|
Gli anni novanta
sono stati gli anni del consolidamento e della
maggior forza del sindacato, attraverso la
concertazione e il protocollo di luglio. Ma
verso la fine del decennio il sistema inaugurato
nel 1992-93 ha cominciato a perdere colpi. Come
vede il decennio cominciato quest’anno?
Giugni:
Non credo stia perdendo colpi il metodo della
concertazione, forse è più giusto dire che l’espansione
della tipologia dei rapporti riconducibili al
lavoro subordinato sia degli stessi rapporti di
lavoro autonomo o quasi autonomo sta creando
situazioni di difficoltà ai tre soggetti che ne
sono protagonisti, e cioè i sindacati, i datori
di lavoro e il governo. Difficoltà che sembrano
interne a ciascuno dei soggetti, perché si
tratta ancora di un fenomeno, quello della
pluralità delle forme di rapporto di lavoro,
non sufficientemente indagato nei suoi aspetti
sociologici, politici ed economici. Quando le
parti si presentano al tavolo della trattative
con un approccio incerto e confuso, è difficile
che si giunga a un accordo, tanto più se le
stesse sono animate da diffidenze reciproche
alimentate dalla diversità delle posizioni
politiche.
La concertazione è sotto attacco.
Secondo lei è un metodo ancora valido, così
come è stata praticata negli anni passati?
Giugni:
La domanda sulla validità della concertazione
non è certo nuova. Lo è così poco, anzi, che
è ormai diventata un elemento rituale che
accompagna questa esperienza. Fin dai suoi primi
vagiti c’è sempre stato qualcuno che si è
interrogato sulla sua validità. A questo punto
mi sembra che la risposta migliore sia quella
che circoscrive la validità della concertazione
all’esperienza passata, che è anche l’unica
concreta, senza azzardare ulteriori previsioni.
E per il passato anche i più accaniti
denigratori non possono fare altro che
registrare gli indubbi successi che questo
metodo ha ottenuto, in primo luogo, come sempre
ricorda il presidente della Repubblica, in
termini di stabilità economica.
Il governo
Berlusconi è un governo di destra, se non il
primo vero governo di destra nella storia del
dopoguerra, certo il primo da tanti anni. L’esecutivo
parla di dialogo sociale e non più di
concertazione. Ma la svolta è soprattutto nei
contenuti: con il "Libro bianco"
sembra proporre una vera e propria controriforma
del mercato del lavoro. A cosa punta veramente
il governo?
Giugni:
Ho letto che il governo vorrebbe superare il
modello della concertazione e sperimentare il
cosiddetto dialogo sociale mutuato o ispirato
all’esperienza europea. Non voglio qui
affrontare il tema delle notevoli differenze
rilevabili, - e che emergono già da una prima
lettura del "Libro bianco" tra il
dialogo sociale così come viene proposto dal
governo e quello che ormai già da tempo si
sperimenta tra commissioni e parti sociali nell’Unione
europea. Ciò che mi preme sottolineare è che
il dialogo sociale, nella forma proposta dal
governo, è una mera procedura di consultazione
che può dare luogo tutt’al più ad
"avvisi comuni". In questa prospettiva
non ha senso parlare di un superamento della
concertazione, per la sola buona ragione che il
dialogo sociale così formulato non esprime un
momento più evoluto del processo di
concertazione. Concertazione e dialogo sociale
sono infatti modelli non comparabili e quindi il
secondo non può sostituire la prima. A nessuno
verrebbe infatti in mente di dire che il
contratto può essere sostituito da una
dichiarazione unilaterale sia pure condivisa da
altri soggetti, i quali sarebbero sempre terzi
data l’unilateralità della dichiarazione.
Come valuta la svolta "dura" di
Confindustria, effettuata con la presidenza D’Amato.
È destinata a durare?
Giugni: La
Confindustria è un grande contenitore e,
fortunatamente, affollato anche da tante anime.
Spesso in questi anni gli associati non hanno
condiviso le politiche del gruppo dirigente
adottando comportamenti apertamente in
contrasto, anche se non sempre in modo plateale,
con le prese di posizione ufficiali. Tra tutti
mi sembra utile ricordare per la radicalità
delle posizioni la vicenda dei decimali.
La riforma
federalista attuata e approvata dal referendum
popolare introduce la possibilità di
legislazione concorrente su argomenti
delicatissimi (tutela e sicurezza del lavoro,
previdenza complementare e integrativa). Fino a
che punto può spingersi la facoltà legislativa
delle Regioni su queste materie? È vero, come
ha sostenuto il governo, che con questa riforma
lo Statuto dei lavoratori non regge più e va
riformulato come una sorta di legge quadro
(anche se in verità questa affermazione, dopo
il referendum, è stata riposta un po’ in un
cassetto)?
Giugni:
A evitare un’applicazione regionalizzata e
quindi differenziata della legislazione in
materia di lavoro, per effetto della recente
riforma federalista confermata dal referendum
popolare, ritengo possa essere sufficiente
argine l’art. 117 della Costituzione, che
riserva alla competenza legislativa dello Stato
la disciplina dei rapporti interprivati, magari
autorevolmente sorretto dalla Corte
costituzionale se la legislazione regionale
dovesse incidere sui diritti consacrati nella
prima parte della Costituzione.
Quanto alla intenzione del governo di assumere
lo Statuto dei lavoratori come legge quadro mi
sembra una splendida trovata. Ovviamente la
derogabilità potrebbe essere solo in melius…
La vertenza
del contratto dei metalmeccanici ha messo in
evidenza una questione chiave per il futuro del
sindacato, quella della democrazia, di chi
decide per chi. Tanto più necessaria quando le
strategie non riescono a comporsi in una
mediazione. Il sistema così non regge. Cosa
occorre fare e cosa è possibile fare per
evitare che, se la controparte è d’accordo,
sia una minoranza a decidere contro il parere
della maggioranza?
Giugni:
Non mi stancherò mai di ripetere che la
questione della misurazione della
rappresentatività sindacale non è più
rinviabile, soprattutto da quando l’unità
sindacale è entrata in crisi.
L’atteggiamento di chi si limita a fare il
notaio della contrattazione registrando firme è
a dir poco miope. A cominciare dal fatto che non
rende un buon sevizio proprio alle aziende che
pretenderebbe di rappresentare mentre le espone
al rischio di una conflittualità diffusa e,
come si diceva una volta, "di massa".
|