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Intervista a Roberto Aliboni

Il ruolo cruciale 
degli Stati Uniti
Quattro scenari possibili

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Le prospettive

Intervista a Roberto Aliboni vice presidente dell'Istituto affari internazionali

Il ruolo cruciale degli Stati Uniti
Quattro scenari possibili

di Carlo Gnetti

Tutto il mondo guarda con crescente preoccupazione al drammatico evolversi del conflitto israelo-palestinese. In gioco non c’è solo la difficoltà di individuare una soluzione politica o militare capace di spezzare il circolo vizioso costituito dagli attacchi dei "kamikaze" palestinesi e dalle ritorsioni israeliane ma anche la prospettiva che il conflitto finisca per alterare i già precari equilibri dell’intera regione medio-orientale, con sbocchi imprevedibili. Tanto più imprevedibili alla luce della guerra contro il terrorismo, che vede l’Afghanistan come scenario principale ma che rischia di estendersi ad altri paesi della regione, specie dopo la minaccia di attaccare l’Iraq da parte degli Stati Uniti.

Roberto Aliboni, vice presidente dell’Istituto Affari internazionali (Iai) e responsabile dell’area mediterranea e medio-orientale, delinea quattro possibili scenari legati agli sviluppi del conflitto israelo-palestinese e alle sue ripercussioni sull’intera regione e, in definitiva, sugli equilibri mondiali: "Una prima possibilità – osserva – è che la crisi sia lasciata a se stessa, con gli Stati Uniti e il presidente Bush che scelgono di non intervenire. Da questo punto di vista la guerra in Afghanistan rischia di indurre un errore di prospettiva, nel quale il terrorismo transnazionale di Bin Laden viene associato a un terrorismo locale, nazionalista e di ispirazione religiosa com’è quello di Hamas. È un errore nel quale è caduto il presidente Bush, indotto dal fatto che per la prima volta gli Stati Uniti sono stati aggrediti in casa loro e hanno reagito proclamando una guerra globale contro il terrorismo. Ma non è questa la via per risolvere problemi di natura diversa".

Se si dovesse avverare questa ipotesi – secondo l’analisi del vice presidente Iai – Israele rioccuperebbe i territori palestinesi e procederebbe a un’annessione più o meno strisciante della Cisgiordania e della striscia di Gaza, approfittando della debolezza e della frammentazione palestinese e dell’indifferenza internazionale. "Sharon – aggiunge Aliboni – ha tutto l’interesse ad avviare il negoziato partendo da questo fatto compiuto, senza tornare alla situazione precedente. Del resto ciò che avviene in questi giorni può essere già interpretato come un principio di annessione". Quanto alle ripercussioni nell’area, la prospettiva di una guerra regionale appare meno probabile di quanto non sia il cronicizzarsi della situazione attuale, con regimi forti ma privi di legittimità nei paesi arabi della regione, una crescita ulteriore delle opposizioni religiose e nazionaliste al loro interno e un declino accentuato dei sistemi politici ed economici.

"L’aspetto comune di questa regione – osserva Aliboni – è la riluttanza nei confronti della modernizzazione. Nessuno dei paesi arabi-musulmani che ne fanno parte, infatti, è riuscito a darsi un assetto moderno e compiuto dal punto di vista politico ed economico, nella convinzione – una convinzione che affonda le sue radici nella tradizione culturale e religiosa – che esista una soluzione islamica per qualsiasi problema. Per di più nella regione vi è un’ampia diffusione di regimi autoritari, che – ad esempio nel caso dell’Egitto e dell’Iraq – si fondano su una legittimazione non priva di ambiguità. Alcuni, tra cui lo stesso Egitto e la Giordania, sono alleati dell’occidente, ma lo sono in forma quasi nascosta rispetto alla popolazione e all’opposizione politica. Infine bisogna considerare che, il più delle volte, non si tratta di opposizioni liberali ma di opposizioni nazionaliste o religiose, che partono da visioni altrettanto radicali rispetto ai regimi che esse combattono. Il che non solo contribuisce a ritardare lo sviluppo politico ed economico ma rende ancora più complicato il rapporto con l’Occidente. Non a caso parliamo di una delle poche aree del mondo in cui non esiste alcuna forma di cooperazione economica regionale".

Una seconda opzione prevede quella che Aliboni definisce "persistenza nella stupidità" da parte del presidente americano George Bush. Il quale potrebbe decidere di attaccare l’Iraq, ritenendo che la coalizione internazionale contro il terrorismo possa fare a meno dei paesi arabi "moderati". "Questa scelta – osserva Aliboni – aggraverebbe al situazione, dando fiato alle opposizioni interne. È vero che paesi come l’Arabia Saudita, l’Egitto, la Siria e la Giordania, sono capaci di controllare l’opposizione interna grazie ai loro apparati polizieschi e di sicurezza. Ma, di fronte a una pressione crescente, anche da quegli stessi apparati può nascere il progetto di un colpo di Stato".

La possibilità che la situazione resti immutata, ma che allo stesso tempo l’Occidente adotti una politica più saggia nei confronti dei paesi del Golfo, è contemplata dalla terza ipotesi, certamente più ottimista rispetto alle precedenti. La rinuncia ad attaccare l’Iraq allenterebbe la pressione dovuta alla guerra contro il terrorismo e darebbe più respiro a paesi come l’Egitto e l’Arabia saudita, i cui regimi subiscono due spinte contrapposte: la crescita della corrente antiaraba, e in particolare antisaudita, negli Stati Uniti, e le opposizioni interne che si identificano con Bin Laden e con ciò che egli rappresenta in termini di antiamericanismo. "Si tratta certamente di uno scenario più positivo – commenta Aliboni –. Ma resterebbero irrisolti i problemi di fondo".

L’ipotesi più ottimista è senza dubbio la quarta, che prevede una politica occidentale mirata ad avviare un graduale cambiamento in tutta la regione. Si muove in questa direzione, anche se finora non ha portato frutti a causa del peggioramento del conflitto israelo-palestinese, il partenariato euro-mediterraneo proposto dall’Unione europea, che prevede uno sviluppo della cooperazione tra i paesi dell’area con la partecipazione sia di Israele che dei paesi arabi. "Condizione preliminare per l’avverarsi di queste due ultime ipotesi – conclude Aliboni – è che sia avviato a soluzione il conflitto israelo-palestinese. Certo non sarebbe la panacea di tutti i mali. Ma solo a questa condizione, che potrà avverarsi se gli Stati Uniti decideranno di muoversi in questa direzione, si potranno affrontare problemi di minore entità, come quelli rappresentati dalla Siria e dal Libano, per poi avviare un cambiamento nell’intera regione nella prospettiva di un’integrazione del mondo arabo nel sistema internazionale".

(5 aprile 2002)

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