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I cinque anni tra il quinto e il sesto
congresso cambiarono
profondamente il quadro in cui il sindacato era chiamato ad agire.
L'estate antifascista del 1960 aveva travolto l'illusione che
fosse possibile uscire dalla crisi del centrismo con un'avventura
autoritaria e, insieme alle lotte della "ripresa"
operaia, aveva aperto la strada al centrosinistra.
I socialisti e i comunisti della Cgil avevano dovuto fare i conti
con la diversa collocazione parlamentare dei loro partiti, poi con
l'esaurirsi della fase riformatrice del nuovo quadro politico e
con le ripercussioni della scissione socialista e infine, sul
piano economico, con la fine del "miracolo" e con la
minaccia della recessione.
Il congresso - nel corso del quale Santi
annunciò, con commozione, la decisione di lasciare il sindacato -
identificò come nuovo terreno del confronto quello dell'avvio
della programmazione. Si trattava, disse Novella, di un fatto che
la Cgil considerava un successo del movimento sindacale, ma il
modello di sviluppo che veniva assunto e gli strumenti di politica
economica proposti - in primo luogo la "politica dei
redditi" - erano inaccettabili.
La risposta della Cgil era nel rilancio di una politica di riforme
che spostasse l'equilibrio in favore della direzione pubblica
dell'economia. E poi lotta alla disoccupazione, crescita salariale
e impegno meridionalista. L'azione sindacale doveva quindi
svilupparsi contemporaneamente nei luoghi di lavoro e nel paese,
doveva saper saldare l'iniziativa articolata e momenti di lotta
"generalizzata" sui grandi problemi nazionali.
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