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Tra due anni cade il centenario dell’istituzione
del Primo maggio e si annunciano iniziative di carattere storico e
sindacale per celebrare in modo degno l’importante ricorrenza. In
prossimità del traguardo secolare la festa del lavoro mantiene la sua
incisività o mostra evidenti segni di stanchezza? Aveva ragione Filippo
Turati, che nel 1895 auspicava un Primo maggio in grado di
evolversi, di "ringiovanire", assumendo ogni anno "un
significato e un carattere più speciali, agitando, in ogni nazione, la
bandiera di quella rivendicazione che è per essa, in quel momento, la
più sentita, più urgente"? O ha ragione oggi lo storico Alceo
Riosa nel constatare che, dopo una fase di straordinaria espansione,
durata per molti decenni, il Primo maggio "è entrato, in Italia
come altrove, in una fase di rapido declino"?
La previsione di Turati ha trovato riscontro nella
realtà italiana fino a non molto temo fa, ma oggi l’aspetto
rivendicativo del Primo maggio è sostanzialmente scomparso a
tutto vantaggio di quello festivo. Il movimento, dei lavoratori si è
conquistato altre occasioni, altre forme per portare avanti le proprie
rivendicazioni e la festa del lavoro viene ormai intesa in una
dimensione simbolica del tutto autonoma.
Le trasformazioni sociali, il mutamento delle
abitudini sembrano dunque aver conferito al Primo maggio una
connotazione nuova, che può indurci a credere che oggi esso sia meno
"sentito" dai lavoratori, magari perché in pochi partecipano
ai cortei e ai comizi e in molti ne approfittano per un
"ponte" di vacanza. Eppure questo modo, diciamo così,
disimpegnato di trascorrere la festività si è palesato sin dalle
origini del Primo maggio, attirandosi gli strali di severi censori.
"L’opposizione alla festa (la festa come ciò
che il Primo maggio maggio non era e non doveva essere) scrive
Maurizio Antonioli — diventava uno dei temi ricorrenti nella
pubblicistica socialista e sindacale lungo gli anni Novanta e ancora in
età giolittiana". Constatando che "in molta parte dei
lavoratori italiani viene accolto il Primo maggio come una
festa, un giorno di svago, di divertimento", la stampa operaia si
richiamava "allo spirito e alla sostanza del deliberato del
Congresso di Parigi".
Appunto a Parigi, nel luglio 1889, il Congresso
operaio, costitutivo della Seconda Internazionale, aveva proclamato una
giornata in cui i lavoratori di tutto il mondo avrebbero manifestato per
far applicare le risoluzioni del Congresso e, in particolare, per
ottenere la riduzione della giornata lavorativa a otto ore. Questo
obiettivo specifico determinò la scelta della data del Primo maggio:
quel giorno, nel 1886 a Chicago, una grande manifestazione operaia per
le otto ore era stata repressa nel sangue.
La prima celebrazione del I maggio si ebbe dunque nel
1890 dopo che i lavoratori erano stati sensibilizzati sul significato di
quella giornata. Leggiamo su un volantino, diffuso a Napoli il 20
aprile: "Lavoratori, ricordatevi il Primo maggio di far
festa. In quel giorno gli operai di tutto il mondo, coscienti dei loro
diritti, lascieranno il lavoro per provare ai padroni che,
malgrado la distanza e la differenza di nazionalità, di razza e di
linguaggio, i proletari sono tutti concordi nel voler migliorare la
propria sorte e conquistare di fronte agli oziosi il posto che è dovuto
a chi lavora. Viva la rivoluzione sociale! Viva l'Internazionale!".
Per la verità le Società operaie e i vari gruppi
anarchici e socialisti non erano concordi nell'attribuire una
connotazione festiva al Primo maggio e c'erano pareri diversi sul tipo
di manifestazione da promuovere. La scelta delle organizzazioni
proletarie era anche condizionata dalle rigide misure predisposte dal
governo in un clima di allarme e di sospetto. A Milano, per esempio,
prima si era deciso di non astenersi dal lavoro e di effettuare una
manifestazione pubblica, ma poi, di fronte al divieto del questore di
"tutte le processioni e passeggiate collettive sulle vie o piazze
pubbliche", fu scelto di disertare i luoghi di lavoro. In alcune
località la manifestazione venne rinviata alla domenica 4 maggio. Nel
complesso, malgrado difficoltà organizzative e interventi repressi l’esordio
del Primo maggio fu coronato da successo.
L’anno successivo organizzazioni operaie e
autorità si prepararono meglio all’evento. Da una parte ci fu
maggiore determinazione nell’esprimere la coscienza della propria
forza e delle proprie rivendicazioni; dall’altra ci si attrezzò, con.
arresti preventivi e drastiche misure ‘di polizia, per contenere le
manifestazioni di lavoratori. Del Primo maggio 1891 restano le
bellissime immagini di Giuseppe Primoli sulla manifestazione svoltasi a.
Roma in Piazza Santa Croce in Gerusalemme. Fu li che si verificarono
gravi incidenti con alcuni morti e feriti e centinaia di arresti.
Dal palco giungevano parole infuocate, che trovavano
rispondenza in chi pativa le drammatiche conseguenze della
disoccupazione per la crisi edilizia. Un oratore improvvisato salì sul
palco: "Il popolo è affamato, il momento di agire può arrivare
fin da questo momento". Gli fece eco un altro: "Bisogna
incominciare i fatti. Tutto sta a prendere il momento e può essere
domani, oggi, quando volete". Alcuni non ebbero dubbi: "Sì,
sì oggi!". E, con l'aiuto di elementi provocatori, si scatenò il
putiferio.
Il Primo maggio, che avrebbe dovuto originariamente essere una giornata
destinata a non ripetersi negli anni, divenne a furor di popolo una
ricorrenza fissa. Nell’agosto del 1891 il secondo congresso dell’Internazionale
ne sancì infatti il carattere permanente. Negli anni successivi il
Primo maggio divenne sempre più una "festa in sé", sempre
meno vincolata all’obiettivo originano delle otto ore e ricettiva
invece delle domande e dei bisogni, via via avvertiti dal movimento
operaio. Accompagnandosi alla crescita politica e organizzativa del
movimento dei lavoratori, il Primo maggio si affermava come la
"data d’oro" del socialismo.
Tra Otto e Novecento non cessò mai la disputa. sul significato più
autentico della festa e sul fatto stesso se si potesse o meno parlare di
festa. Sia in anni difficili che in quelli più tranquilli rimase viva
— come nota Antonioli — "la contraddizione, praticamente
insanabile, tra caratterizzazione festiva e opposizione alla festa,
contraddizione che appariva .evidente nella stampa socialista. dell’epoca.
Capitava così che, nello stesso giornale, nella stessa pagina, l’uno
accanto all’altro, figurassero articoli dal tono completamente
diverso, con invito nell’uno a "fare del Primo maggio un
giorno di festa, di vacanza, di riposo", e aperta diffida, nell’altro,
"alle connotazioni festive".
Nei momenti cruciali della storia nazionale il Primo
maggio rappresentò l’occasione più eclatante nella quale il
movimento dei lavoratori esprimeva la sua protesta sociale e politica.
Così nel 1912, di fronte all’avventura italiana in Libia, in molte
zone fece la comparsa la bandiera recante la scritta "Nè un soldo
né un soldato / né servi né padroni". Bisogna giungere al primo
dopoguerra per cogliere nella celebrazione del Primo maggio nuove
caratterizzazioni, riflesso di quel clima di attesa rivoluzionaria
alimentato dagli avvenimenti di Russia. E il ricordo di chi visse quei
momenti è significativamente collegato all’esposizione delle
bandiere, a riprova della fondamentale importanza degli aspetti rituali
della festa: "C’era la falce e martello, che è saltata fuori nel
1917, con la Rivoluzione russa; ma poi c’era anche quel sole dell’avvenire,
che era il sole del Primo maggio. Ecco il Primo maggio ritrovavamo
quelle migliaia di bandiere, centinaia di bandiere dei circoli. Il Primo
maggio aveva allora un grande significato. Intanto tutti dicevano:
"L’è la nostra festa"... è la nostra festa dei lavoratori.
Si sapeva, un pò’ vagamente, che era in memoria di
quelli che avevano lottato per le otto ore, i martiri di Chicago. E
quindi già questo fatto era simbolico… e poi era una festa
così, c’era il garofano rosso; era una manifestazione di lotta, e
affluivano molti...riuniva tutti. Al Primo maggio trovavi anche gli
anarchici con i loro simboli, come la conquista del pane e
trovavi anche le parole d’ordine - come chi non lavora non
mangia", in cui si sentiva anche l’influenza della rivoluzione
russa sul nostro movimento operaio" (testimonianza dell’operaio
torinese Piero Comollo).
Non va poi dimenticato che proprio il Primo maggio 1919 iniziò le
pubblicazioni il settimanale gramsciano L’Ordine nuovo.
Con il fascismo al potere la festività del V maggio
viene soppressa. A differenza di Hitler, che mantenne la ricorrenza,
ovviamente snaturandola e trasformandola in una festa nazionale
ufficiale del lavoro, Mussolini volle subito sradicare l’attaccamento
dei lavoratori da quella data così carica di significato. Durante il
ventennio la "festa del lavoro" fu fatta coincidere con la
celebrazione imperiale del natale di Roma, il 21 aprile.
Già nel 1923 vennero predisposte misure per
scoraggiare l’astensione dal lavoro, ma furono in molti a sfidare il
divieto. L’anno dopo il clima di repressione si fece ancora più
soffocante e lo stesso giornale socialista Avanti! invitava a
celebrare il Primo maggio "come è possibile ad ognuno". Negli
anni della dittatura quella data mantenne ed anzi rafforzò tutta la
carica sovversiva e furono numerosi gli episodi di antifascismo che si
verificarono in occasione del i maggio.
Il Primo maggio tornò a celebrarsi nel 1945, sei
giorni dopo la Liberazione, nel clima di grande esaltazione per la
riacquistata libertà. Circa trent’anni doto, nel 1974, un’analoga,
felice coincidenza fu vissuta dai lavoratori portoghesi: il 25 aprile la
"rivoluzione dei garofani" aveva spazzato via il regime
fascista e a Lisbona, per la prima volta da 48 anni, 700.000 persone
sfilarono in festante corteo per il Primo maggio.
Dal 1946 il Primo maggio assunse anche una
connotazione elettorale, allorché venne a cadere alla vigilia di
importanti consultazioni. Così fu già nel 1946, quando dai palchi, su
cui campeggiava la suggestiva scritta "Primo maggio,
primavera della democrazia", si ribadì la scelta in favore della
Repubblica. Ancora nel 1953 la festa del lavoro fu caratterizzata dalla
lotta alla "legge truffa". Nel 1974, con Cgil e Uil schierate
sul fronte divorzista e la Cisl formalmente neutrale ma con molti suoi
esponenti tra i "cattolici per il no", il Primo maggio
fu un momento importante della mobilitazione in difesa della legge
Fortuna Baslini.
Dopo il Primo maggio del 1947, segnato
tragicamente dalla strage di Portella della Ginestra, quello del 1948 fu
l’ultimo celebrato dalla Cgil unitaria. I prodromi della scissione
sindacale si manifestarono proprio in occasione della festa del lavoro,
che si svolse in un clima di acuta tensione dopo l’esito elettorale
del 18 aprile. A Roma Giulio Pastore e altri esponenti democristiani
abbandonarono il palco degli oratori, adducendo a pretesto che nella
piazza c’erano troppe bandiere rosse.
Dopo gli anni della divisione le manifestazioni per
il Primo maggio 1968 furono lo specchio del momento di grande
trasformazione che stava attraversando la società italiana. Dedicato
dalla Cgil alla solidarietà con il Vietnam quel Primo maggio
vide una straordinaria partecipazione delle masse studentesche.
Confluivano nelle piazze anche cortei di bambini inquadrati dai
gruppuscoli marxistileninisti e che furono subito definiti i
"balilla di Mao".
Si apriva allora un’intensa stagione di lotte, che
accelerava il processo unitario. Nel 1970 il 10 maggio poté finalmente
essere celebrato insieme da Cgil, Cisl e Uil. Le manifestazioni unitarie
espressero in anni difficili la volontà dei lavoratori di opporsi al
terrorismo e alla violenza. La crisi dell’unità sindacale, la
lacerazione in seno al movimento dei lavoratori ebbero poi puntuale
riscontro nella piazza, dove si registravano ricorrenti episodi di
contestazione a questo o quel dirigente sindacale. Si giunse così al
1984, quando per la prima volta dopo 14 anni, Cgil, Cisl e Uil
celebrarono separatamente la festa del lavoro.
Dallo scorso anno le tre confederazioni hanno ripreso
a celebrarla in modo unitario, ma questa scelta di grande rilievo
politico non può eludere le domande sul significato attuale di una
ricorrenza ormai centenaria che non mobilita i lavoratori come un tempo.
Domande che, poste nel 1896, trovavano una risposta perentoria: "La
festa del Primo maggio — scriveva il giornale del sindacato dei
tipografi — è festa che non si discute, si sente". E oggi?
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