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Graditi ospiti, care compagne e
cari compagni,
siamo alla conclusione di un
lungo percorso congressuale. Abbiamo dato vita, ancora una volta,
ad un difficile ma straordinario esercizio democratico
coinvolgendo milioni di lavoratrici e di lavoratori, di pensionati
e di pensionate nella definizione di una proposta volta a fissare
il nostro profilo sindacale e a scegliere le politiche
rivendicative più efficaci per stimolare lo sviluppo di una
società più giusta, più coesa e più solidale.
Molti, anche tra di noi, sono
indotti a ritenere eccessivi i nostri riti, ridondanti od
enfatiche le nostre regole. Non condivido queste opinioni anche se
non mi sfuggono i limiti di una discussione che dura a lungo nel
tempo e che perciò deve fare i conti con mutamenti repentini, a
volte drammatici, del quadro istituzionale, politico, economico o
sociale, come è accaduto negli scorsi mesi.
La necessità di interpretare
nuovi accadimenti, di correggere o integrare le proprie analisi
produce qualche piccola alterazione nel rapporto congressuale con
gli iscritti e con i propri quadri. Ma nulla toglie allo
straordinario valore del coinvolgimento e della partecipazione dei
singoli alla costruzione del ruolo e del destino della
"propria organizzazione".
Tutto ciò mi appare oggi ancor
più importante, in una società impregnata di sottoculture che
producono semplificazioni pericolose nella rappresentanza, che
sviliscono la partecipazione dei cittadini alla vita delle
istituzioni e dei partiti.
La forza di un’organizzazione
sindacale è data dall’efficacia e dalla credibilità delle sue
scelte, dal consenso che queste producono, ma anche dai valori ai
quali si riferisce. Da quei valori condivisi che ne fissano
coerentemente la collocazione sociale, che ne ispirano la
democrazia, che assicurano lealtà e solidarietà tra le donne e
gli uomini che ne fanno parte. Quello che insieme stiamo
completando è un percorso democratico che ci ha consentito di
rendere visibile anche questo tessuto connettivo della nostra
organizzazione, con i suoi simboli e la sua storia.
Il nostro viaggio è iniziato
confrontando due documenti distinti, secondo una prassi
democratica, consolidata nel passato recente, che ci ha sempre
consentito di discutere con franchezza senza rinunciare mai alla
pratica della gestione comune dell’organizzazione.
Lungo la strada ha preso
progressivamente corpo la volontà di ricercare le condizioni,
nell’analisi e nella proposta, per superare le differenze
iniziali. Questo sforzo ha consentito di ottenere risultati
positivi nella conclusione di molti congressi regionali e di
categoria.
Ora tocca a noi lavorare
affinché anche questo congresso si misuri serenamente ma con
determinazione per arrivare allo stesso risultato.
L’arco di tempo intercorso
tra la conclusione del XIII Congresso ed oggi è stato densissimo
di avvenimenti che hanno spinto la CGIL e le altre confederazioni
a misurarsi con grandi novità, a sperimentare sul campo rapporti
inediti, come quelli con governi nazionali nati da un processo
tendenzialmente bipolare nella rappresentanza politica, o con
governi regionali chiamati ad esercitare funzioni crescenti per
effetto del trasferimento di sovranità definito dalla nuova legge
federale.
Tutto ciò accadeva mentre il
nostro Paese, completando il processo di risanamento avviato all’inizio
del decennio e rispettando i vincoli del trattato di Maastricht,
entrava a pieno titolo nell’Europa comunitaria che di lì a
pochi mesi avrebbe varato la sua moneta.
Il nostro rapporto con i
governi di centro-sinistra della passata legislatura è stato
complesso, a volte faticoso, ma certamente non privo di risultati.
Il primo governo dell’Ulivo
ha in più di una circostanza ricercato e realizzato il difficile
equilibrio della sua maggioranza intervenendo del tutto
legittimamente, su temi sociali ma con soluzioni che limitavano l’efficace
esercizio contrattuale delle parti sociali. Tuttavia, queste
dinamiche apparse, almeno nella volontà di una parte della
maggioranza, come atti ostili verso la CGIL, non hanno impedito
che si concludessero intese tripartite per modernizzare il mercato
del lavoro e un accordo bilaterale con il Governo, diventato poi
soluzione legislativa, per rafforzare e mettere in definitiva
sicurezza il sistema previdenziale uscito dalla riforma del 1995.
Non meno importante è stata l’intesa
raggiunta alla vigilia di Natale del 1998 che riconfermava l’impianto
contrattuale fondato su due livelli distinti per funzioni,
introduceva l’impianto per la formazione continua, promuoveva
politiche per le pari opportunità e rendeva disponibili politiche
fiscali e di sostegno per l’ammodernamento del sistema
produttivo, a partire dalla programmazione negoziata per il
Mezzogiorno.
Prima che il nuovo corso di
Confindustria non rinunciasse alla sfida della competizione alta
per giustificare i suoi ritardi, anche culturali, nell’innovazione
di prodotto e di processo. Ho definito faticoso l’insieme di
quelle relazioni pur produttive, per il clima paradossale che
spesso hanno creato.
Gli oggetti impliciti di quelle
difficoltà sono stati alternativamente: l’esercizio delle
nostre funzioni primarie e la nostra autonomia. La sinistra
radicale ci sollecitava ad atti di rottura anche degli equilibri
da lei stessa faticosamente raggiunti, la sinistra e il centro
riformisti si sorprendevano, irritati, di alcuni nostri dinieghi a
politiche non condivise, come se il riferirsi a comuni valori
dovesse determinare da parte nostra un’impropria delega di
rappresentanza o la rinuncia all’autonomia di elaborazione e di
proposta.
D’altro lato la destra ci
criticava per un presunto ed inesistente sostegno al Governo,
desunto dalla mancanza di conflitto, rimuovendo ovviamente il
fatto che alle nostre richieste giungevano risposte positive,
peraltro condivise, come nel 1998, dalle imprese, dalle
rappresentanze degli enti locali e dalle associazioni del terzo
settore.
Dunque per quanto inedita
questa esperienza recente ha rafforzato la nostra organizzazione.
Lo confermano banalmente la crescita associativa di questi anni,
ma ancor di più il peso sociale che continuiamo ad avere oggi, in
un quadro politico completamente mutato.
Sono convinto che la verità
stava esattamente nel mezzo, tra l’irritazione o la sorpresa
della sinistra e la critica pregiudiziale della destra. La
conferma della nostra autonomia in questi anni è stata
importante, perché ci ha consentito di ottenere risultati utili
con il consenso di milioni di persone che hanno validato i nostri
atti contrattuali, sia quando questi hanno reso più articolato e
flessibile il mercato del lavoro, sia quando hanno promosso la
riforma del sistema previdenziale.
Nel mentre si completava il
processo di risanamento dell’economia italiana, consentendo l’ingresso
del nostro Paese nel sistema dell’Euro. Quell’obiettivo veniva
centrato con il contributo di molti. Il nostro, quello dei
sindacati confederali, non è stato certo tra i meno rilevanti,
non abbiamo mai avuto dubbi o incertezze, a differenza dei molti
imprenditori che cullavano l’idea di poter continuare a contare
sulla svalutazione come molla della loro competitività e dei loro
profitti, o come il responsabile della Banca centrale forse
preoccupato, chissà, del venir meno di una parte delle funzioni
dell’istituto.
L’alternativa per noi era:
tra il rimandare nel tempo il soddisfacimento di bisogni
importanti di una parte dei nostri rappresentati per entrare in un
consesso più ampio dello Stato nazionale con un’economia
risanata e l’inseguire il miraggio di risultati a breve in un’economia
malata, marginale in Europa e dunque debolissima nel mercato
globale.
Socialmente ed eticamente la
scelta responsabile era la prima, scelta che comportava sacrifici,
scelta che ci avrebbe portato come è stato ad affrontare nuovi
problemi e contraddizioni ma con la possibilità concreta di
partecipare all’effettiva costruzione di quell’Europa sociale,
politica ed istituzionale che la CGIL, con le altre confederazioni
italiane, hanno sempre rivendicato.
La costruzione del primo nucleo
dell’Europa comunitaria di questi anni passati è stata una
piccola parte di straordinari e profondi mutamenti che hanno
interessato l’intero mondo.
L’innovazione tecnologica e i
suoi linguaggi hanno trasformato la percezione del tempo e dello
spazio, mutato le condizioni di vita e di lavoro, cambiato i
valori, inciso sulle speranze e le paure di milioni di persone. L’interdipendenza
delle economie si è fatta più stringente, rende possibile,
attraverso l’utilizzo delle nuove tecnologie, l’organizzazione
globale della produzione di merci e servizi, la loro
programmazione in tempo reale, stimola e sollecita l’uso della
comunicazione e dell’informazione nei processi produttivi di
beni e servizi.
Rende il sapere una delle
fondamentali risorse di ogni economia, lo trasforma nella
condizione materiale che insieme al processo di poche ma decisive
materie prime definisce la differenza di sviluppo tra i singoli
territori e le grandi aree economiche del mondo. Così, l’accesso
al sapere, come la quantità e la qualità della sua offerta,
segnano il tasso di civiltà dei paesi, e diventano oggettivamente
uno dei problemi fondamentali delle democrazie del terzo
millennio.
Questo processo è stato
accompagnato, assecondato dalle teorie economiche liberiste, dalla
pratica della deregulation, dal superamento di ogni vincolo e
dalla finanziarizzazione esasperata dell’economia.
Il mercato assunto come unico
riferimento, i suoi effetti spontanei, i modelli di omologazione
che impone, sono l’origine dello stravolgimento e della
sofferenza di tradizioni e culture secolari. La globalizzazione
del solo mercato inevitabilmente accentua le diseguaglianze tra
paesi e nei paesi, a loro volta le diseguaglianze rilanciano
nazionalismi e fondamentalismi, ripropongono pulsioni xenofobe,
riaffacciano politiche protezioniste ed autarchiche destinate a
produrre rotture e conflitti.
Questo quadro d’insieme è
all’origine dell’instabilità di tante aree del mondo e dà
corpo a paure, a incertezze sul futuro, in particolare nelle
giovani generazioni. Ma per combattere il liberismo come cultura
dominante, come variante economica del pensiero unico è
indispensabile una funzione alta della politica, che parta dalla
riforma degli organismi sovranazionali di rappresentanza, sia
quelli politici, che quelli economici e sociali.
La loro nuova funzione deve
essere legittimata da processi democratici e trasparenti di
cessione di quote di sovranità da parte dei livelli istituzionali
o di rappresentanza che li animano, chiamati a loro volta a
ridefinire se stessi e la propria legittimazione democratica in
questo processo. Compiti difficilissimi, certo, ma indispensabili
per costruire nuovi e più avanzati equilibri tra le aree e nelle
aree del mondo.
Troppe volte, anche nei tempi
recenti, ha pesato il limite o l'afasia delle organizzazioni
sovranazionali. Alle Nazioni Unite devono essere garantiti
strumenti e capacità decisionali, di monitoraggio nelle aree di
crisi e di prevenzione dei conflitti, possibili solo con la
creazione di una struttura davvero indipendente sia dalla logica
dei veti, che dalla pesante influenza delle superpotenze.
Il WTO, nella sua veste di
regolatore dei rapporti commerciali, si è dimostrato incapace di
integrarli con adeguate clausole sociali che assicurino il
rispetto dei diritti e delle protezioni fondamentali per milioni
di persone, producendo colossali contraddizioni tra i paesi
sviluppati e quelli poveri, condannati a sempre maggiori
diseguaglianze. Grandi sono le responsabilità del FMI nelle crisi
economico-finanziarie che si sono succedute nel mondo nel corso
degli ultimi anni, come nel caso dell'Argentina, che smentisce una
volta di più la validità delle ricette ultraliberiste fino ad
oggi imposte dagli organismi finanziari internazionali.
Soggetti sovrani, sottratti ai
condizionamenti delle economie forti, regole condivise ed efficaci
per il mercato e i commerci, come il controllo e la tassazione dei
flussi finanziari, l’azzeramento del debito dei paesi più
poveri, sono le condizioni indispensabili per assicurare uno
sviluppo che abbia in sé, anche il concetto di limite, di uso
razionale delle risorse e di salvaguardia dell'ambiente. Ma tutto
questo non sarebbe sufficiente senza l'estensione dei diritti
universali dei lavoratori e dei cittadini, senza la realizzazione
di soglie uniformi di protezione sociale in grado di assicurare
coesione e consistenza alla cittadinanza e quindi un nuovo e
diverso modello di sviluppo, di crescita e di giustizia per tutti.
Solo visibili progressi in
ognuno di questi ambiti possono allontanare la discussione sulla
globalizzazione dalla tenaglia dei fondamentalismi ideologici e
dare risposte positive al magmatico movimento che ha preso corpo a
Seattle ed è via via cresciuto a Genova ed in questi giorni a
Porto Alegre.
Con questo movimento noi
vogliamo e dobbiamo confrontarci, a partire dalle tante
differenze, ma anche sulla base delle tante convergenze di merito,
ponendo una sola ma determinata condizione, che la nostra storia e
la nostra cultura ci impongono, quella del rifiuto della violenza,
teorizzata, praticata o anche solo tollerata.
L'affermazione dei diritti
universali, della libertà di scelta, della realizzazione del
proprio futuro, della consapevolezza del proprio essere, può
avvenire per le donne e per gli uomini solo in un mondo che
cresce, regolato, superando differenze e squilibri.
Sono esigenze di tutti,
avvertite spesso con angoscia dai più giovani. Spetta a noi
impedire che questa angoscia sfoci nel rifiuto della politica, nel
ripiegamento individualista o ancor peggio, nell'illusione della
violenza liberatrice.
Il confronto dialettico è la
strada da percorrere con loro, nel rispetto e nel riconoscimento
reciproco di funzioni distinte, diverse, nella ricerca comune di
risposte positive, mettendo noi a disposizione la cultura
universalista ed internazionalista che viene dalla nostra storia
ormai centenaria.
Il permanere di profondi
squilibri, di grandi sacche di povertà, alimenta i
fondamentalismi che a loro volta diventano terreno fertile per il
terrorismo. Quel terrorismo internazionale che è tornato a
colpire con devastante follia l’undici settembre dell’anno
passato, in un giorno che resterà nella memoria di intere
generazioni, uccidendo migliaia di persone inermi con strumenti
della vita moderna, come gli aerei civili trasformati in ordigni
distruttivi da uomini che disprezzano la vita.
Il terrorismo non ha nessuna
giustificazione, mai. Ma la comunità internazionale non può
ignorare che il fondamentalismo o la povertà che priva le persone
della loro dignità forniscono brodo di coltura ai suoi progetti
deliranti.
La politica è dunque chiamata
a risolvere diseguaglianze, a prosciugare sacche d’odio, a
prevenire conflitti sociali con interventi lungimiranti, a
costruire quella cultura dei diritti che è parte decisiva della
convivenza pacifica tra i popoli. In tempi recenti, infatti, la
mancanza di una positiva volontà da parte della comunità
internazionale, il prevalere di interessi nazionali di alcuni
paesi europei, l'assenza di una politica estera dell’Unione
hanno lasciato che esplodesse la crisi nei Balcani fino alle sue
tragiche conseguenze.
Si è registrata anche in
quella occasione la sconfitta della politica, costretta a
ricorrere alla forza per garantire dei diritti, dunque con
inevitabili lutti e distruzioni. Anche per queste ragioni
occorreva che la comunità internazionale rispondesse al
terrorismo dopo l’undici di settembre con atti repressivi e di
contrasto mirati, efficaci e con lo scatto di un forte intervento
politico in grado di prevenire crisi future. Invece si è prodotta
un'azione di forza che ha portato alla più tradizionale delle
guerre, con effetti disastrosi sulla popolazione inerme, senza
nessuna certezza di aver colpito e limitato il terrorismo,
determinando ulteriore instabilità in aree del mondo già
martoriate da anni di guerre. Per questo abbiamo esplicitato con
nettezza la nostra contrarietà a quell’intervento. Con
altrettanta fermezza giudicheremmo come un grave e drammatico
errore la scelta di ulteriori conflitti nell’area.
E’ di nuovo il tempo della
politica. E’ necessario limitare l’intervento delle nostre
truppe a funzioni civili in Afghanistan, ma occorre
contemporaneamente rilanciare l'iniziativa diplomatica in seno all’Unione
Europea per superare il rischio di un tragico allargamento del
conflitto, per sconfiggere ogni forma di terrorismo e perché si
torni immediatamente ad un tavolo negoziale che affronti e risolva
in tempi rapidi la sempre più drammatica crisi in Medio Oriente .
La mancanza grave di un’iniziativa
internazionale consente al governo Sharon di accentuare la
pressione militare sulla popolazione palestinese e di cercare di
imporre soluzioni contrarie agli obiettivi dell’accordo di Oslo,
mirato a costruire uno stato palestinese in grado di convivere
pacificamente con quello israeliano.
La situazione è resa sempre
più drammatica dalla esasperazione del conflitto con il suo
carico di dolori e lutti, nonché dalla umiliazione e disperazione
crescente del popolo palestinese. Per questo è urgente la
costruzione delle condizioni per un negoziato di pace, con un
ruolo attivo ed autonomo dell’Europa, in grado di bilanciare la
posizione dell’amministrazione americana utilizzata fin qui dall’ala
più oltranzista del governo israeliano, da quelle forze che sono
orientate solo a destabilizzare ed a mettere fuorigioco la
funzione e il ruolo di Arafat, unico e legittimo Presidente del
popolo palestinese, costretto illegalmente ormai da troppo tempo
ad una reclusione forzata.
Serve una forza di
interposizione che favorisca le condizioni minime per il
negoziato, prima che la crisi economica in Israele e la
disperazione delle migliaia di palestinesi che vivono in povertà
e senza lavoro, in Cisgiordania, come a Gerusalemme e nella
striscia di Gaza, generi ancora terrore e violenza .
In questo quadro generale,
segnato dai primi effetti negativi sulle economie dei paesi
sviluppati generati dal trauma degli attentati terroristici e dall’angosciante
incombere del pericolo di una guerra, abbiamo iniziato la nostra
discussione congressuale. Ai temi dei documenti congressuali si
sono aggiunte dunque novità drammatiche e impreviste .
Quella che non è mutata è l’esigenza
di fondo di questo congresso: la definizione di una nostra
proposta di politiche per lo sviluppo connesse all’estensione e
al rafforzamento delle tutele e dei diritti. I nuovi e mutevoli
riferimenti esterni rendono ancora più importante lo sforzo che
stiamo compiendo e ne aumentano le difficoltà.
Siamo chiamati all’arduo
compito di promuovere novità nelle nostre politiche
rivendicative, di stimolare cambiamenti nei comportamenti e nelle
scelte dei nostri interlocutori e nel contempo a batterci
rigorosamente per conservare valori, identità e diritti
violentemente attaccati.
Non a caso indicammo fin dall’inizio
come prioritari nella nostra discussione l’individuazione dei
"luoghi" della nostra iniziativa futura e l’esatta
lettura delle intenzioni e degli effetti delle scelte annunciate
dai nostri interlocutori tradizionali: da un lato il Governo di
centro-destra, insediatosi dopo le elezioni e destinato a gestire
le politiche del paese per il tempo della legislatura e dall’altro
lato le associazioni imprenditoriali.
La scelta di definire le nostre
politiche sempre contestualmente in Italia e in Europa, tenendo
insieme il "luogo" antico dello Stato nazione e la nuova
patria sovranazionale non è rituale, ma convinta.
Abbiamo svolto un ruolo da
protagonisti nel processo che ci ha condotto stabilmente nell’Unione,
oggi abbiamo titolo per partecipare alla difficile ed impegnativa
definizione del suo futuro. L’allargamento dei confini dell’Unione
è un obiettivo prioritario da realizzare contemporaneamente alla
definizione di una vera e propria Costituzione in grado di dare
certezza democratica al potere legislativo e alle funzioni
esecutive.
Questo impegnativo compito è
oggi affidato alla Convenzione, chiamata a ridefinire regole e
ragioni fondative dell’Unione. La Costituzione deve incorporare
la Carta dei diritti approvata a Nizza nei mesi passati. L’allargamento
è indispensabile per garantire una ragionevole prospettiva al
modello sociale europeo.
Ancora una volta chi si è
opposto, tra gli imprenditori italiani in particolare, all’estensione
dei confini dell’Unione lo ha fatto non solo in contrasto con lo
spirito dei padri fondatori, ma anteponendo il proprio specifico
interesse a quello generale. Mantenere ai bordi del nucleo più
forte paesi deboli, economie instabili, significa determinare due
potenziali mercati, uno dei quali in grado di accettare
investimenti non sempre trasparenti, con l’esplosione di
tensioni e di inevitabili forme di dumping sociale.
Il dualismo delle condizioni
economiche dei territori europei spingerebbe solo alla
competizione di basso profilo, estranea e incompatibile con il
modello sociale europeo e ben lontana dalle funzioni trainanti
dell’Europa ipotizzate anni orsono da Jacques Delors.
La Costituzione di un’Europa
che si estende va consolidata dalla Carta dei Diritti, integrata
nelle sue norme e dunque resa efficace ed esigibile. Solo un
sistema uniforme di diritti in Europa potrà fissare l’identità
dei suoi cittadini e garantire la libera circolazione delle
persone e delle merci senza che ciò crei ostacoli all’attuazione
del suo modello sociale.
La Costituzione definisce
sovranità, la sovranità assicura la cittadinanza. Oggi, in una
moderna società, con le sue complessità ed articolazioni è
decisiva l’inscindibilità dei diritti della persona, del
cittadino e di quelli che nascono e si definiscono nel lavoro e
nell’economia. Esattamente come sancito nella Carta di Nizza.
L’adozione della moneta unica
era, oggettivamente, la porta d’accesso per poter costruire l’Europa.
Ora esistono le condizioni per fare il resto e per noi il resto è
l’idea-forza dell’Europa sociale, di un nuovo Stato federale
in grado di indicare anche un modello avanzato di regolazione e
governo della globalizzazione.
Se davvero vogliamo l’Europa
sociale e dei diritti, se riteniamo indispensabili, come abbiamo
più volte detto, regole legislative uniformi per il lavoro, uno
stato sociale unificante in grado di promuovere e non solo di
risarcire, meccanismi redistributivi fiscali e contrattuali equi
validi per l’intera Unione dobbiamo anche noi compiere delle
scelte impegnative.
Sosteniamo da tempo che la
Confederazione Europea dei Sindacati deve trasformarsi in un vero
e proprio sindacato confederale sovranazionale, superando l’attuale
assetto di organizzazione che raggruppa e coordina soggetti di
diversa matrice rappresentativa e di diversa legittimazione.
Cambia il diritto comunitario, si evolve rapidamente il modello
societario e necessariamente mutano le relazioni industriali in
Europa.
Si pone perciò anche a noi il
tema della cessione di una parte della nostra sovranità, della
paziente costruzione ad un livello più ampio di regole
democratiche, di esercizio della propria rappresentanza.
Scegliendo in primo luogo il modello, la matrice del proprio
essere; la nostra centenaria storia è quella di un sindacato
confederale, che rappresenta interessi diversi, in grado di
mediarli, anche attraverso l’esercizio della solidarietà. Siamo
noi tutti convinti dell’efficacia di questo modello nelle
società complesse, ma il consenso intorno alla nostra idea è in
parte ancora da costruire.
Poi, insieme agli altri
sindacati, bisognerà decidere le materie e le funzioni da
trasferire, le quote di sovranità appunto. Siamo consapevoli e
convinti dell’importanza di questa frontiera, come dimostrano
anche le nostre scelte organizzative più recenti.
Ed è per questa condivisione
dell’universalità dei diritti e dell’uniformità delle tutele
anche in Europa che, pur condividendo l’importanza della
realizzazione di un modello di federalismo solidale nel nostro
paese e pur apprezzando l’ispirazione generale della riforma
parziale del titolo V della nostra Costituzione varata nella
precedente legislatura, continuiamo a guardare con preoccupazione
e contrarietà alla scelta contenuta nella riforma di inserire tra
le materie affidate alla legislazione concorrente anche la tutela
e la sicurezza del lavoro e la previdenza complementare ed
integrativa, aprendo così un varco a pericolose differenziazioni
territoriali su temi che riguardano i diritti e le protezioni
sociali, per i quali andrebbe invece garantito un rigido vincolo
unitario per tutto il territorio nazionale, e progressivamente
uniforme per tutta l’Unione.
Il venir meno del principio
dell’uniformità delle tutele e dell’universalità dei
diritti, così come la mancanza di regole nel mercato spingono
verso un’idea di sviluppo incoerente e verso modelli di
competizione pericolosissimi.
Gli equilibri ambientali,
sempre più fragili ed esposti, non sopportano più gli effetti di
una crescita quantitativa, priva della più elementare nozione di
limite e dunque indotta a superare ogni soglia nel suo procedere.
Ma l’abbattimento delle soglie ambientali, come quelle delle
tutele e dei diritti, diviene anche parte integrante di un modello
di competizione, poco importa se d’impresa o di sistema
economico, che ha come unico riferimento quello delle dinamiche di
costo e che di conseguenza punta a comprimere tutto ciò che le
può stimolare.
Va da sé che un simile modello
aggredisce anche l’insieme degli atti collettivi, legislativi o
contrattuali, che fissano valori di riferimento o regole
redistributive. A questo modello hanno progressivamente fatto
riferimento una parte importante delle imprese italiane, in
particolare quelle industriali.
Il sopraggiungere dell’Euro
ha tolto loro i vantaggi competitivi derivanti dalla flessibilità
dei cambi e dalla svalutazione, chi tra loro non aveva per tempo
investito in innovazione ed incrementato la qualità dei suoi
prodotti si è trovato a competere in mercati sempre più
selettivi con vincoli inediti per la sua attività.
A queste novità molte imprese,
non tutte per fortuna, hanno reagito senza voglia, anche
culturale, di accettare la sfida della qualità ma riproponendo
soluzioni antiche, rivestite di una superficiale patina di
modernità e trasformate in un vero e proprio manifesto ideologico
come quello presentato con clamore un anno fa a Parma da
Confindustria.
Dietro l’accurata e levigata
forma mediatica, la sostanza è desolatamente antica e semplice:
maggiori trasferimenti automatici, senza selezione o vincoli
qualitativi, di risorse dallo Stato alle imprese e abbattimento di
protezioni, diritti e vantaggi contrattuali per i lavoratori. Il
tutto condito con l’assurda tesi della maggior libertà per le
persone che sarebbe prodotta dal venir meno delle regole dalle
quali sono protette.
Molti di noi non hanno scordato
lo stucchevole balletto di Parma tra il presidente di
Confindustria e il candidato premier del centro-destra su chi
aveva copiato il suo programma dall’altro. Si esplicitava in
quella circostanza il collateralismo tra Confindustria e lo
schieramento di centro-destra che avrebbe successivamente vinto le
elezioni, rapporto inedito almeno nella vistosa forma che ha
assunto in quell’occasione e che ha poi mantenuto
successivamente.
L’economia italiana era
tornata a crescere, con tassi significativi nel secondo semestre
del 1999 e per l’intero 2000, in sintonia con l’andamento
delle maggiori economie europee ed in ragione della spinta
derivante dal processo di risanamento ormai in larga misura
completato.
La congiuntura internazionale e
l’ordine ritrovato nei fondamentali della nostra economia
avevano prodotto novità significative, visibili, come il ritorno
a tassi di crescita in linea con quelli degli altri paesi europei,
il recuperato e positivo dinamismo tra importazioni ed
esportazioni, novità trasformatesi anche in ripresa in molte
realtà del Mezzogiorno con il consolidamento di alcune aree
industriali e l’aumento di insediamenti industriali, anche
legati alle nuove attività dell’economia di rete e dei servizi.
La crescita del fatturato complessivo e della produzione
industriale avevano spinto un’apprezzabile crescita dell’occupazione,
prolungatasi anche per una parte del 2001.
Tra gli elementi di novità si
erano registrati primi incrementi occupazionali nel Mezzogiorno,
una maggior presenza di occupazione femminile e, tra la sorpresa
di molti, ma non la nostra, una prevalenza di rapporti di lavoro a
tempo indeterminato su quelli definiti atipici o flessibili.
Alle ragioni generali, di
contesto, si erano aggiunte quelle più specifiche date dalla
riduzione della pressione fiscale sulle imprese, dal vantaggio
derivante dalla ridotta tassazione sugli utili reinvestiti, del
buon funzionamento degli strumenti della programmazione negoziata.
Anche il costo del lavoro in
termini reali era sceso, in controtendenza con quanto capitava nei
maggiori paesi europei. Insomma si era trattato di un’ulteriore
riprova della riacquistata dinamicità del sistema e della
conferma implicita che le difficoltà competitive della nostra
struttura produttiva di beni e servizi non dipendevano da una
struttura di costi squilibrata.
Un esame rigoroso della
situazione portava a convenire che l’ultimo e residuo problema
di dinamiche di costo del lavoro in termini nominali, non dunque
di valore, era dato dalla variazione dei prezzi prodotta dalla
scarsa concorrenzialità ancora presente in molti comparti
nevralgici della nostra economia sia nei servizi, che nella
distribuzione e nelle reti. E appare evidente che l’ultima
anomalia negativa rispetto all’Europa riguardava e riguarda
anche oggi la consistenza del cuneo fiscale e contributivo che
penalizza in primo luogo i bassi salari.
La difficoltà competitiva
delle imprese italiane, non risolvibile dal solo riordino dei
parametri fondamentali e dalla crescita innescatasi, è
determinata dunque essenzialmente dai ritardi nell’innovazione,
dallo scarso ricambio della gamma di prodotti e della loro spesso
insufficiente qualità.
Il nostro rimane un sistema
produttivo statico, con un peso preponderante dei settori
tradizionali su quelli innovativi; questo limite viene oggi
enfatizzato dalla rapidità di diffusione delle innovazioni,
prodotta dalle tecnologie informatiche, dai paesi sviluppati verso
quelli più deboli, che entrano così in diretta concorrenza con i
nostri distretti industriali, già peraltro più versati ad
adattare e imitare innovazioni prodotte altrove che a promuoverne
di nuove.
Il cambiamento del modello di
specializzazione va realizzato da un lato attraverso la
valorizzazione delle singole filiere produttive, a partire da
quelle che caratterizzano il sistema di piccole e medie imprese,
dall’altro creando "l’ambiente" economico più
efficace ad attrarre investimenti e rendendo disponibili quote
crescenti di risorse immateriali. Gli investimenti pubblici in
innovazione, ricerca e valorizzazione delle risorse umane sono
indispensabili, ma lo sono ancor di più quelli privati ancorché
incentivati.
Infatti, la vera difformità
nel quadro di interventi per l’innovazione degli ultimi dieci
anni è il drammatico divario tra gli investimenti privati
italiani con quelli fatti nei paesi europei e in quelli
maggiormente sviluppati.
Andamento negativo che fa
giustizia di molte analisi sommarie in materia e offre qualche
elemento di valutazione sulla redistribuzione della ricchezza
degli anni ’90 attraverso i dati del suo impiego e del suo
limitato reinvestimento. Analogo effetto depressivo sulla
competizione delle imprese ha ovviamente la staticità e la
limitatezza del mercato finanziario.
Ognuno può valutare quale
effetto abbia prodotto la mancanza di investitori istituzionali
sull’andamento economico degli anni del risanamento e sui
processi di privatizzazione e liberalizzazione. Questi ultimi poi
resi spesso lenti e contraddittori dal permanere di barriere
normative e burocratiche che hanno limitato la concorrenza,
ingessato le professioni, sclerotizzato il sistema bancario e
quello assicurativo, troppo spesso difesi da politiche di puro
protezionismo.
La mancanza di questi elementi
dinamici, di riforma, ha inevitabilmente collocato sotto altra
luce gli stessi processi di flessibilizzazione regolata del
mercato del lavoro o di riforma ed estensione delle protezioni
sociali, accentuando la percezione dei loro aspetti di incertezza
ed attenuandone il carattere di promozione.
Ora la crescita economica è
vistosamente rallentata per effetto della crisi prodotta dai
tragici avvenimenti dell’undici settembre e i problemi di
competitività delle imprese, ancora irrisolti, tendono ad
accentuarsi.
Le dinamiche di questo quadro
spingono verso un rapporto sempre più stretto tra il nuovo
esecutivo di centro-destra ed una parte delle imprese italiane,
segnatamente quelle rappresentate da Confindustria. Lo
schieramento politico che governa il paese ha immediatamente
tradotto le suggestioni propagandistiche del suo programma
elettorale in atti concreti, dando sostanza in politica e in
economia a quella miscela inedita ma inquietante di liberismo
imitativo e di populismo.
La scelte sono state chiare fin
da primi atti. In politica estera il rapporto con gli Stati Uniti
è stato enfatizzato al punto di alludere ad un nuovo atlantismo
in contrasto ed alternativa all’Europa.
Così si possono interpretare,
senza forzature, il sostegno all’ipotesi di scudo spaziale, l’iniziale
condivisione della messa in mora dell’accordo di Kyoto sull’ambiente,
la posizione tenuta sul progetto dell’Airbus. Ovviamente gli
atti di ostilità verso l’Unione ed i distinguo sono continuati,
dalla giustizia, ai provvedimenti ipotizzati o realizzati sul
mercato del lavoro, fino al tema dei diritti.
Come non vedere poi che la
pessima e assurda legge Bossi-Fini sull’immigrazione, oppure la
cancellazione della norma sul reintegro nel caso di licenziamento
ingiustificato sono in contrasto lesive e in contrasto con la
Carta dei diritti di Nizza?
La pratica imitativa che sta
alla base del rapporto con gli Stati Uniti produce addirittura la
traduzione del capitalismo compassionevole, caro al presidente
Bush, in una più domestica ipotesi di nuova filantropia che
sorregge, o vorrebbe sorreggere, ideologicamente le loro ipotesi
di riforma fiscale e di politiche del welfare.
Non meno netta è stata la
scelta del centro-destra di mettere subito in discussione alcune
funzioni primarie dello Stato laico. Grave è la decisione di
bloccare, come primo atto concreto ed insieme simbolico, la
riforma dei cicli scolastici per sostituirla poi con una somma di
provvedimenti destinati a riportare indietro l’orologio della
storia, nel goffo tentativo di modellare la scuola sull’impresa,
prendendo a riferimento un’impresa che peraltro non c’è più
perché nel frattempo si è trasformata ed innovata. Quella
decisione va interpretata per quello che rappresenta in concreto,
cioè un attacco alla scuola pubblica, reso ancor più esplicito
dall’uso del buono scolastico fatto dai governatori del
centro-destra non già per consentire la realizzazione di un
paritario diritto allo studio ma per dare impulso alla domanda di
istruzione privata, per dare ulteriori possibilità ai più
abbienti e aggirare così i vincoli costituzionali.
E in materia di sanità e
assistenza ancora una volta l’uso del buono diventa la chiave di
volta per ridimensionare quelle politiche di welfare, e per
cancellarne il carattere universale, fondamentale per la
popolazione più anziana e per quella più povera.
E che dire degli effetti
inevitabili sugli equilibri del sistema previdenziale dei
provvedimenti collocati nella delega depositata in Parlamento?
Vorrei a questo proposito
descrivere rapidamente una seria preoccupazione, che ho da
sindacalista, ma ancor prima, da cittadino. So bene che lo
strumento della delega è previsto dal nostro ordinamento e che la
sua funzione è stata concepita per semplificare e snellire l’attuazione
di provvedimenti complessi, dunque non ho nessuna obiezione sulla
sua legittimità. Quello che invece mi inquieta e che mi crea
grandi preoccupazioni è l’uso che il Governo ne sta facendo.
Sono contemporaneamente state
depositate quattro deleghe su materie che cambiano gli assetti
economici e sociali del paese.
Una riguarda la scuola: dopo
aver sostenuto che avrebbero cercato il massimo consenso sulle
loro proposte si sono rifugiati in fretta, alle prime difficoltà,
nella più protettiva delega.
Un’altra riguarda il fisco:
la base più importante della costituzione materiale del paese. In
un verboso manifesto ideologico si annegano poche drastiche ed
inique trasformazioni della struttura del prelievo fiscale con
effetti enormi e negativi sull’alimentazione del welfare e sulla
redistribuzione del reddito, e si fissano sistematici rimandi al
potere decisionale del ministro. Ma davvero si scrivono così le
deleghe?
Poi un’altra ancora indica
mutamenti nella previdenza attraverso la decontribuzione dei nuovi
assunti che mettono in crisi il sistema previdenziale come ha
spiegato il presidente dell’INPS, con danni profondi per i
giovani che verranno privati di una adeguata pensione pubblica e
per gli anziani, per i quali mancheranno le risorse per mantenere
valori e rendimenti delle loro pensioni.
Il tutto dopo che la verifica
dell’andamento della spesa previdenziale ha confermato che la
stessa è in linea con le previsioni fatte nel 1995 e che dunque
la riforma è efficace e che il sistema è in equilibrio.
Infine la quarta si propone la
radicale riscrittura dell’ordinamento legislativo in materia di
lavoro, la limitazione degli spazi negoziali in tema e l’avvio
della soppressione di elementari diritti di civiltà come quello
sancito dall’art.18 dello Statuto dei Lavoratori.
Tralasciando per un attimo le
valutazioni di merito delle quali è responsabile solo che vi
parla, non credono le forze politiche ed i rappresentanti delle
istituzioni che questa pratica esautori la discussione
parlamentare esattamente come svuota il negoziato sociale? E non
credono, come penso io, che la sottrazione di spazi di confronto
giustificata strumentalmente con l’esigenza di governare, non
sia invece una pericolosa lesione di importanti pratiche della
nostra democrazia sostanziale? E che questo alla lunga non incida
anche sulla democrazia formale?
Da parte nostra non rinunceremo
certo a pretendere un confronto di merito sui singoli e specifici
temi, obiettando e contrastando anche l’uso dello strumento
quando non ne condivideremo l’utilità. Ma forse non sarebbe
inutile una riflessione più attenta da parte di tutti sulla
anomalia che si sta determinando nell’esercizio di delicatissime
pratiche democratiche.
Le intenzioni del Governo sui
temi economici e sociali sono state anch’esse molto nette fin
dall’inizio e sempre giustificate con l’esigenza di
corrispondere alle richieste dei loro elettori, ignorando
sistematicamente gli interessi generali del Paese che invece
dovrebbero caratterizzare ogni atto di Governo.
I provvedimenti detti dei cento
giorni si stanno rivelando inefficaci come esattamente li avevamo
definiti, sia la Tremonti bis, che le norme sull’emersione del
lavoro nero. Non producono effetti visibili e il sostegno all’offerta
che dovevano assicurare è venuto meno.
L’aver interrotto le
procedure definite con pazienza in precedenza per favorire l’emersione
si è rivelato un errore grave, è stato interrotto un lento ma
progressivo processo di regolarizzazione che stava premiando il
Mezzogiorno. Ma il fallimento di quella terapia non resta
circoscritto, infatti una parte consistente delle entrate e delle
spese della legge Finanziaria erano giustificate dai proventi
fiscali di quelle leggi.
Il venir meno di quelle risorse
e gli effetti della mancata crescita aprono uno scenario
preoccupante sulla primavera-estate. Appare ormai certo che la
crescita sarà purtroppo inferiore a quella presa a riferimento
nella Finanziaria.
Dico purtroppo perché il
sindacalista non può mai essere contento degli eventi negativi,
per noi la condizione ottimale è quella data dalla più alta
disponibilità possibile di risorse da redistribuire. Ma oggi
questa disponibilità non è in campo.
Alle incognite sulla tenuta dei
conti pubblici, cosa delicatissima nel rigido sistema europeo, si
aggiungono gli effetti indesiderati di una inflazione non solo
tornata a crescere, ma sensibilmente più alta nei suoi valori
percentuali di quella programmata.
Come è noto è lo scostamento
tra i due valori quello che provoca gli effetti redistributivi
più rilevanti e maggiormente iniqui. Nell’impianto delle norme
della Finanziaria è visibilissimo il vuoto relativo alle
politiche per la crescita, mentre tutti i paesi sviluppati hanno
introdotto correttivi alle loro politiche per reggere al meglio
gli effetti della crisi di settembre, a partire dagli Stati Uniti
che hanno rapidamente accantonato le loro teorie liberiste per
riscoprire Keynes, scelto di utilizzare la spesa pubblica e di
stimolare la domanda, il Governo italiano ha mantenuto intonso l’impianto
delle sue politiche, senza scegliere nuove priorità, cambiando
solo i valori di riferimento della crescita.
Lasciando nell’assordante
silenzio, nel quale è stato collocato, il Mezzogiorno, ignorato
nella terapia iniziale ed ancor di più in quella strutturale
della Finanziaria.
Si rischia così di
interrompere il primo processo positivo dopo lunghi anni, che
molto doveva agli strumenti della programmazione negoziata tante
volte sottovalutati e oggi non adeguatamente finanziati, per
affacciare la perdente ipotesi del modello duale di convenienze
fiscali, normative e contrattuali bocciato a ripetizione dall’Unione.
La parte del paese che più
dovrebbe crescere per ridurre il dualismo economico e sociale
esistente viene considerata residuale, le condizioni attrattive da
creare attraverso l’infrastrutturazione alta e la messa a
disposizione di corpose risorse immateriali, le condizioni di
ambiente da costruire con il ripristino della legalità
scompaiono.
La crescita del paese rallenta
vistosamente non solo dunque per effetto dei condizionamenti
internazionali ma anche per la mancanza di adeguate politiche
nazionali in grado di attenuare, di correggere le tendenze in
atto. Ma questo impianto è casuale o è da considerare una sorta
di imprinting delle intenzioni per l’intera legislatura?
Certo sorprende e preoccupa la
disinvoltura nell’individuare e utilizzare mediaticamente
disavanzi inesistenti, ma allo stesso modo è inaccettabile la
costruzione di delicate ipotesi di bilancio su entrate incerte, a
volte improbabili, in altre circostanze decisamente impossibili.
Il tutto con l’intenzione
esplicita di corrispondere alle esigenze di breve periodo di
alcuni settori produttivi, magari a discapito di quelli
commerciali o dei servizi. In questo modo il consolidamento della
nostra economia si allontana e lo sviluppo a tassi consistenti
rischia di diventare una chimera della quale continuerà a
parlarci il Governatore della Banca d’Italia costretto ad
ignorare tutto, realtà compresa, per non rivedere le sue
mirabolanti previsioni sul boom economico del prossimo futuro.
Ovviamente queste condizioni di
quadro spingono Confindustria e dietro di lei una parte delle
associazioni imprenditoriali a chiedere quei vantaggi tipici della
competizione bassa, sembrano dire: "se le mirabolanti
promesse sui trasferimenti e sul calo delle tasse non sono
realizzabili, almeno togliete ai lavoratori protezioni e diritti
che costano, dateci spazi unilaterali di gestione e già che ci
siete riducete la funzione del sindacato".
E il Governo risponde
immediatamente. Lo fa cercando di attuare gli impegni presi in
campagna elettorale e ancor prima durante la campagna referendaria
dei radicali. Allora l’on. Berlusconi si preoccupò della
possibile partecipazione al voto prodotta dalla decisione presa
dal direttivo di Confindustria di sostenere i referendum radicali
sul mercato del lavoro, decisione presa dopo una appassionata e
democratica discussione durata, scrissero i giornali dell’epoca,
ben otto minuti.
Disse, l’on. Berlusconi da
imprenditore ad imprenditori, che non era davvero il caso di
favorire l’afflusso alle urne di chi poteva validare il tema
elettorale del primo referendum, che tanto al resto avrebbe
provveduto lui successivamente, se lo avessero eletto.
Gli atti concreti messi in
campo dal Governo sono espliciti e trasparenti sono le intenzioni.
La verifica della spesa previdenziale avendo dato esito
confortante è stata immediatamente accantonata e il Governo
invece di intervenire per consolidare la riforma, incentivando la
permanenza al lavoro di chi raggiunge il requisito per andare in
pensione, con il libero esercizio di un nuovo diritto, si inventa
l’obbligo a rescindere il rapporto di lavoro e ad attivarne uno
nuovo per poter restare, consegnando così all’azienda il potere
di decidere e di scegliere tra i lavoratori, anche discriminando.
Ne consegue un’idea singolare
di libertà, libero il lavoratore di chiedere e l’azienda di
decidere, davvero una "piena parità di diritti".
Non meno preoccupante è la
modalità prevista di utilizzo del TFR per l’attivazione del
secondo pilastro previdenziale chiesto dall’Europa, quello della
previdenza complementare. Scompare la volontarietà del lavoratore
nel decidere l’uso del suo salario e la destinazione del TFR al
fondo diventa obbligatoria.
E’ lecito pensare che la sola
finalità di questo ulteriore grazioso esercizio di soppressione
della libera scelta sia legato ad avventurose ipotesi di
cartolarizzazione di queste risorse, possibile compensazione
temporanea di qualche scostamento di bilancio.
Il cuore del provvedimento
ipotizzato, come sappiamo, è dato dalla diminuzione dei
contributi che le aziende verseranno per i nuovi assunti. Il
vantaggio per le aziende è evidente, il loro costo del lavoro
diminuirà ma è altrettanto certo il danno per i lavoratori e i
pensionati.
Non risponderò certo qui ne
altrove agli insulti e alle volgarità del ministro del welfare
che si irrita particolarmente quando vengono descritti gli effetti
disastrosi che la delega provocherà sul sistema previdenziale. Ma
i giovani neo-assunti privati di una parte dei loro contributi
avranno a fine carriera una pensione sensibilmente inferiore a
quella prevista oggi e l’ipotesi che questo calo venga
compensato dalla crescita dei contributi dei collaboratori è un
falso palese.
Infatti il valore dei
contributi in crescita è enormemente inferiore a quello dei
contributi che verranno cancellati, ed in ogni caso dovrebbero
prima spiegare ai lavoratori parasubordinati perchè si
incrementano i loro contributi senza nessuna prestazione in
cambio. Ma il calo rapido dei contributi complessivamente versati
minerà anche l’equilibrio complessivo del sistema previdenziale
rendendo impossibile il mantenimento dei valori e delle pensioni
attuali.
Per rispondere alle richieste
delle imprese si sceglie di mettere in crisi il sistema
previdenziale, riducendo una solida e garantita tutela collettiva,
creando nel contempo uno spazio alle banche e alle assicurazioni
che si candideranno a gestire gli spazi per le polizze
individuali.
Non dovrebbe sfuggire a nessuno
che erano e sono in campo le nostre proposte per consolidare
ulteriormente il sistema previdenziale nei suoi due pilastri, con
un responsabile esercizio di volontà individuale. Ma questo, fin
qui, non sembra interessare.
Per nulla diverso è lo schema
di intervento utilizzato in materia di mercato del lavoro e
diritti. La delega archivia non solo la concertazione ma punta a
stravolgere l’intero diritto del lavoro. Ancora una volta si
copre il tutto con le teorie sulla modernità e con l’Europa,
per poi muoversi in tutt’altra direzione.
L’Europa suggerisce la
pratica della sussidiarietà e qui la sussidiarietà, da somma di
politiche che integrano funzioni primarie dello Stato, diventa
pratica sostitutiva delle stesse, come nel caso del collocamento,
violando così le direttive comunitarie. L’Europa raccomanda di
rafforzare il partenariato e qui si limita sistematicamente la
funzione negoziale delle parti come nel caso del lavoro a termine
o del part-time.
L’Europa chiede il rispetto
del non regresso nel recepimento delle sue direttive e nella
pratica nazionale, oltre che nella delega, si riduce la tutela
legislativa per il lavoratore con un contratto a termine, con un
part-time o un contratto interinale.
L’Unione indica il contratto
a tempo indeterminato come perno centrale dei rapporti di lavoro e
il libro bianco che dà origine alla delega ne teorizza la sua
marginalità introducendo addirittura il contratto individuale,
chiamato pudicamente contratto di progetto.
Infine, per chiudere il
cerchio, si ripete l’attacco all’art.18 dello Statuto dei
lavoratori. Del suo valore concreto, della sua funzione di
deterrenza, anche del suo valore simbolico abbiamo più volte
detto. Per noi rappresenta un diritto di civiltà, come per i
legislatori che promossero la giusta causa nei licenziamenti
individuali nell’ormai lontano 1967.
L’attacco è consumato con le
infondate argomentazioni di sempre ed ancora una volta in
contrasto con l’Europa che nella Carta dei diritti di Nizza
introduce con l’art.30 il principio della giusta causa.
Di altra natura era ed è l’insieme
di argomenti che in materia di lavoro andrebbe prioritariamente
affrontato dopo le conclusioni dell’ormai passato, ma non per
questo meno rilevante, vertice di Lisbona dell’Unione che
propose a tutti i paesi membri l’obiettivo dello sviluppo dell’economia
della conoscenza.
Bisogna orientare l’uso delle
nuove tecnologie e dei nuovi linguaggi e la crescente importanza
della conoscenza nei processi produttivi verso obiettivi positivi,
di superamento delle diseguaglianze, di abbattimento degli
arbitrii.
Lo stesso uso taylorista delle
tecnologie va contrastato perché frammenta il lavoro e limita un
adeguato sviluppo economico. Mentre da un corretto utilizzo e da
un uniforme accesso a linguaggi e tecnologie può venire un
importantissimo contributo a sviluppare la qualità del lavoro, a
ridurne la gravosità e la ripetitività, ad assicurarne la
sicurezza fin dalla fase primaria della sua progettazione,
contribuendo a risolvere una delle piaghe più dolorose ed
incivili della nostra società.
L’economia del sapere, a
partire dalle sue integrazioni nella rete deve saper valorizzare
le risorse umane ed accrescere la qualità delle prestazioni, per
questo deve essere sostenuta da un percorso di apprendimento
continuo fatto di luoghi, risorse e politiche formative in grado
di assicurare l’esercizio di un nuovo fondamentale diritto nel
lavoro.
Di queste necessarie nuove
opportunità nel mercato del lavoro vorremmo discutere, oppure
della promozione di politiche di mainstreaming e di pari
opportunità e non del superamento della legge che vieta l’intermediazione
di manodopera o della reintroduzione di forme inedite di
caporalato, a proposito di modernità.
La commissione degli Affari
Sociali dell’Unione chiede alle parti sociali e ai Governi di
predisporre norme per prevedere e gestire gli effetti sociali
della ristrutturazioni in Europa, per sostenere lo sviluppo e la
riorganizzazione senza contraccolpi sulla coesione sociale. Il
nostro interesse al tema è altissimo e l’esigenza di
affrontarlo molto forte. La commissione indica i suoi criteri e
stimola il confronto sulla formazione permanente, chiede di
individuare alternative esplicite ai licenziamenti collettivi per
ragioni economiche che prevedano gradualità nei processi,
riorganizzazioni consensuali basate sulla solidarietà e su una
diversa organizzazione degli orari.
Il tutto per costruire regole
uniformi in Europa per gestire delle ristrutturazioni socialmente
intelligenti. Il Governo italiano a chi sollecita alternative ai
licenziamenti collettivi risponde con la cancellazione della
protezione da licenziamenti individuali discriminatori.
A questi espliciti tentativi di
ridurre tutele e diritti abbiamo risposto con fermezza, con l’iniziativa
politica e la lotta. Indicando con nettezza le nostre ipotesi
alternative laddove i temi avevano una loro oggettiva utilità,
come nel caso del rafforzamento del sistema previdenziale, e
prospettando la stessa netta e ferma volontà di difendere l’esistente
come nel caso delle funzioni del sistema previdenziale e dei
diritti fondamentali.
Difendere, ebbene sì, oppure
se volete dite pure conservare, nella convinzione di agire per l’interesse
comune di tante persone, non solo di quelle protette, ma anche di
coloro che sanno che tutele e diritti fondamentali sono il tessuto
connettivo di un paese democratico.
Lo abbiamo fatto incontrando il
consenso di un numero enorme di lavoratrici e lavoratori, di
pensionati che hanno partecipato ai nostri scioperi e alle nostre
manifestazioni.
Le nostre intenzioni sono
semplici e lineari, ottenere i risultati che ci siamo prefissi,
insieme alle altre due confederazioni, attraverso lo stralcio
delle norme sull’art.18 e l’arbitrato ed una radicale modifica
dei provvedimenti previdenziali.
Nel mentre continueremo a
cercare di convincere i nostri amici e compagni della CISL e della
UIL del pericolo rappresentato dall’impianto della delega sul
mercato del lavoro e della gravità di molti dei provvedimenti che
la stessa contiene. Senza svilire la parte di comune valutazione
dei provvedimenti.
Le ragioni che ci muovono sono
sindacali, attengono alla funzione di rappresentanza che
svolgiamo, la bussola dei nostri comportamenti è sempre il
merito, nei rapporti interni alla nostra confederazione, in quelli
unitari, a maggior ragione ancora in quelle con le nostre
controparti.
Lo abbiamo riconfermato
firmando qualche ora fa un’intesa per assicurare il rinnovo del
contratto di lavoro di quasi quattro milioni di dipendenti
pubblici, siamo convinti che si tratta di un buon accordo per più
ragioni: sono confermati i livelli contrattuali attuali e la loro
funzione, sono garantite le risorse per difendere le retribuzioni
dall’inflazione e per distribuire una parte della produttività
realizzata, sono riconsegnate alla contrattazione tra le parti le
normative sulle quali era improvvidamente intervenuto il
legislatore.
Siamo contenti del merito e
certo anche di aver costretto il Governo a cambiare radicalmente
posizione, a rivedere recenti provvedimenti di legge, per
assicurare quell’intesa. Lo abbiamo costretto con l’iniziativa
e con la lotta, l’una e l’altra alla fine hanno pagato, ed
oggi le lavoratrici e i lavoratori pubblici hanno le condizioni
disponibili per il loro contratto, ma da quella soluzione esce
rafforzata la nostra idea di estensione della contrattazione e
vengono oggettivamente indeboliti i tentativi di destrutturare il
sistema contrattuale più volte affacciati da Confindustria e da
ultimo tentati, con atti formali, dalle associazioni artigiane.
Dapprima le assemblee, poi le
manifestazioni in tutte le città hanno registrato grandissima
partecipazione, in coerenza con l’adesione agli scioperi.
Giovani, ragazze e ragazzi, impiegati, tutti a dare novità alla
partecipazione determinati, consapevoli. A loro dobbiamo dei
risultati, per questo credo sia indispensabile proseguire nell’iniziativa,
per creare ulteriore consenso alle nostre richieste e continuare
nella lotta per realizzare le condizioni necessarie per
raggiungere i nostri obiettivi.
Siamo chiamati a definire
insieme a CISL e UIL un nuovo programma di mobilitazione, mettendo
in campo e collegando tutta la capacità di movimento e di lotta
del sindacato confederale. Sono convinto che in questo quadro
articolato di iniziative debba trovare collocazione anche lo
sciopero generale.
In condizioni di normalità
questi temi non dovrebbero essere oggetto di dibattito
congressuale ma semplicemente far parte di una impegnativa
discussione dell’organismo direttivo della nostra
Confederazione. Ma quella che fronteggiamo non è una condizione
normale, di fisiologico rapporto tra rappresentanti di interesse
diversi che possono confliggere.
L’anomalia principale è
individuabile nei rapporti tra industrie private e Governo, mai
così stretti e dipendenti, tali da produrre una congiunta azione
sinergica per alterare il quadro di regole e procedure che in
questi anni hanno garantito stabilità e risanamento.
Con la tacita condivisione di
Confindustria anche di atti negativi o controproducenti per i suoi
interessi diretti come rivela il caso macroscopico dell’immigrazione,
di un processo di mobilità che ormai caratterizza i processi
economici, sociali e culturali di gran parte del mondo.
In un paese, come il nostro,
sviluppato economicamente ma caratterizzato da bassi tassi di
natalità degli anni passati, la domanda di occupazione che nasce
nel sistema delle imprese è crescente e le quantità di permessi
previsti per gli immigrati dai flussi regolati dalla legge sono
insufficienti a soddisfarla.
Invece di porsi seriamente il
problema dell’ingresso controllato e dell’accoglienza di un
numero crescente di cittadini immigrati, di costruire le
condizioni culturali per una società multietnica sicura per tutti
si rinfocolano tensioni xenofobe, si sostituisce la politica di
cooperazione verso i paesi poveri più vicini con la funzione
repressiva della Marina militare, si dà vita ad una legge che
nega diritti elementari come la Bossi-Fini, nel silenzio di quegli
imprenditori le cui attività non avranno futuro senza il
contributo di quei potenziali lavoratori.
C’è un ricorrere costante,
purtroppo eccessivo ma non casuale della parola
"diritti" in quel che vi sto dicendo.
Un’organizzazione confederale
come la CGIL ha nei suoi valori e nella sua storica pratica
contrattuale il tema dei diritti. Non avremmo in oltre un secolo
promosso l’emancipazione di milioni di persone, non saremmo
stati percepiti come attori di giustizia se non avessimo
costantemente intrecciato gli atti negoziali per migliorare
condizioni di vita e lavoro con quelli per conquistare diritti
individuali e collettivi.
Ed oggi nell’estendersi dei
processi di globalizzazione, nelle grandi trasformazioni prodotte
dalle tecnologie, nella ricerca spasmodica di conquistare spazi di
mercato tra economie ed imprese, tutto ritorna in discussione,
anche ciò che garantisce coesione sociale, civiltà e rispetto
della dignità delle donne e degli uomini.
Ecco perché ci schieriamo
senza esitazione nella ricerca delle regole e dei vincoli alla
interdipendenza della economia, nella costruzione dell’Europa,
nel riconoscimento dei nuovi lavori e per la scrittura di diritti
universali. Perché ciò che unisce, l’universalità, è parte
della nostra cultura, mentre ciò che divide ci è estraneo. Per
questo osteggiamo l’idea, che pure ha fatto danni anche nella
sinistra, che per dare diritti a chi non ne ha, ai nuovi lavori,
sia necessario diminuire quelli degli altri.
Vogliamo affermare l’idea che
lo Statuto dei lavoratori si debba estendere e modulare verso i
nuovi lavori, rispondendo alle loro caratteristiche specifiche ed
ai loro particolari contenuti.
Non casualmente la propaganda
della nuova destra politica trasforma i diritti in privilegi e
cerca di ridimensionarli o cancellarli in nome di una mistificante
idea di libertà. Senza leggi che garantiscono tutele e diritti,
senza l’efficacia dei liberi atti negoziali dei soggetti di
rappresentanza collettivi, in ultima istanza, senza rappresentanza
collettiva non esisterebbe libertà ma più semplicemente un’iniqua
società carica di conflitti e diseguaglianze. E come la storia ha
dimostrato le società prive di corpi intermedi alla lunga
adottano modelli plebiscitari, forme autoritarie di governo e
gestione.
Siamo dunque impegnati a
difendere una condizione vitale per la nostra identità, quella
dell’esistenza di diritti per le persone e per i cittadini, come
allo stesso modo dobbiamo rafforzare quella parte della nostra
identità legata all’esercizio della solidarietà.
Alcuni osservatori si sono
sorpresi dell’unità di giudizio ed intenti con la quale le tre
confederazioni stanno affrontando le vicende recenti, e i rapporti
con il Governo.
In questa sorpresa c’è forse
una limitata conoscenza della nostra storia, della cultura
confederale, sia quella massimalista che riformista. I nostri
rapporti sono sempre caratterizzati da una forte dialettica; in
tempi recenti si sono anche prodotte dolorose rotture a Milano e
tra i metalmeccanici, ma ciò non impedisce la convergenza di
giudizio e di azione quando vengono aggredite le fondamenta della
nostra rappresentanza, appunto i diritti e la solidarietà.
So benissimo che non è
sufficiente questo cemento, il valore dell’unità va legato ad
un progetto e a delle regole condivise per l’esercizio
democratico della nostra funzione. La CGIL e le sue strutture non
hanno promosso atti di rottura e quando abbiamo reagito a quelle
che abbiamo percepito come scelte ostili e traumatiche, lo abbiamo
fatto con lo spirito di una grande organizzazione che non si
condanna mai all’immobilismo, ma nella sua stessa reazione cerca
le ragioni di una unità futura.
Ripartiamo dai valori comuni,
dai tratti di comune identità. Torniamo a discutere insieme del
nostro possibile progetto unitario, senza remore o reticenze,
cerchiamo insieme anche le regole necessarie ad esercitare
efficacemente la contrattazione.
Cari amici e compagni della
CISL e della UIL, sapete della nostra convinzione della necessità
di una legge sulla rappresentanza, era un tempo convinzione comune
che consegnammo come atto programmatico al legislatore con l’accordo
del 1993. Prendiamo a riferimento le regole che insieme
utilizziamo con vantaggio nei settori pubblici, adattiamole,
integriamole con procedure per l’esercizio contrattuale,
facciamole diventare materia da offrire noi al legislatore.
Sono convinto dell’utilità
di questo sforzo comune, oggi più che mai, per dare consistenza
alla nostra comune autonomia e forza al nostro agire.
Care compagne e cari compagni,
nella nostra cultura il lavoro resta uno dei fondamenti principali
dell’identità delle persone e della cittadinanza, per questo
abbiamo avvertito e segnalato preoccupazioni per il venir meno
della necessaria attenzione nelle forze politiche al valore
sociale del lavoro.
Ci hanno preoccupato la
distrazione delle forze riformiste come di quelle radicali,
perché siamo convinti che una società che ignora il lavoro si
condanna a perdere peso; ma siamo ancor più preoccupati di una
sinistra, con la quale pur condividiamo tanti valori, che non
guarda sempre alle donne e agli uomini che lavorano come ad una
sua radice profonda.
Noi pensiamo di rappresentare
una parte importante della società italiana, siamo gelosi della
nostra autonomia e del carattere della nostra rappresentanza.
Non abbiamo mai creduto di
poter essere autosufficienti, sappiamo di aver bisogno di una
rappresentanza politica forte per poter esercitare al meglio le
nostre funzioni. Per questo non cesseremo mai di chiedere alla
politica, ed in particolare alla sinistra, attenzione e rispetto.
Care compagne e cari compagni,
ci aspetta un compito
importante, come quello di portare a sintesi un dibattito
impegnativo, di concludere il nostro metaforico viaggio. Mettete
nella discussine di questi giorni la stessa passione che ho visto
in tanti congressi, è indispensabile per definire le nostre
scelte, per radicare la nostra presenza nel lavoro tradizionale ed
estenderla in quello nuovo.
Cerchiamo insieme la via
migliore per dare visibilità al nostro progetto, efficacia alla
nostra azione.
Uno dei poeti più
significativi ed originali del Novecento, Giorgio Caproni,
pescando nel suo umore grottesco, scriveva:
M’ero sperso. Annaspavo.
Cercavo uno sfogo.
Chiesi a uno. "Non
sono",
mi rispose, "del
luogo".
Nessuno di noi seguirebbe l’inclinazione
sarcastica del poeta, nessuno si dichiarerebbe straniero verso l’altro
che cerca guida. Siamo qui perché ci muove una passione, siamo
qui per rappresentare anche l’altro che si è sperso. Questa è
la ragione primaria della nostra identità. Difendiamola.
Buon congresso a voi tutti!
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