|
“La decisione di visitare Israele e la Palestina
risponde all’obbligo morale di manifestare sul posto l’orrore e
l’indignazione per l’escalation della violenza, e di fare pressione
sulle parti – per quanto attiene alla nostra responsabilità primaria
–, affinché ritrovino la via del negoziato, l’unica in grado di
garantire una pace giusta e duratura”. Chi parla è Emilio Gabaglio,
segretario generale della Confederazione europea dei sindacati, appena
rientrato da una missione in Israele e in Palestina assieme a Guy Ryder,
segretario generale della Cisl Internazionale.
“Da parte nostra – continua Gabaglio – la condanna degli atti
terroristici è netta. Le azioni dei kamikaze non aiutano la causa
palestinese, anche se dietro vi sono 50 anni di sofferenza. Ma allo
stesso tempo riteniamo inaccettabile la risposta messa in atto dal
governo e dalle forze armate israeliane. Intanto perché è dubbio che
ponga fine al terrorismo, e poi per la sproporzione di un’azione
militare che coinvolge l’intera popolazione palestinese”. Da questa
azione – secondo quanto Gabaglio ha fatto presente al ministro degli
Esteri israeliano Shimon Peres e a quello della Difesa e leader del
Partito laburista Ben Eliezer – emerge piuttosto la volontà di
annullare l’autorità palestinese, e non solo quella di mettere in un
angolo Arafat, creando tra l’altro una situazione umanitaria
inaccettabile poiché viene impedito alle organizzazioni non governative
e agli organismi internazionali di sostenere la popolazione. “Non vi
è alcuna ragione – argomenta Gabaglio – per colpire i municipi, i
centri medici e addirittura i centri anagrafici, se non quella di
ridurre i palestinesi a un’enclave israeliana, priva di autonomia e di
identità politica”. In questo modo l’obiettivo di creare due Stati
per due popoli viene vanificato, negando l’interlocutore stesso con
cui si afferma di voler parlare.
La verifica diretta della drammaticità di una situazione, “dominata
su un versante dalla paura e sull’altro dalla disperazione”, ha
convinto Gabaglio della necessità di un intervento internazionale nei
termini di una forza d’interposizione capace di creare le condizioni
per l’avvio del dialogo. Su questo punto, che riprende una proposta già
avanzata dai sindacati italiani (“i quali – sostiene Gabaglio –
hanno mantenuto un grande equilibrio, astenendosi da manifestazioni
unilaterali e lasciando aperto il dialogo con gli israeliani”), il
ruolo dell’Ue diventa centrale. Proprio la scorsa settimana il
Parlamento europeo ha adottato una risoluzione che invita l’Ue a
esercitare pressioni su Israele, assieme agli Usa, alla Russia e all’Onu,
per porre fine all’intervento militare. I contenuti e le proposte
della risoluzione sono condivisi dalla Ces, la quale intende fare di
tutto per mantenere aperti i canali del dialogo e per sostenere le
posizioni che, anche all’interno di Israele, possono contribuire a
cambiare gli orientamenti del governo e i rapporti di forza nel paese.
Ciò che invece ha deluso Gabaglio è l’incapacità del sindacato
israeliano di assumere un posizione autonoma dal governo, che almeno
tocchi la questione umanitaria, nonostante che in passato il suo
presidente abbia sostenuto la necessità di due Stati, e malgrado
l’accordo di cooperazione con i sindacati palestinesi. “Tuttavia –
sostiene Gabaglio – dobbiamo continuare a premere affinché l’Histadrut
sostenga i diritti dei lavoratori e della popolazione palestinese”.
Infine c’è un punto che Gabaglio tiene a sottolineare, e concerne la
trasformazione della società israeliana che, specie dopo l’ondata
immigratoria dell’ultimo decennio, sembra slittare verso una realtà
“in cui rischiano di smarrirsi gli ideali che hanno fatto di Israele
un riferimento anche per il movimento operaio internazionale”.
(Rassegna sindacale, n.15, aprile 2002)
|