SPECIALE CONGRESSO CGIL

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Sesto congresso 
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di Vittorio Foa

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Sesto congresso della Cgil

(Bologna 31 marzo-5 aprile 1965)

 
L'intervento di Vittorio Foa

 

[ ... ] A mio giudizio è un grosso successo, sia pure iniziale, della nostra Confederazione il fatto che l’insieme dell’organizzazione abbia compreso che questa crisi economica non è semplicemente una pausa in un processo di espansione, non è semplicemente un periodo di discesa del ciclo, ma è una svolta importante dell’organizzazione produttiva del nostro paese. È un successo della nostra organizzazione nel suo insieme l’aver compreso che attraverso questa crisi, prima con la fase dell’inflazione, oggi con la fase della recessione, è in atto un processo di trasformazione produttiva il cui esito è destinato a pesare sui rapporti fra le classi e quindi sui rapporti sindacali.

Con questa coscienza la nostra organizzazione e l’insieme dei lavoratori che essa rappresenta, non solo sul piano organizzativo, ma anche sul piano dell’influenza politico-sindacale, hanno respinto la comoda e falsa tesi che ci troveremmo in un periodo di transizione, che conviene dunque stare fermi: passata la grandine torneremo a camminare in avanti, ma oggi bisogna aspettare.

I compagni, i lavoratori hanno compreso che, se si sta fermi in questa fase, si corre il rischio di stare fermi per un lungo periodo di tempo, perché è in questa fase che si determinano e si modificano i rapporti di forza fra le classi e in primo luogo i rapporti di forza nei luoghi di lavoro, che è il terreno decisivo dello scontro sindacale.

La riorganizzazione della produzione e del lavoro, con investimenti o senza investimenti, avviene attraverso l’intensificazione dello sfruttamento, lungo tutto un arco di situazioni che vanno dal licenziamento alla riduzione di orario, alla precarietà e all’incertezza del domani, alla chiusura dei cancelli delle fabbriche e degli uffici per le nuove leve del lavoro, alla situazione pesante fatta alla manodopera femminile in questa fase, alla accentuata intensificazione del lavoro nelle fabbriche, nei cantieri, nelle miniere, nelle aziende agricole. È un processo unitario, variamente differenziato, con mille e mille situazioni particolari, ma che si riconduce a un’unica matrice: l’intensificazione dello sfruttamento, l’aumento del profitto e il tentativo non solo di guadagnare di più oggi nei confronti dei lavoratori, ma di creare un nuovo rapporto di forze, una più docile disponibilità della forza lavoro per le misure da prendersi nel futuro.

Noi abbiamo capito l’elemento più significativo della strategia padronale nei confronti dell’organizzazione sindacale. Ripeto, l’elemento più significativo non è soltanto aumentare il profitto oggi a spese del salario, è realizzare a medio e a lungo termine una maggiore disponibilità della forza-lavoro. E l’azione sul sindacato si verifica con un processo estremamente limpido: quella che si chiama la politica dei redditi. Se si trattasse semplicemente di pagare meno salari, sarebbe una cosa che c’è sempre stata, ma oggi politica dei redditi vuol dire ricerca del consenso sindacale alla centralizzazione del negoziato salariale per bloccare l’iniziativa autonoma dei lavoratori, per trasformare il sindacato da organo che orienta, organizza, dirige le masse nella lotta in organo che garantisce il sistema del comportamento dei lavoratori, cioè che chiede ai lavoratori determinati comportamenti che siano coerenti e subordinati alle scelte dei gruppi dominanti. Questa è la chiave di volta della politica dei redditi [...]

Ho poco da aggiungere alle cose che ha detto il compagno Novella sui problemi della programmazione in generale e sul programma Pieraccini che sta davanti a noi. Novella ha detto: gli obiettivi sono nostri, sono gli obiettivi della piena occupazione, gli obiettivi della liquidazione degli squilibri storici, l’obiettivo dell’espansione dei consumi sociali. Sono i grandi obiettivi del movimento sindacale, del movimento democratico del nostro paese. Ma gli strumenti e il modello non sono coerenti mentre vi è, compagni, una coerenza reale fra gli strumenti e il modello del programma quinquennale e la politica congiunturale in atto.

Perché che cosa è un programma se non un insieme organico di politiche economiche? E come esso può differenziarsi dalle cose che oggi succedono? Petrilli ha interpretato strumenti e modelli dicendo che essi sono sulla linea delle esigenze delle imprese, e noi abbiamo riconosciuto questo fatto: che non si può parlare di liquidazione dello squilibrio storico del Mezzogiorno nel momento in cui le risorse sono allocate prioritariamente sulla direzione della produttività. Non si può parlare di riequilibrio fra agricoltura e industria quando il salto della produttività dell’industria è quello che già è oggi. Non si può parlare, soprattutto, di piena occupazione quando con l’aumento della produttività nell’industria al 6-7-8 per cento tutto il programma è già saltato per l’aspetto che riguarda l’obiettivo della piena occupazione. [... ] 

E di qui si pone per noi la questione della nostra unità interna, che è un problema importante non solo in sé stesso, ma decisivo anche ai fini dell’unità con le altre organizzazioni che rappresenta un momento costante e decisivo della nostra linea sindacale. Noi siamo in difficoltà e siamo uomini adulti e dobbiamo affrontarla da uomini adulti, cioè con gli occhi aperti e con una profonda volontà unitaria. Questa difficoltà esiste. Io credo che i compagni però che avessero scetticismo o pessimismo abbiano torto. La difficoltà mette alla prova noi, ma ci deve mettere alla prova per andare più avanti. Un grande filosofo italiano disse una volta: "Paiono traversie e sono opportunità". Certe cose che sembrano difficoltà che ti impediscono di muoverti sono in realtà per l’uomo, e soprattutto per gli uomini organizzati, l’occasione per fare un salto in avanti in una linea positiva.

Cerchiamo di seguire questo criterio. Ci si dice: ma è difficile avere l’unità quando una corrente sindacale, una parte importante del sindacato, ha un atteggiamento positivo di collaborazione con il governo della Repubblica e quando un’altra parte importante del sindacato ha una posizione negativa verso il governo e verso la sua politica. Siamo in una fase nella quale la politica padronale ha intrecci incessanti con le politiche governative. 

[...] Io non mi scandalizzo, ma vi dico che sarebbe un grave errore pensare che oggi la nostra organizzazione si debba dividere perché ci sono quelli che sono per il governo e quelli che sono contro il governo. Sarebbe, consentitemi, non solo un errore, ma sarebbe un delitto verso i lavoratori. Perché? Il governo è un governo di coalizione... e in un governo di coalizione ci sono varie parti. Non è un governo socialista, è un governo di coalizione, e nel governo di coalizione ci sono parti più forti e parti più deboli, parti che spingono, parti che tirano.

[...] Oggi sulla Cgil si cerca da parte della destra economica e politica di fare una prova psicotecnica. Sei per questa programmazione? Se sì, sei democratico, se no, non sei democratico. Sei dentro, sei fuori? Tutte queste domande, compagni, respingiamole; sono domande che cercano soltanto di portarci a discutere sulle nuvole per impedirci di trovare l’unità sui programmi e sui fatti [...]

 

(I Congressi, vol. VII, pp.122-3, 126,8, 130-1)