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La testimonianza che Di Vittorio come dirigente, uomo di cultura,
sindacalista ci ha lasciato è quella di una riflessione sempre sofferta, aperta
al mutamento, alla rimessa in discussione di sé stessi. E alcuni momenti di
questa riflessione, al di là della loro estrinsecazione in esperimenti
concreti, mi sembrano tuttora di bruciante attualità.
Prima di tutto la concezione del sindacato; una concezione per la quale Di
Vittorio si batté per un certo periodo da solo e che, essendo propria di un
uomo formatosi alla scuola del sindacalismo meridionale, appare davvero
sorprendente.
Mi spiego. In una regione relativamente sottosviluppata, in qualsiasi paese,
può essere naturale che le forze d’avanguardia del movimento dei lavoratori
cerchino una prima forma di autodifesa in strutture fortemente
istituzionalizzate. Bene, è proprio questo a rendere straordinaria l’intuizione
di Di Vittorio. Il dirigente pugliese - ripeto: lui, uomo del sindacalismo
meridionale - rifiutò infatti il sindacato unico, il sindacato obbligatorio, la
contribuzione sindacale per legge; cioè l’idea di un’organizzazione che in
una realtà sociale ed economica estremamente fragile per il movimento operaio
avrebbe, anche potuto, se protetta, sopravvivere meglio, per esempio, di quanto
non sia accaduto sotto i colpi della grande reazione degli anni 50.
Ecco, in questa netta scelta di campo a favore del sindacato come
associazione volontaria - che Di Vittorio sostenne anche in contrasto con
tendenze presenti nel suo partito, con le posizioni ufficiali della Dc, e con
alcune tesi dei sindacalisti socialisti - vi era già qualcosa di più della
difesa dell’indipendenza "istituzionale" del sindacato. E vi era, in
radice, tutta la battaglia che Di Vittorio avrebbe condotto in condizioni assai
difficili, negli anni 50, per l’autonomia del sindacato sia in Italia che nei
paesi del socialismo reale. Già nel momento in cui esplose un’ondata di
scioperi in Polonia, e prima della rivolta ungherese, fu appunto Di Vittorio ad
aprire, primo all’interno della stessa sinistra italiana, una battaglia
politica sul ruolo del sindacato come associazione aperta al pluralismo e che ha
una funzione liberatoria, di contestazione insopprimibile all’interno di
qualsiasi regime sociale.
È in questa concezione che troviamo le ragioni per le quali, ad esempio, a
trent’anni di distanza da quegli avvenimenti la Cgil rifiuta l’ipotesi di
una regolamentazione del diritto di sciopero attraverso una legge; un’ipotesi
di questo genere presuppone infatti direttamente o indirettamente la sanzione di
una sorta di monopolio sindacale nella proclamazione degli scioperi stessi e
quindi nella contrattazione collettiva. Il rifiuto della Cgil ha il suo
fondamento, dunque, proprio nella grande intuizione di Di Vittorio: egli era
convinto sin dal 1944 che il giorno in cui le regole della rappresentanza, che
sono regole fondanti per un sindacato "di classe", fossero state in
qualche modo inquinate o cristallizzate da una istituzionalizzazione del
sindacato, quel giorno si sarebbero create le premesse per una crisi dì
rappresentatività che presto o tardi avrebbe coinvolto il sindacato stesso.
Ancora. Negli anni in cui Di Vittorio era alla testa della Cgil vigeva il
principio non tanto della "cinghia di trasmissione" quanto della
divisione dei compiti fra sindacato e partito - principio accettato per decenni
dal movimento sindacale in tutti i paesi dell’Europa occidentale: il sindacato
doveva operare "a valle" sulle questioni della pura distribuzione del
reddito, il partito - o il politico - doveva intervenire "a monte",
nella formazione delle grandi decisioni che poi producono risorse.
Ma nel rifiuto del sindacato unico obbligatorio, nella concezione del
sindacato come strumento di liberazione della condizione di lavoro c’era già
in nuce un’idea del sindacato come soggetto politico autonomo, che fuoriesce,
appunto, da ogni divisione dei compiti fra sé e il partito o fra l’azione nel
sociale e l’autonomia del politico. Fu, questa, una concezione del sindacato e
della sua funzione che portò Di Vittorio a vivere momenti anche molto difficili
nella direzione della Cgil e nei rapporti con il suo partito. Ed è qui che
troviamo la vera matrice della scissione sindacale, che si espresse innanzitutto
come contestazione, appunto, del sindacato come soggetto politico autonomo.
Intuizione altrettanto feconda fu quella del piano del lavoro, un progetto
che mi sembra portare con sé qualcosa che probabilmente conserva ancor oggi una
grande attualità, non soltanto metodologica.
Di Vittorio non concepì infatti il piano del lavoro come un programma per il
Mezzogiorno, bensì come il modo, il suo modo, di proporre la questione
meridionale come questione generale: non come fatto separato, dunque, e tanto
meno come una nuova versione del ghetto assistenziale prefigurato, già allora,
nelle politiche dei governi a maggioranza democristiana. C’era infatti nel
piano - con tutte le approssimazioni e anche gli errori in materia di politica
industriale che esso conteneva - una visione unificante dello sviluppo: l’idea
che attraverso un grande progetto di trasformazione delle infrastrutture, dei
servizi collettivi e la riconversione dell’attività industriale vera e
propria verso nuove specializzazioni si sarebbero realizzate le condizioni di
una politica di sviluppo che avrebbe unificato davvero il paese, la società e
non solo le economie del Nord e del Sud.
E dietro quest’idea, dietro all’estrema articolazione degli obiettivi che
poi il piano del lavoro ebbe nella sua storia concreta - dalle campagne
meridionali alle opere pubbliche, all’impegno di fronte alla riconversione
dell’industria bellica e della grande industria meccanica - c’era un dato
unificante: la conquista dell’eguaglianza dei diritti e delle opportunità, l’esigenza
di far diventare patrimonio del movimento sindacale la conquista di nuovi
diritti universali, per il Nord e per il Sud, ricostruendo anche su questa base
una costituzione reale unitaria del paese. Ora, in quest’idea non c’è
soltanto in fieri quella che poi diventerà la proposta di Di Vittorio - lo
Statuto dei lavoratori, che era l’altra faccia della battaglia per il piano
del lavoro -, ma c’è, mi pare, il fondamento vero di quel patto di
solidarietà che Di Vittorio proponeva allora al bracciante disoccupato, all’operaio
e all’uomo di cultura.
Un ulteriore aspetto sul quale si dovrebbe riflettere è il modo in cui Di
Vittorio seppe far fronte - prima di noi, anche se in una situazione
profondamente diversa - a un problema identico a quello con il quale oggi ci
confrontiamo: la crisi palese di un modello contrattuale centralizzato. Questo
modello, per Di Vittorio uomo del Mezzogiorno, aveva rappresentato uno strumento
di inestimabile valore nell’immediato dopoguerra, perché la contrattazione
centralizzata era stata allora un mezzo insostituibile per assicurare e
garantire una prima riunificazione del mercato del lavoro. Per questo il leader
della Cgil fu il primo assertore della centralizzazione contrattuale e il
principale protagonista degli accordi interconfederali con la Confindustria di
Angelo Costa. Ma Di Vittorio fu anche il primo a distruggere consapevolmente
questa creatura sua quando si avvide, con il decollo economico degli anni 50,
dei rischi profondi insiti in un sistema di rapporti contrattuali centralizzati
di fronte a una società in profondo mutamento; dei pericoli cioè di riduzione
forzosa della complessità sempre maggiore del tessuto sociale e quindi, per
converso, di burocratizzazione crescente del sindacato. Aver messo in
discussione un modello di sindacato che rifletteva la sua cultura e le sue
concezioni di allora, aver affrontato con grande apertura politica a metà degli
anni 50 il nodo dell’organizzazione sindacale di fabbrica e dei diritti dei
lavoratori nell’impresa, ossia la questione inedita del tipo nuovo di
rappresentanza che il sindacato doveva garantire (e quindi del tipo di
solidarietà che doveva assicurare) nei confronti dei nuovi soggetti di allora,
del nascente operaio-massa dà la misura della sua statura intellettuale e
politica, anche perché questa sua scelta costituiva, ai suoi occhi, la sola
possibilità di assicurare davvero, anche nel Mezzogiorno, un ruolo egemone ma
non di gruppo privilegiato (o separato) alla classe operaia.
Oggi ci confrontiamo indubbiamente con una società e con un quadro politico
diversi; una situazione nuova che ci porta a constatare che gli obiettivi e
persino le idee-forza del sindacato di Di Vittorio sono stati oggettivamente
travolti dalle trasformazioni impetuose della società, dai cambiamenti che
hanno investito non solo l’economia ma il rapporto Stato-mercato e persino le
forme di organizzazione dei gruppi sociali. Credo però che alcune delle sue
categorie di ricerca, se le posso chiamare così, siano ancora feconde. In modo
particolare quelle riguardanti le condizioni alle quali un sindacato può
diventare soggetto politico; e, insieme, i fattori possibili e mutevoli della
solidarietà che deve essere a fondamento di un’associazione, il sindacato,
sorta - lo ricordava spesso Di Vittorio - per impedire la competizione, la
guerra fra i salariati. Credo che a queste categorie "di ricerca"
dobbiamo urgentemente ritornare, anche perché hanno vissuto per un lungo
periodo un offuscamento notevole nell’esperienza del sindacalismo italiano. E
su questo offuscamento, sulle sue cause, val la pena riflettere. Mi limito, al
riguardo, a mettere in luce solo alcuni aspetti che mi colpiscono ancora per la
loro particolare evidenza.
Si parla molto, in questo periodo, delle trasformazioni profonde intervenute
nella composizione sociale delle classi lavoratrici. Siamo di fronte a una
segmentazione sempre più marcata, si dice; ma questo fenomeno, certamente
,corposo, non si traduce affatto, come sembrano credere certuni, nella creazione
di compartimenti e paratie stagne fra i diversi settori del mercato del lavoro.
Ciò rende ancora più complessa la questione sociale nel nostro paese. Non ci
sono barriere cinesi fra disoccupazione e sottoccupazione, fra occupazione
precaria e occupazione permanente; vi sono esperienze di vita di migliaia di
uomini e di donne che attraversano continuamente questi diversi settori.
Qui sorge un primo grosso problema: da un lato sembrano emergere nuovi
elementi di unificazione degli interessi dei salariati, soprattutto nel momento
in cui si sta consumando la crisi definitiva del vecchio egualitarismo
retributivo, dell’illusione del superamento delle differenze di status, di
condizione di lavoro, di professionalità, di autonomia decisionale attraverso l’atto
volontaristico della perequazione salariale. Nuovi elementi di unificazione, che
consistono nell’aspirazione alla conquista di un’autonomia culturale, di
nuovi diritti civili, nel tentativo di assumere il governo - o una
partecipazione al governo - dell’informazione, nel governo della flessibilità
del lavoro e di lavori diversi.
Ma nel contempo, pur in presenza di questi segnali, di questi elementi di
unificazione, assistiamo a una frantumazione sempre più marcata, non solo della
stratificazione sociale dei redditi e dei rapporti di lavoro, ma anche e
soprattutto dei diritti. I diritti universali per i quali si batteva Di Vittorio
non esistono più. Non c’è più diritto eguale di fronte agli eventi
fondamentali della vita del lavoratore: si tratti della disoccupazione, della
pensione, del diritto allo studio e persino del diritto costituzionale alla
parità di retribuzione a parità dì lavoro. Ci troviamo insomma di fronte a
una divaricazione dei diritti a cui corrisponde spesso la sopravvivenza di veri
e propri privilegi castali. Ora, mi sembra di dover cogliere in questo dato non
la sola spiegazione, ma certo una delle spiegazioni dei fenomeni di
corporativizzazione che insorgono e si moltiplicano in alcuni settori della
nostra società. Fenomeni che nascono senza dubbio da una crisi di
rappresentatività del sindacato, ma, come dire, crescono in una cultura della
separatezza.
È lo stesso paradosso - ne parlava recentemente Dahrendorf - per il quale in
questa società il lavoro tende a espandersi, ad assumere in forme ufficiali o
in forme meno ufficiali, come lavoro autonomo o come lavoro subordinato, un
ruolo sempre più rilevante in quantità e qualità e nello stesso tempo l’immagine
del lavoro come fattore di identità tende invece ad essere marginalizzata
sempre più nel senso comune, nella vita quotidiana, nei media e nella cultura.
È qui, credo, che va individuato uno dei dati di origine della crisi di
rappresentatività e di solidarietà di cui tanto parliamo. Vecchi, fondamentali
istituti contrattuali, che erano al centro del patto fra i lavoratori e quindi
delle rivendicazioni sindacali, smarriscono la loro funzione guida. Perché?
Perché perdono il loro ruolo unificante. Questo riguarda tanto il salario
quanto - non sembri paradossale - la difesa del posto di lavoro, che è stato,
nella maggior parte dei casi, il modo parziale e difensivo con il quale il
sindacato industriale ha cercato dì gestire la questione dell’occupazione e
del diritto al lavoro. E riguarda persino una rivendicazione classica come la
riduzione dell’orario, proprio perché spesso questa rivendicazione sanciva
una sorta di separazione, non più sostenibile, fra l’occupazione e la sua
qualità, fra l’occupazione e la prospettiva di realizzarsi attraverso il
lavoro. Se vogliamo è la separazione fra lavoro e potere, separazione che
proprio Di Vittorio aveva sempre voluto evitare: lotta per il lavoro e lotta per
il potere, intesa come lotta per nuovi diritti universali, erano per lui,
infatti, dati inseparabili.
Allora il problema è ricominciare a tessere il nuovo patto di solidarietà
imperniato sul lavoro e, aggiungerei, sui lavori. Come conquistare cioè, per
tutti i salariati, il diritto a un lavoro creativo capace di utilizzare al
massimo livello di professionalità e cultura il patrimonio umano. Ciò vuol
dire affrontare in modo completamente nuovo il nesso da noi sistematicamente
rotto nelle esperienze rivendicative del passato fra occupazione e qualità del
lavoro, fra occupazione e governo della flessibilità e della redistribuzione
del lavoro anche attraverso la contrattazione del tempo di lavoro, fra
occupazione e governo della conoscenza, inteso, quest’ultimo, come governo
della propria prestazione e del proprio futuro nella misura possibile per un
individuo che si deve abituare a percorrere nel corso dell’esistenza più
esperienze di lavoro.
Vedo in questa nuova tensione progettuale del sindacato, volta a ricollegare
occupazione e qualità della prestazione, a saldare occupazione, potere e
governo delle conoscenze, la base fondamentale di quel programma complessivo che
trova le sue radici anche nelle idee di Di Vittorio. E penso che le
rivendicazioni tradizionali del sindacato, dal salario all’orarlo di lavoro,
debbano divenire in futuro effettivamente funzionali a questo progetto; non più
quindi, come in passato, rivendicazioni "autonome" dalle quali
discende e dipende l’insieme dell’iniziativa rivendicativa.
Per andare più in là dobbiamo ripensare radicalmente al modo in cui
vogliamo governare le retribuzioni per un numero crescente di categorie. Il
problema non mi pare davvero più quello di predeterminare in modo rigido e
complessivo, attraverso la contrattazione nazionale, quali saranno i guadagni
salariali nello spazio di tre o quattro anni, ma quello di definire anche qui, a
partire da soglie minime, diritti, criteri, trasparenze che consentano
aggiustamenti non solo articolati attraverso la contrattazione collettiva e
decentrata, ma, al limite, in molti casi, anche attraverso forme di
contrattazione individuale. Queste possono diventare, infatti, ammissibili per
un sindacato di classe se si collocano appunto nell’ambito di regole
condivise, e se si attuano nella massima trasparenza e pubblicità.
Si tratta di piantare qui la radice di un patto di solidarietà, la
ridefinizione di nuovi diritti universali di cittadinanza come diritti al
lavoro, all’informazione, alla formazione permanente, alle pari opportunità,
alla sicurezza, alla salute e alla tutela dell’ambiente. E si tratta di
riconquistare dei diritti universali che non possiamo definire come in passato;
o riconsiderare solo alla luce del fatto che intorno alla piccola impresa si sta
creando un’area dilagante di negazione di diritti. Ha un senso, infatti,
proporre oggi l’obiettivo dei diritti dei lavoratori delle piccole imprese,
ignorando il grandissimo problema di ripensare anche nella grande e media
impresa i diritti di cittadinanza effettivi dei giovani e delle donne? È
possibile ignorare che nel momento in cui affrontiamo questi problemi si pone
appunto l’esigenza di una riunificazione complessiva intorno ad alcuni diritti
universali nella pubblica amministrazione, nel settore privato, nel settore dell’impresa
minore? Mi domando, cioè, se non siamo di fronte all’esigenza di ridefinire
oggi una nuova carta di diritti per tutti, che davvero identifichi nuovi diritti
universali indisponibili.
Solo partendo da qui, credo, da questo nuovo approccio rivendicativo del
sindacato e partendo da questi diritti, è possibile ripensare a un grande patto
del lavoro che risponda alle attese del Mezzogiorno in una visione unificante.
Solo così è possibile ristabilire, riconquistare un nesso completamente nuovo
fra sviluppo e occupazione, superando le oscillazioni di questi anni tra un
produttivismo esasperato e un industrialismo vecchio e superato e la scoperta
improvvisa che il terziario risolve tutto e sostituisce persino l’esigenza di
una industrializzazione moderna anche nelle aree sviluppate del paese.
Certo, la scelta di quale terziario, quali servizi in una realtà come il
Mezzogiorno non è un scelta di poco conto e non sarà neanche il frutto di un
processo spontaneo. 0 riusciremo a promuovere consapevolmente un’occupazione
che, certo, crescerà prevalentemente nei sevizi ma che dovrà essere
qualificata, che dovrà offrire prospettive di arricchimento professionale e di
partecipazione creativa; oppure rischieremo di ripetere esperienze già vissute
altrove e di condannare intere regioni del paese ad essere semplicemente la
retrovia, a fornire servizi minori per il resto della società nazionale.
Qui sta il ruolo della ricerca, dell’innovazione tecnologica, della
diffusione della tecnologia, della strategia dell’impresa leader come momento
aggregante di coordinamento di una industrializzazione diffusa e quindi di una
rete di servizi indotti. Qui stanno le ragioni di una battaglia per un sistema
di impresa-rete che produca servizi di una certa qualità. Ecco, mi pare questo,
oggi, il nuovo modo di essere del piano del lavoro.
È partendo da tutto questo che io vedo la possibilità di una iniziativa del
sindacato per la promozione di grandi servizi, suscitatori di sviluppo diffuso e
creatori di occupazione qualificata; per una riforma dello Stato sociale che
porti all’occupazione di nuove frontiere nel campo dell’ecologia, della
salvaguardia dell’ambiente e della salute, ma anche della scuola, della
formazione e che contempli insieme nuove forme di governo, sburocratizzando le
strutture della politica assistenziale e sociale e ricreando per ciò stesso una
solidarietà trasparente e partecipata. La gente paga e riceve, ma fra quello
che paga e quello che riceve (e quello che si dà al più deboli) non coglie
più alcun nesso: non è assolutamente in grado di valutare in quale misura il
modo in cui paga o il modo in cui controlla incide effettivamente sulla sua
condizione quotidiana. Ricreare anche qui, come strumento di politica del lavoro
e dell’occupazione, nuove forme di solidarietà, di solidarietà trasparente e
quindi di controllo democratico mi pare davvero un obiettivo di grande riforma.
Da più parti si è evocato, come momento qualificante di una nuova iniziativa
del sindacato, il tema della democrazia economica. C’è un primo passo da
compiere: la democrazia che vogliamo è una democrazia realmente
rappresentativa, in cui la gente possa decidere sapendo cosa decide. Oggi, in
molti casi, parlare di democrazia economica a livello di impresa è pura
mistificazione, perché i lavoratori - in primo luogo per colpa dell’impresa i
ma anche per colpa del sindacato - sono privi degli strumenti di conoscenza per
poter assumere consapevolmente delle decisioni. E molto spesso al sindacato
mancano completamente gli strumenti che possono garantire una democrazia
consapevole e non "teleguidata". Allora il problema diventa quello di
far saltare le barriere culturali, ma anche di impedire. quello che è il grande
pericolo delle democrazia economica: cioè l’ossificarsi della divisione,
anche all’interno dell’impresa, fra governati e governanti; una divisione
peraltro che può passare benissimo nel mondo del lavoro fra quattro esperti del
sindacato e la grande massa dei salariati in nome dei quali quegli esperti
partecipano al governo dell’impresa.
Credo, in secondo luogo, che dobbiamo riflettere al fatto che una
partecipazione senza effetti tangibili nel vissuto quotidiano e nel sapere degli
individui, non il giorno in cui prenderanno il potere, ma oggi, nel loro lavoro
concreto, sia una partecipazione mistificata, una partecipazione delegata e
frustrante. Il vero problema, la vera rivoluzione culturale, è proprio quello
di creare gli strumenti che consentano alla gente non solo di impadronirsi dell’informazione
e della conoscenza, ma di gestire le ricadute di questa conquista, nel vissuto
quotidiano, e in primo luogo nel modo di lavorare e di decidere nel lavoro.
Questa è la democrazia. E questo spiega perché la più grande delle risorse
che noi possiamo immaginare di mobilitare in un progetto che ripercorra la
ricerca di Di Vittorio sia il settore della scuola, della formazione, della sua
gestione decentrata come grande investimento che crea occupazione e dà potere.
Infine, il patto fra nuovi soggetti vuol dire anche un nuovo sindacato. Si
riapre qui una tematica che attraversa tutta la riflessione e il cimento di Di
Vittorio. Il problema è infatti non solo di definire quale solidarietà, ma di
stabilire come essa si ricostruisce e fra quali soggetti. Ed esistono in
proposito due opzioni alternative che non sono soltanto filosofiche ma sono
state largamente praticate, e continuano ad essere praticate, nel movimento
sindacale in Italia e in tutti i paesi industrializzati. Come si ricostruisce la
solidarietà? Negando le diversità o partendo da esse? Imponendo in qualche
modo o coartando la solidarietà attraverso modelli di solidarietà occulta,
come quelli che abbiamo conosciuto in passato nello Stato sociale, oppure
partendo dalle diversità e ritrovando in queste la possibilità di ricostruire
elementi di solidarietà consapevole?
Ho detto che non si tratta solo di opzioni filosofiche perché la linea alla
quale mi sono riferito all’inizio, la linea del sindacato garantito, che oggi
diventa la linea delle confederazioni "maggiormente rappresentative",
Cgil, Cisl, Uil, le sole abilitate a contrattare e quindi le sole abilitate a
dichiarare sciopero, risolve appunto il problema delle diversità, delle
articolazioni anche corporative esistenti nel movimento sindacale italiano,
puramente e semplicemente cancellandole; e creando istituzionalmente due tipi di
mercato del lavoro, e due tipi di gestione del conflitto sociale.
Ma c’è un’altra linea certo molto più difficile e faticosa da
praticare, se si guarda al soggetto sindacato: la capacità di proporre nuove
forme di rappresentanza. È molto più complessa, ma alla lunga è l’unica
capace di salvaguardare la vitalità del sindacato come soggetto politico e di
scongiurare la corporativizzazione crescente della società. Ma anche qui
compiendo un salto, rinunciando cioè all’illusione - che rischia di portare
poi a una soluzione anch’essa autoritaria - che tutte le nuove rappresentanze
debbano ritrovarsi all’interno dei sindacati esistenti, almeno in una prima
fase.
La conquista di una nuova rappresentanza per il movimento sindacale vuol dire
in primo luogo avere l’umiltà di fare i conti con tutte le forme associative
già sorte nel tessuto della società italiana. Il che significa avere con loro
un confronto che non sia soltanto l’invito ad aderire alla Cgil, alla CisI o
alla Uil, ma che le assuma come interlocutrici che hanno diritto a interferire
esplicitamente e in modo trasparente nelle decisioni delle grandi organizzazioni
sindacali, riconoscendo alle forze che lo pretendono e ne hanno i
"numeri" il diritto di rappresentare separatamente gruppi di
lavoratori. Certo, per cercare il consenso, per giungere a un’intesa unitaria,
per ricomporre l’unità di rappresentanza dei lavoratori su nuovi contenuti di
solidarietà; ma senza illudersi ancora una volta, appunto, che questo grande
problema politico di democrazia possa essere risolto attraverso l’attivismo
organizzativo o il volontarismo giuridico.
L’altra faccia di questo modo di ripensare il sindacato ha, secondo me, una
valenza esattamente opposta alla grande agilità e alla grande capacità di
pragmatismo e di sperimentazione che le organizzazioni sindacali tradizionali
devono dimostrare di fronte ai nuovi soggetti sociali o alla loro
organizzazione. All’apertura, alla capacità anche di rimettere in discussione
le strutture decisionali del movimento sindacale deve poter corrispondere
infatti la riconquista di una nuova eticità, di una nuova moralità, di nuovi
valori, di una nuova deontologia. Flessibile nelle politiche, nelle
rivendicazioni, nella contrattazione - è il suo mestiere -, il sindacato deve
essere fermo nei valori. Si può e si deve parlare, quindi, anche di un patto
morale, di un patto etico. Molto spesso in questi anni è avvenuto l’opposto:
grandi rigidità, spirito di conservazione in questioni magari anche molto
tattiche e grande malleabilità sui princìpi fondanti di un’organizzazione
sindacale che si rispetti.
L’identificazione precisa di alcuni diritti indisponibili - indisponibili
per tutti, anche per Il sindacato -, di diritti generali non negoziabili; l’individuazione
di un mandato accertato alla rappresentanza e alla contrattazione: questi devono
diventare insieme, credo, i fondamenti morali di un nuovo tipo di sindacato.
(Rassegna sindacale n.0, 1988)
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