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Intervista a Gino Giugni

 

Una vera bilateralità nel rapporto tra le parti

 

a cura di Enrico Galantini

 

Gli anni novanta sono stati gli anni del consolidamento e della maggior forza del sindacato, attraverso la concertazione e il protocollo di luglio. Ma verso la fine del decennio il sistema inaugurato nel 1992-93 ha cominciato a perdere colpi. Come vede il decennio cominciato quest’anno?

Giugni: Non credo stia perdendo colpi il metodo della concertazione, forse è più giusto dire che l’espansione della tipologia dei rapporti riconducibili al lavoro subordinato sia degli stessi rapporti di lavoro autonomo o quasi autonomo sta creando situazioni di difficoltà ai tre soggetti che ne sono protagonisti, e cioè i sindacati, i datori di lavoro e il governo. Difficoltà che sembrano interne a ciascuno dei soggetti, perché si tratta ancora di un fenomeno, quello della pluralità delle forme di rapporto di lavoro, non sufficientemente indagato nei suoi aspetti sociologici, politici ed economici. Quando le parti si presentano al tavolo della trattative con un approccio incerto e confuso, è difficile che si giunga a un accordo, tanto più se le stesse sono animate da diffidenze reciproche alimentate dalla diversità delle posizioni politiche.

La concertazione è sotto attacco. Secondo lei è un metodo ancora valido, così come è stata praticata negli anni passati?

Giugni: La domanda sulla validità della concertazione non è certo nuova. Lo è così poco, anzi, che è ormai diventata un elemento rituale che accompagna questa esperienza. Fin dai suoi primi vagiti c’è sempre stato qualcuno che si è interrogato sulla sua validità. A questo punto mi sembra che la risposta migliore sia quella che circoscrive la validità della concertazione all’esperienza passata, che è anche l’unica concreta, senza azzardare ulteriori previsioni. E per il passato anche i più accaniti denigratori non possono fare altro che registrare gli indubbi successi che questo metodo ha ottenuto, in primo luogo, come sempre ricorda il presidente della Repubblica, in termini di stabilità economica.

Il governo Berlusconi è un governo di destra, se non il primo vero governo di destra nella storia del dopoguerra, certo il primo da tanti anni. L’esecutivo parla di dialogo sociale e non più di concertazione. Ma la svolta è soprattutto nei contenuti: con il "Libro bianco" sembra proporre una vera e propria controriforma del mercato del lavoro. A cosa punta veramente il governo?

Giugni: Ho letto che il governo vorrebbe superare il modello della concertazione e sperimentare il cosiddetto dialogo sociale mutuato o ispirato all’esperienza europea. Non voglio qui affrontare il tema delle notevoli differenze rilevabili, - e che emergono già da una prima lettura del "Libro bianco" tra il dialogo sociale così come viene proposto dal governo e quello che ormai già da tempo si sperimenta tra commissioni e parti sociali nell’Unione europea. Ciò che mi preme sottolineare è che il dialogo sociale, nella forma proposta dal governo, è una mera procedura di consultazione che può dare luogo tutt’al più ad "avvisi comuni". In questa prospettiva non ha senso parlare di un superamento della concertazione, per la sola buona ragione che il dialogo sociale così formulato non esprime un momento più evoluto del processo di concertazione. Concertazione e dialogo sociale sono infatti modelli non comparabili e quindi il secondo non può sostituire la prima. A nessuno verrebbe infatti in mente di dire che il contratto può essere sostituito da una dichiarazione unilaterale sia pure condivisa da altri soggetti, i quali sarebbero sempre terzi data l’unilateralità della dichiarazione.

Come valuta la svolta "dura" di Confindustria, effettuata con la presidenza D’Amato. È destinata a durare?

Giugni: La Confindustria è un grande contenitore e, fortunatamente, affollato anche da tante anime. Spesso in questi anni gli associati non hanno condiviso le politiche del gruppo dirigente adottando comportamenti apertamente in contrasto, anche se non sempre in modo plateale, con le prese di posizione ufficiali. Tra tutti mi sembra utile ricordare per la radicalità delle posizioni la vicenda dei decimali.

La riforma federalista attuata e approvata dal referendum popolare introduce la possibilità di legislazione concorrente su argomenti delicatissimi (tutela e sicurezza del lavoro, previdenza complementare e integrativa). Fino a che punto può spingersi la facoltà legislativa delle Regioni su queste materie? È vero, come ha sostenuto il governo, che con questa riforma lo Statuto dei lavoratori non regge più e va riformulato come una sorta di legge quadro (anche se in verità questa affermazione, dopo il referendum, è stata riposta un po’ in un cassetto)?

Giugni: A evitare un’applicazione regionalizzata e quindi differenziata della legislazione in materia di lavoro, per effetto della recente riforma federalista confermata dal referendum popolare, ritengo possa essere sufficiente argine l’art. 117 della Costituzione, che riserva alla competenza legislativa dello Stato la disciplina dei rapporti interprivati, magari autorevolmente sorretto dalla Corte costituzionale se la legislazione regionale dovesse incidere sui diritti consacrati nella prima parte della Costituzione.
Quanto alla intenzione del governo di assumere lo Statuto dei lavoratori come legge quadro mi sembra una splendida trovata. Ovviamente la derogabilità potrebbe essere solo in melius

La vertenza del contratto dei metalmeccanici ha messo in evidenza una questione chiave per il futuro del sindacato, quella della democrazia, di chi decide per chi. Tanto più necessaria quando le strategie non riescono a comporsi in una mediazione. Il sistema così non regge. Cosa occorre fare e cosa è possibile fare per evitare che, se la controparte è d’accordo, sia una minoranza a decidere contro il parere della maggioranza?

Giugni: Non mi stancherò mai di ripetere che la questione della misurazione della rappresentatività sindacale non è più rinviabile, soprattutto da quando l’unità sindacale è entrata in crisi.
L’atteggiamento di chi si limita a fare il notaio della contrattazione registrando firme è a dir poco miope. A cominciare dal fatto che non rende un buon sevizio proprio alle aziende che pretenderebbe di rappresentare mentre le espone al rischio di una conflittualità diffusa e, come si diceva una volta, "di massa".