elettori, ignorando sistematicamente gli interessi generali del Paese che invece dovrebbero caratterizzare ogni atto di Governo.

I provvedimenti detti dei cento giorni si stanno rivelando inefficaci come esattamente li avevamo definiti, sia la Tremonti bis, che le norme sull’emersione del lavoro nero. Non producono effetti visibili e il sostegno all’offerta che dovevano assicurare è venuto meno.

L’aver interrotto le procedure definite con pazienza in precedenza per favorire l’emersione si è rivelato un errore grave, è stato interrotto un lento ma progressivo processo di regolarizzazione che stava premiando il Mezzogiorno. Ma il fallimento di quella terapia non resta circoscritto, infatti una parte consistente delle entrate e delle spese della legge Finanziaria erano giustificate dai proventi fiscali di quelle leggi.

Il venir meno di quelle risorse e gli effetti della mancata crescita aprono uno scenario preoccupante sulla primavera-estate. Appare ormai certo che la crescita sarà purtroppo inferiore a quella presa a riferimento nella Finanziaria.

Dico purtroppo perché il sindacalista non può mai essere contento degli eventi negativi, per noi la condizione ottimale è quella data dalla più alta disponibilità possibile di risorse da redistribuire. Ma oggi questa disponibilità non è in campo.

Alle incognite sulla tenuta dei conti pubblici, cosa delicatissima nel rigido sistema europeo, si aggiungono gli effetti indesiderati di una inflazione non solo tornata a crescere, ma sensibilmente più alta nei suoi valori percentuali di quella programmata.

Come è noto è lo scostamento tra i due valori quello che provoca gli effetti redistributivi più rilevanti e maggiormente iniqui. Nell’impianto delle norme della Finanziaria è visibilissimo il vuoto relativo alle politiche per la crescita, mentre tutti i paesi sviluppati hanno introdotto correttivi alle loro politiche per reggere al meglio gli effetti della crisi di settembre, a partire dagli Stati Uniti che hanno rapidamente accantonato le loro teorie liberiste per riscoprire Keynes, scelto di utilizzare la spesa pubblica e di stimolare la domanda, il Governo italiano ha mantenuto intonso l’impianto delle sue politiche, senza scegliere nuove priorità, cambiando solo i valori di riferimento della crescita.

Lasciando nell’assordante silenzio, nel quale è stato collocato, il Mezzogiorno, ignorato nella terapia iniziale ed ancor di più in quella strutturale della Finanziaria.

Si rischia così di interrompere il primo processo positivo dopo lunghi anni, che molto doveva agli strumenti della programmazione negoziata tante volte sottovalutati e oggi non adeguatamente finanziati, per affacciare la perdente ipotesi del modello duale di convenienze fiscali, normative e contrattuali bocciato a ripetizione dall’Unione.

La parte del paese che più dovrebbe crescere per ridurre il dualismo economico e sociale esistente viene considerata residuale, le condizioni attrattive da creare attraverso l’infrastrutturazione alta e la messa a disposizione di corpose risorse immateriali, le condizioni di ambiente da costruire con il ripristino della legalità scompaiono.

La crescita del paese rallenta vistosamente non solo dunque per effetto dei condizionamenti internazionali ma anche per la mancanza di adeguate politiche nazionali in grado di attenuare, di correggere le tendenze in atto. Ma questo impianto è casuale o è da considerare una sorta di imprinting delle intenzioni per l’intera legislatura?

Certo sorprende e preoccupa la disinvoltura nell’individuare e utilizzare mediaticamente disavanzi inesistenti, ma allo stesso modo è inaccettabile la costruzione di delicate ipotesi di bilancio su entrate incerte, a volte improbabili, in altre circostanze decisamente impossibili.

Il tutto con l’intenzione esplicita di corrispondere alle esigenze di breve periodo di alcuni settori produttivi, magari a discapito di quelli commerciali o dei servizi. In questo modo il consolidamento della nostra economia si allontana e lo sviluppo a tassi consistenti rischia di diventare una chimera della quale continuerà a parlarci il Governatore della Banca d’Italia costretto ad ignorare tutto, realtà compresa, per non rivedere le sue mirabolanti previsioni sul boom economico del prossimo futuro.

Ovviamente queste condizioni di quadro spingono Confindustria e dietro di lei una parte delle associazioni imprenditoriali a chiedere quei vantaggi tipici della competizione bassa, sembrano dire: "se le mirabolanti promesse sui trasferimenti e sul calo delle tasse non sono realizzabili, almeno togliete ai lavoratori protezioni e diritti che costano, dateci spazi unilaterali di gestione e già che ci siete riducete la funzione del sindacato".

E il Governo risponde immediatamente. Lo fa cercando di attuare gli impegni presi in campagna elettorale e ancor prima durante la campagna referendaria dei radicali. Allora l’on. Berlusconi si preoccupò della possibile partecipazione al voto prodotta dalla decisione presa dal direttivo di Confindustria di sostenere i referendum radicali sul mercato del lavoro, decisione presa dopo una appassionata e democratica discussione durata, scrissero i giornali dell’epoca, ben otto minuti.

Disse, l’on. Berlusconi da imprenditore ad imprenditori, che non era davvero il caso di favorire l’afflusso alle urne di chi poteva validare il tema elettorale del primo referendum, che tanto al resto avrebbe provveduto lui successivamente, se lo avessero eletto.

Gli atti concreti messi in campo dal Governo sono espliciti e trasparenti sono le intenzioni. La verifica della spesa previdenziale avendo dato esito confortante è stata immediatamente accantonata e il Governo invece di intervenire per consolidare la riforma, incentivando la permanenza al lavoro di chi raggiunge il requisito per andare in pensione, con il libero esercizio di un nuovo diritto, si inventa l’obbligo a rescindere il rapporto di lavoro e ad attivarne uno nuovo per poter restare, consegnando così all’azienda il potere di decidere e di scegliere tra i lavoratori, anche discriminando.

Ne consegue un’idea singolare di libertà, libero il lavoratore di chiedere e l’azienda di decidere, davvero una "piena parità di diritti".

Non meno preoccupante è la modalità prevista di utilizzo del TFR per l’attivazione del secondo pilastro previdenziale chiesto dall’Europa, quello della previdenza complementare. Scompare la volontarietà del lavoratore nel decidere l’uso del suo salario e la destinazione del TFR al fondo diventa obbligatoria.

E’ lecito pensare che la sola finalità di questo ulteriore grazioso esercizio di soppressione della libera scelta sia legato ad avventurose ipotesi di cartolarizzazione di queste risorse, possibile compensazione temporanea di qualche scostamento di bilancio.

Il cuore del provvedimento ipotizzato, come sappiamo, è dato dalla diminuzione dei contributi che le aziende verseranno per i nuovi assunti. Il vantaggio per le aziende è evidente, il loro costo del lavoro diminuirà ma è altrettanto certo il danno per i lavoratori e i pensionati.

Non risponderò certo qui ne altrove agli insulti e alle volgarità del ministro del welfare che si irrita particolarmente quando vengono descritti gli effetti disastrosi che la delega provocherà sul sistema previdenziale. Ma i giovani neo-assunti privati di una parte dei loro contributi avranno a fine carriera una pensione sensibilmente inferiore a quella prevista oggi e l’ipotesi che questo calo venga compensato dalla crescita dei contributi dei collaboratori è un falso palese.

Infatti il valore dei contributi in crescita è enormemente inferiore a quello dei contributi che verranno cancellati, ed in ogni caso dovrebbero prima spiegare ai lavoratori parasubordinati perchè si incrementano i loro contributi senza nessuna prestazione in cambio. Ma il calo rapido dei contributi complessivamente versati minerà anche l’equilibrio complessivo del sistema previdenziale rendendo impossibile il mantenimento dei valori e delle pensioni attuali.

Per rispondere alle richieste delle imprese si sceglie di mettere in crisi il sistema previdenziale, riducendo una solida e garantita tutela collettiva, creando nel contempo uno spazio alle banche e alle assicurazioni che si candideranno a gestire gli spazi per le polizze individuali.

Non dovrebbe sfuggire a nessuno che erano e sono in campo le nostre proposte per consolidare ulteriormente il sistema previdenziale nei suoi due pilastri, con un responsabile esercizio di volontà individuale. Ma questo, fin qui, non sembra interessare.

Per nulla diverso è lo schema di intervento utilizzato in materia di mercato del lavoro e diritti. La delega archivia non solo la concertazione ma punta a stravolgere l’intero diritto del lavoro. Ancora una volta si copre il tutto con le teorie sulla modernità e con l’Europa, per poi muoversi in tutt’altra direzione.

L’Europa suggerisce la pratica della sussidiarietà e qui la sussidiarietà, da somma di politiche che integrano funzioni primarie dello Stato, diventa pratica sostitutiva delle stesse, come nel caso del collocamento, violando così le direttive comunitarie. L’Europa raccomanda di rafforzare il partenariato e qui si limita sistematicamente la funzione negoziale delle parti come nel caso del lavoro a termine o del part-time.

L’Europa chiede il rispetto del non regresso nel recepimento delle sue direttive e nella pratica nazionale, oltre che nella delega, si riduce la tutela legislativa per il lavoratore con un contratto a termine, con un part-time o un contratto interinale.

L’Unione indica il contratto a tempo indeterminato come perno centrale dei rapporti di lavoro e il libro bianco che dà origine alla delega ne teorizza la sua marginalità introducendo addirittura il contratto individuale, chiamato pudicamente contratto di progetto.

Infine, per chiudere il cerchio, si ripete l’attacco all’art.18 dello Statuto dei lavoratori. Del suo valore concreto, della sua funzione di deterrenza, anche del suo valore simbolico abbiamo più volte detto. Per noi rappresenta un diritto di civiltà, come per i legislatori che promossero la giusta causa nei licenziamenti individuali nell’ormai lontano 1967.

L’attacco è consumato con le infondate argomentazioni di sempre ed ancora una volta in contrasto con l’Europa che nella Carta dei diritti di Nizza introduce con l’art.30 il principio della giusta causa.

Di altra natura era ed è l’insieme di argomenti che in materia di lavoro andrebbe prioritariamente affrontato dopo le conclusioni dell’ormai passato, ma non per questo meno rilevante, vertice di Lisbona dell’Unione che propose a tutti i paesi membri l’obiettivo dello sviluppo dell’economia della conoscenza.

Bisogna orientare l’uso delle nuove tecnologie e dei nuovi linguaggi e la crescente importanza della conoscenza nei processi produttivi verso obiettivi positivi, di superamento delle diseguaglianze, di abbattimento degli arbitrii.

Lo stesso uso taylorista delle tecnologie va contrastato perché frammenta il lavoro e limita un adeguato sviluppo economico. Mentre da un corretto utilizzo e da un uniforme accesso a linguaggi e tecnologie può venire un importantissimo contributo a sviluppare la qualità del lavoro, a ridurne la gravosità e la ripetitività, ad assicurarne la sicurezza fin dalla fase primaria della sua progettazione, contribuendo a risolvere una delle piaghe più dolorose ed incivili della nostra società.

L’economia del sapere, a partire dalle sue integrazioni nella rete deve saper valorizzare le risorse umane ed accrescere la qualità delle prestazioni, per questo deve essere sostenuta da un percorso di apprendimento continuo fatto di luoghi, risorse e politiche formative in grado di assicurare l’esercizio di un nuovo fondamentale diritto nel lavoro.

Di queste necessarie nuove opportunità nel mercato del lavoro vorremmo discutere, oppure della promozione di politiche di mainstreaming e di pari opportunità e non del superamento della legge che vieta l’intermediazione di manodopera o della reintroduzione di forme inedite di caporalato, a proposito di modernità.

La commissione degli Affari Sociali dell’Unione chiede alle parti sociali e ai Governi di predisporre norme per prevedere e gestire gli effetti sociali della ristrutturazioni in Europa, per sostenere lo sviluppo e la riorganizzazione senza contraccolpi sulla coesione sociale. Il nostro interesse al tema è altissimo e l’esigenza di affrontarlo molto forte. La commissione indica i suoi criteri e stimola il confronto sulla formazione permanente, chiede di individuare alternative esplicite ai licenziamenti collettivi per ragioni economiche che prevedano gradualità nei processi, riorganizzazioni consensuali basate sulla solidarietà e su una diversa organizzazione degli orari.

Il tutto per costruire regole uniformi in Europa per gestire delle ristrutturazioni socialmente intelligenti. Il Governo italiano a chi sollecita alternative ai licenziamenti collettivi risponde con la cancellazione della protezione da licenziamenti individuali discriminatori.

A questi espliciti tentativi di ridurre tutele e diritti abbiamo risposto con fermezza, con l’iniziativa politica e la lotta. Indicando con nettezza le nostre ipotesi alternative laddove i temi avevano una loro oggettiva utilità, come nel caso del rafforzamento del sistema previdenziale, e prospettando la stessa netta e ferma volontà di difendere l’esistente come nel caso delle funzioni del sistema previdenziale e dei diritti fondamentali.

Difendere, ebbene sì, oppure se volete dite pure conservare, nella convinzione di agire per l’interesse comune di tante persone, non solo di quelle protette, ma anche di coloro che sanno che tutele e diritti fondamentali sono il tessuto connettivo di un paese democratico.

Lo abbiamo fatto incontrando il consenso di un numero enorme di lavoratrici e lavoratori, di pensionati che hanno partecipato ai nostri scioperi e alle nostre manifestazioni.

Le nostre intenzioni sono semplici e lineari, ottenere i risultati che ci siamo prefissi, insieme alle altre due confederazioni, attraverso lo stralcio delle norme sull’art.18 e l’arbitrato ed una radicale modifica dei provvedimenti previdenziali.

Nel mentre continueremo a cercare di convincere i nostri amici e compagni della CISL e della UIL del pericolo rappresentato dall’impianto della delega sul mercato del lavoro e della gravità di molti dei provvedimenti che la stessa contiene. Senza svilire la parte di comune valutazione dei provvedimenti.

Le ragioni che ci muovono sono sindacali, attengono alla funzione di rappresentanza che svolgiamo, la bussola dei nostri comportamenti è sempre il merito, nei rapporti interni alla nostra confederazione, in quelli unitari, a maggior ragione ancora in quelle con le nostre controparti.

Lo abbiamo riconfermato firmando qualche ora fa un’intesa per assicurare il rinnovo del contratto di lavoro di quasi quattro milioni di dipendenti pubblici, siamo convinti che si tratta di un buon accordo per più ragioni: sono confermati i livelli contrattuali attuali e la loro funzione, sono garantite le risorse per difendere le retribuzioni dall’inflazione e per distribuire una parte della produttività realizzata, sono riconsegnate alla contrattazione tra le parti le normative sulle quali era improvvidamente intervenuto il legislatore.

Siamo contenti del merito e certo anche di aver costretto il Governo a cambiare radicalmente posizione, a rivedere recenti provvedimenti di legge, per assicurare quell’intesa. Lo abbiamo costretto con l’iniziativa e con la lotta, l’una e l’altra alla fine hanno pagato, ed oggi le lavoratrici e i lavoratori pubblici hanno le condizioni disponibili per il loro contratto, ma da quella soluzione esce rafforzata la nostra idea di estensione della contrattazione e vengono oggettivamente indeboliti i tentativi di destrutturare il sistema contrattuale più volte affacciati da Confindustria e da ultimo tentati, con atti formali, dalle associazioni artigiane.

Dapprima le assemblee, poi le manifestazioni in tutte le città hanno registrato grandissima partecipazione, in coerenza con l’adesione agli scioperi. Giovani, ragazze e ragazzi, impiegati, tutti a dare novità alla partecipazione determinati, consapevoli. A loro dobbiamo dei risultati, per questo credo sia indispensabile proseguire nell’iniziativa, per creare ulteriore consenso alle nostre richieste e continuare nella lotta per realizzare le condizioni necessarie per raggiungere i nostri obiettivi.

Siamo chiamati a definire insieme a CISL e UIL un nuovo programma di mobilitazione, mettendo in campo e collegando tutta la capacità di movimento e di lotta del sindacato confederale. Sono convinto che in questo quadro articolato di iniziative debba trovare collocazione anche lo sciopero generale.

In condizioni di normalità questi temi non dovrebbero essere oggetto di dibattito congressuale ma semplicemente far parte di una impegnativa discussione dell’organismo direttivo della nostra Confederazione. Ma quella che fronteggiamo non è una condizione normale, di fisiologico rapporto tra rappresentanti di interesse diversi che possono confliggere.

L’anomalia principale è individuabile nei rapporti tra industrie private e Governo, mai così stretti e dipendenti, tali da produrre una congiunta azione sinergica per alterare il quadro di regole e procedure che in questi anni hanno garantito stabilità e risanamento.

Con la tacita condivisione di Confindustria anche di atti negativi o controproducenti per i suoi interessi diretti come rivela il caso macroscopico dell’immigrazione, di un processo di mobilità che ormai caratterizza i processi economici, sociali e culturali di gran parte del mondo.

In un paese, come il nostro, sviluppato economicamente ma caratterizzato da bassi tassi di natalità degli anni passati, la domanda di occupazione che nasce nel sistema delle imprese è crescente e le quantità di permessi previsti per gli immigrati dai flussi regolati dalla legge sono insufficienti a soddisfarla.

Invece di porsi seriamente il problema dell’ingresso controllato e dell’accoglienza di un numero crescente di cittadini immigrati, di costruire le condizioni culturali per una società multietnica sicura per tutti si rinfocolano tensioni xenofobe, si sostituisce la politica di cooperazione verso i paesi poveri più vicini con la funzione repressiva della Marina militare, si dà vita ad una legge che nega diritti elementari come la Bossi-Fini, nel silenzio di quegli imprenditori le cui attività non avranno futuro senza il contributo di quei potenziali lavoratori.

C’è un ricorrere costante, purtroppo eccessivo ma non casuale della parola "diritti" in quel che vi sto dicendo.

Un’organizzazione confederale come la CGIL ha nei suoi valori e nella sua storica pratica contrattuale il tema dei diritti. Non avremmo in oltre un secolo promosso l’emancipazione di milioni di persone, non saremmo stati percepiti come attori di giustizia se non avessimo costantemente intrecciato gli atti negoziali per migliorare condizioni di vita e lavoro con quelli per conquistare diritti individuali e collettivi.

Ed oggi nell’estendersi dei processi di globalizzazione, nelle grandi trasformazioni prodotte dalle tecnologie, nella ricerca spasmodica di conquistare spazi di mercato tra economie ed imprese, tutto ritorna in discussione, anche ciò che garantisce coesione sociale, civiltà e rispetto della dignità delle donne e degli uomini.

Ecco perché ci schieriamo senza esitazione nella ricerca delle regole e dei vincoli alla interdipendenza della economia, nella costruzione dell’Europa, nel riconoscimento dei nuovi lavori e per la scrittura di diritti universali. Perché ciò che unisce, l’universalità, è parte della nostra cultura, mentre ciò che divide ci è estraneo. Per questo osteggiamo l’idea, che pure ha fatto danni anche nella sinistra, che per dare diritti a chi non ne ha, ai nuovi lavori, sia necessario diminuire quelli degli altri.

Vogliamo affermare l’idea che lo Statuto dei lavoratori si debba estendere e modulare verso i nuovi lavori, rispondendo alle loro caratteristiche specifiche ed ai loro particolari contenuti.

Non casualmente la propaganda della nuova destra politica trasforma i diritti in privilegi e cerca di ridimensionarli o cancellarli in nome di una mistificante idea di libertà. Senza leggi che garantiscono tutele e diritti, senza l’efficacia dei liberi atti negoziali dei soggetti di rappresentanza collettivi, in ultima istanza, senza rappresentanza collettiva non esisterebbe libertà ma più semplicemente un’iniqua società carica di conflitti e diseguaglianze. E come la storia ha dimostrato le società prive di corpi intermedi alla lunga adottano modelli plebiscitari, forme autoritarie di governo e gestione.

Siamo dunque impegnati a difendere una condizione vitale per la nostra identità, quella dell’esistenza di diritti per le persone e per i cittadini, come allo stesso modo dobbiamo rafforzare quella parte della nostra identità legata all’esercizio della solidarietà.

Alcuni osservatori si sono sorpresi dell’unità di giudizio ed intenti con la quale le tre confederazioni stanno affrontando le vicende recenti, e i rapporti con il Governo.

In questa sorpresa c’è forse una limitata conoscenza della nostra storia, della cultura confederale, sia quella massimalista che riformista. I nostri rapporti sono sempre caratterizzati da una forte dialettica; in tempi recenti si sono anche prodotte dolorose rotture a Milano e tra i metalmeccanici, ma ciò non impedisce la convergenza di giudizio e di azione quando vengono aggredite le fondamenta della nostra rappresentanza, appunto i diritti e la solidarietà.

So benissimo che non è sufficiente questo cemento, il valore dell’unità va legato ad un progetto e a delle regole condivise per l’esercizio democratico della nostra funzione. La CGIL e le sue strutture non hanno promosso atti di rottura e quando abbiamo reagito a quelle che abbiamo percepito come scelte ostili e traumatiche, lo abbiamo fatto con lo spirito di una grande organizzazione che non si condanna mai all’immobilismo, ma nella sua stessa reazione cerca le ragioni di una unità futura.

Ripartiamo dai valori comuni, dai tratti di comune identità. Torniamo a discutere insieme del nostro possibile progetto unitario, senza remore o reticenze, cerchiamo insieme anche le regole necessarie ad esercitare efficacemente la contrattazione.

Cari amici e compagni della CISL e della UIL, sapete della nostra convinzione della necessità di una legge sulla rappresentanza, era un tempo convinzione comune che consegnammo come atto programmatico al legislatore con l’accordo del 1993. Prendiamo a riferimento le regole che insieme utilizziamo con vantaggio nei settori pubblici, adattiamole, integriamole con procedure per l’esercizio contrattuale, facciamole diventare materia da offrire noi al legislatore.

Sono convinto dell’utilità di questo sforzo comune, oggi più che mai, per dare consistenza alla nostra comune autonomia e forza al nostro agire.

Care compagne e cari compagni, nella nostra cultura il lavoro resta uno dei fondamenti principali dell’identità delle persone e della cittadinanza, per questo abbiamo avvertito e segnalato preoccupazioni per il venir meno della necessaria attenzione nelle forze politiche al valore sociale del lavoro.

Ci hanno preoccupato la distrazione delle forze riformiste come di quelle radicali, perché siamo convinti che una società che ignora il lavoro si condanna a perdere peso; ma siamo ancor più preoccupati di una sinistra, con la quale pur condividiamo tanti valori, che non guarda sempre alle donne e agli uomini che lavorano come ad una sua radice profonda.

Noi pensiamo di rappresentare una parte importante della società italiana, siamo gelosi della nostra autonomia e del carattere della nostra rappresentanza.

Non abbiamo mai creduto di poter essere autosufficienti, sappiamo di aver bisogno di una rappresentanza politica forte per poter esercitare al meglio le nostre funzioni. Per questo non cesseremo mai di chiedere alla politica, ed in particolare alla sinistra, attenzione e rispetto.

Care compagne e cari compagni,

ci aspetta un compito importante, come quello di portare a sintesi un dibattito impegnativo, di concludere il nostro metaforico viaggio. Mettete nella discussine di questi giorni la stessa passione che ho visto in tanti congressi, è indispensabile per definire le nostre scelte, per radicare la nostra presenza nel lavoro tradizionale ed estenderla in quello nuovo.

Cerchiamo insieme la via migliore per dare visibilità al nostro progetto, efficacia alla nostra azione.

Uno dei poeti più significativi ed originali del Novecento, Giorgio Caproni, pescando nel suo umore grottesco, scriveva:

M’ero sperso. Annaspavo.

Cercavo uno sfogo.

Chiesi a uno. "Non sono",

mi rispose, "del luogo".

Nessuno di noi seguirebbe l’inclinazione sarcastica del poeta, nessuno si dichiarerebbe straniero verso l’altro che cerca guida. Siamo qui perché ci muove una passione, siamo qui per rappresentare anche l’altro che si è sperso. Questa è la ragione primaria della nostra identità. Difendiamola.

Buon congresso a voi tutti!

.