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Tutto il mondo guarda con crescente preoccupazione al
drammatico evolversi del conflitto israelo-palestinese. In gioco non c’è
solo la difficoltà di individuare una soluzione politica o militare
capace di spezzare il circolo vizioso costituito dagli attacchi dei
"kamikaze" palestinesi e dalle ritorsioni israeliane ma anche
la prospettiva che il conflitto finisca per alterare i già precari
equilibri dell’intera regione medio-orientale, con sbocchi
imprevedibili. Tanto più imprevedibili alla luce della guerra contro il
terrorismo, che vede l’Afghanistan come scenario principale ma che
rischia di estendersi ad altri paesi della regione, specie dopo la
minaccia di attaccare l’Iraq da parte degli Stati Uniti.
Roberto Aliboni, vice presidente dell’Istituto
Affari internazionali (Iai) e responsabile dell’area mediterranea
e medio-orientale, delinea quattro possibili scenari legati agli
sviluppi del conflitto israelo-palestinese e alle sue ripercussioni sull’intera
regione e, in definitiva, sugli equilibri mondiali: "Una prima
possibilità – osserva – è che la crisi sia lasciata a se stessa,
con gli Stati Uniti e il presidente Bush che scelgono di non
intervenire. Da questo punto di vista la guerra in Afghanistan rischia
di indurre un errore di prospettiva, nel quale il terrorismo
transnazionale di Bin Laden viene associato a un terrorismo locale,
nazionalista e di ispirazione religiosa com’è quello di Hamas. È un
errore nel quale è caduto il presidente Bush, indotto dal fatto che per
la prima volta gli Stati Uniti sono stati aggrediti in casa loro e hanno
reagito proclamando una guerra globale contro il terrorismo. Ma non è
questa la via per risolvere problemi di natura diversa".
Se si dovesse avverare questa ipotesi – secondo l’analisi
del vice presidente Iai – Israele rioccuperebbe i territori
palestinesi e procederebbe a un’annessione più o meno strisciante
della Cisgiordania e della striscia di Gaza, approfittando della
debolezza e della frammentazione palestinese e dell’indifferenza
internazionale. "Sharon – aggiunge Aliboni – ha tutto l’interesse
ad avviare il negoziato partendo da questo fatto compiuto, senza tornare
alla situazione precedente. Del resto ciò che avviene in questi giorni
può essere già interpretato come un principio di annessione".
Quanto alle ripercussioni nell’area, la prospettiva di una guerra
regionale appare meno probabile di quanto non sia il cronicizzarsi della
situazione attuale, con regimi forti ma privi di legittimità nei paesi
arabi della regione, una crescita ulteriore delle opposizioni religiose
e nazionaliste al loro interno e un declino accentuato dei sistemi
politici ed economici.
"L’aspetto comune di questa regione –
osserva Aliboni – è la riluttanza nei confronti della
modernizzazione. Nessuno dei paesi arabi-musulmani che ne fanno parte,
infatti, è riuscito a darsi un assetto moderno e compiuto dal punto di
vista politico ed economico, nella convinzione – una convinzione che
affonda le sue radici nella tradizione culturale e religiosa – che
esista una soluzione islamica per qualsiasi problema. Per di più nella
regione vi è un’ampia diffusione di regimi autoritari, che – ad
esempio nel caso dell’Egitto e dell’Iraq – si fondano su una
legittimazione non priva di ambiguità. Alcuni, tra cui lo stesso Egitto
e la Giordania, sono alleati dell’occidente, ma lo sono in forma quasi
nascosta rispetto alla popolazione e all’opposizione politica. Infine
bisogna considerare che, il più delle volte, non si tratta di
opposizioni liberali ma di opposizioni nazionaliste o religiose, che
partono da visioni altrettanto radicali rispetto ai regimi che esse
combattono. Il che non solo contribuisce a ritardare lo sviluppo
politico ed economico ma rende ancora più complicato il rapporto con l’Occidente.
Non a caso parliamo di una delle poche aree del mondo in cui non esiste
alcuna forma di cooperazione economica regionale".
Una seconda opzione prevede quella che Aliboni
definisce "persistenza nella stupidità" da parte del
presidente americano George Bush. Il quale potrebbe decidere di
attaccare l’Iraq, ritenendo che la coalizione internazionale contro il
terrorismo possa fare a meno dei paesi arabi "moderati".
"Questa scelta – osserva Aliboni – aggraverebbe al situazione,
dando fiato alle opposizioni interne. È vero che paesi come l’Arabia
Saudita, l’Egitto, la Siria e la Giordania, sono capaci di controllare
l’opposizione interna grazie ai loro apparati polizieschi e di
sicurezza. Ma, di fronte a una pressione crescente, anche da quegli
stessi apparati può nascere il progetto di un colpo di Stato".
La possibilità che la situazione resti immutata, ma
che allo stesso tempo l’Occidente adotti una politica più saggia nei
confronti dei paesi del Golfo, è contemplata dalla terza ipotesi,
certamente più ottimista rispetto alle precedenti. La rinuncia ad
attaccare l’Iraq allenterebbe la pressione dovuta alla guerra contro
il terrorismo e darebbe più respiro a paesi come l’Egitto e l’Arabia
saudita, i cui regimi subiscono due spinte contrapposte: la crescita
della corrente antiaraba, e in particolare antisaudita, negli Stati
Uniti, e le opposizioni interne che si identificano con Bin Laden e con
ciò che egli rappresenta in termini di antiamericanismo. "Si
tratta certamente di uno scenario più positivo – commenta Aliboni –.
Ma resterebbero irrisolti i problemi di fondo".
L’ipotesi più ottimista è senza dubbio la quarta,
che prevede una politica occidentale mirata ad avviare un graduale
cambiamento in tutta la regione. Si muove in questa direzione, anche se
finora non ha portato frutti a causa del peggioramento del conflitto
israelo-palestinese, il partenariato euro-mediterraneo proposto dall’Unione
europea, che prevede uno sviluppo della cooperazione tra i paesi dell’area
con la partecipazione sia di Israele che dei paesi arabi.
"Condizione preliminare per l’avverarsi di queste due ultime
ipotesi – conclude Aliboni – è che sia avviato a soluzione il
conflitto israelo-palestinese. Certo non sarebbe la panacea di tutti i
mali. Ma solo a questa condizione, che potrà avverarsi se gli Stati
Uniti decideranno di muoversi in questa direzione, si potranno
affrontare problemi di minore entità, come quelli rappresentati dalla
Siria e dal Libano, per poi avviare un cambiamento nell’intera regione
nella prospettiva di un’integrazione del mondo arabo nel sistema
internazionale".
(5 aprile 2002)
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