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[ ... ] A mio giudizio è un grosso successo,
sia pure iniziale, della nostra Confederazione il fatto che l’insieme
dell’organizzazione abbia compreso che questa crisi economica
non è semplicemente una pausa in un processo di espansione, non
è semplicemente un periodo di discesa del ciclo, ma è una svolta
importante dell’organizzazione produttiva del nostro paese. È
un successo della nostra organizzazione nel suo insieme l’aver
compreso che attraverso questa crisi, prima con la fase dell’inflazione,
oggi con la fase della recessione, è in atto un processo di
trasformazione produttiva il cui esito è destinato a pesare sui
rapporti fra le classi e quindi sui rapporti sindacali.
Con questa coscienza la nostra organizzazione e
l’insieme dei lavoratori che essa rappresenta, non solo sul
piano organizzativo, ma anche sul piano dell’influenza
politico-sindacale, hanno respinto la comoda e falsa tesi che ci
troveremmo in un periodo di transizione, che conviene dunque stare
fermi: passata la grandine torneremo a camminare in avanti, ma
oggi bisogna aspettare.
I compagni, i lavoratori hanno compreso che, se
si sta fermi in questa fase, si corre il rischio di stare fermi
per un lungo periodo di tempo, perché è in questa fase che si
determinano e si modificano i rapporti di forza fra le classi e in
primo luogo i rapporti di forza nei luoghi di lavoro, che è il
terreno decisivo dello scontro sindacale.
La riorganizzazione della produzione e del
lavoro, con investimenti o senza investimenti, avviene attraverso
l’intensificazione dello sfruttamento, lungo tutto un arco di
situazioni che vanno dal licenziamento alla riduzione di orario,
alla precarietà e all’incertezza del domani, alla chiusura dei
cancelli delle fabbriche e degli uffici per le nuove leve del
lavoro, alla situazione pesante fatta alla manodopera femminile in
questa fase, alla accentuata intensificazione del lavoro nelle
fabbriche, nei cantieri, nelle miniere, nelle aziende agricole. È
un processo unitario, variamente differenziato, con mille e mille
situazioni particolari, ma che si riconduce a un’unica matrice:
l’intensificazione dello sfruttamento, l’aumento del profitto
e il tentativo non solo di guadagnare di più oggi nei confronti
dei lavoratori, ma di creare un nuovo rapporto di forze, una più
docile disponibilità della forza lavoro per le misure da
prendersi nel futuro.
Noi abbiamo capito l’elemento più
significativo della strategia padronale nei confronti dell’organizzazione
sindacale. Ripeto, l’elemento più significativo non è soltanto
aumentare il profitto oggi a spese del salario, è realizzare a
medio e a lungo termine una maggiore disponibilità della
forza-lavoro. E l’azione sul sindacato si verifica con un
processo estremamente limpido: quella che si chiama la politica
dei redditi. Se si trattasse semplicemente di pagare meno salari,
sarebbe una cosa che c’è sempre stata, ma oggi politica dei
redditi vuol dire ricerca del consenso sindacale alla
centralizzazione del negoziato salariale per bloccare l’iniziativa
autonoma dei lavoratori, per trasformare il sindacato da organo
che orienta, organizza, dirige le masse nella lotta in organo che
garantisce il sistema del comportamento dei lavoratori, cioè che
chiede ai lavoratori determinati comportamenti che siano coerenti
e subordinati alle scelte dei gruppi dominanti. Questa è la
chiave di volta della politica dei redditi [...]
Ho poco da aggiungere alle cose che ha detto il
compagno Novella sui problemi della programmazione in generale e
sul programma Pieraccini che sta davanti a noi. Novella ha detto:
gli obiettivi sono nostri, sono gli obiettivi della piena
occupazione, gli obiettivi della liquidazione degli squilibri
storici, l’obiettivo dell’espansione dei consumi sociali. Sono
i grandi obiettivi del movimento sindacale, del movimento
democratico del nostro paese. Ma gli strumenti e il modello non
sono coerenti mentre vi è, compagni, una coerenza reale fra gli
strumenti e il modello del programma quinquennale e la politica
congiunturale in atto.
Perché che cosa è un programma se non un
insieme organico di politiche economiche? E come esso può
differenziarsi dalle cose che oggi succedono? Petrilli ha
interpretato strumenti e modelli dicendo che essi sono sulla linea
delle esigenze delle imprese, e noi abbiamo riconosciuto questo
fatto: che non si può parlare di liquidazione dello squilibrio
storico del Mezzogiorno nel momento in cui le risorse sono
allocate prioritariamente sulla direzione della produttività. Non
si può parlare di riequilibrio fra agricoltura e industria quando
il salto della produttività dell’industria è quello che già
è oggi. Non si può parlare, soprattutto, di piena occupazione
quando con l’aumento della produttività nell’industria al
6-7-8 per cento tutto il programma è già saltato per l’aspetto
che riguarda l’obiettivo della piena occupazione. [... ]
E di qui si pone per noi la questione della nostra unità interna,
che è un problema importante non solo in sé stesso, ma decisivo
anche ai fini dell’unità con le altre organizzazioni che
rappresenta un momento costante e decisivo della nostra linea
sindacale. Noi siamo in difficoltà e siamo uomini adulti e
dobbiamo affrontarla da uomini adulti, cioè con gli occhi aperti
e con una profonda volontà unitaria. Questa difficoltà esiste.
Io credo che i compagni però che avessero scetticismo o
pessimismo abbiano torto. La difficoltà mette alla prova noi, ma
ci deve mettere alla prova per andare più avanti. Un grande
filosofo italiano disse una volta: "Paiono traversie e sono
opportunità". Certe cose che sembrano difficoltà che ti
impediscono di muoverti sono in realtà per l’uomo, e
soprattutto per gli uomini organizzati, l’occasione per fare un
salto in avanti in una linea positiva.
Cerchiamo di seguire questo criterio. Ci si
dice: ma è difficile avere l’unità quando una corrente
sindacale, una parte importante del sindacato, ha un atteggiamento
positivo di collaborazione con il governo della Repubblica e
quando un’altra parte importante del sindacato ha una posizione
negativa verso il governo e verso la sua politica. Siamo in una
fase nella quale la politica padronale ha intrecci incessanti con
le politiche governative.
[...] Io non mi scandalizzo, ma vi dico che sarebbe un grave
errore pensare che oggi la nostra organizzazione si debba dividere
perché ci sono quelli che sono per il governo e quelli che sono
contro il governo. Sarebbe, consentitemi, non solo un errore, ma
sarebbe un delitto verso i lavoratori. Perché? Il governo è un
governo di coalizione... e in un governo di coalizione ci sono
varie parti. Non è un governo socialista, è un governo di
coalizione, e nel governo di coalizione ci sono parti più forti e
parti più deboli, parti che spingono, parti che tirano.
[...] Oggi sulla Cgil si cerca da parte della
destra economica e politica di fare una prova psicotecnica. Sei
per questa programmazione? Se sì, sei democratico, se no, non sei
democratico. Sei dentro, sei fuori? Tutte queste domande,
compagni, respingiamole; sono domande che cercano soltanto di
portarci a discutere sulle nuvole per impedirci di trovare l’unità
sui programmi e sui fatti [...]
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