|
Nella notte tra mercoledì 10 e giovedì 11 aprile,
due gruppi di esponenti di organizzazioni, sindacati e forze politiche
del nostro paese, impegnati nel movimento per la pace, sono stati
respinti al loro arrivo all'aeroporto di Tel Aviv.
In Italia, questa notizia ha trovato spazio sui telegiornali, lo stesso
giovedì, in prima serata e poi il giorno dopo, venerdì 5 aprile, nelle
pagine interne dei maggiori quotidiani. Il che significa che ha almeno
avuto modo di lambire l'attenzione di un cittadino mediamente informato.
Per i militanti di alcune delle organizzazioni coinvolte, come Cgil,
Fiom, Arci, Forum del Terzo settore e così via, ha finito per assumere,
grazie anche al tam tam interno, i contorni di una notizia di rilievo. I
media israeliani l'hanno invece giudicata come una non notizia. In
Israele non se n'è accorto quasi nessuno.
Già questa asimmetria, una delle tante che
caratterizzano da anni tutta la tragedia dei conflitti mediorientali,
dovrebbe dirci qualcosa. Dovrebbe, almeno, segnalarci un paradosso:
quelle stesse forze, democratiche e progressiste, che più intensamente
auspicano che Israele ritrovi i fili di un rapporto e di un colloquio
con la propria controparte palestinese, non riescono a parlare alla
società israeliana.
Credo si possano individuare almeno tre cause
dell'alto livello di incomunicabilità che caratterizza oggi i
rapporti fra l'opinione pubblica israeliana e quella italiana e, in
particolare, quelli tra le forze della sinistra italiana e l'area della
società israeliana più sensibile all'idea che lo Stato di Israele
debba riconoscere i giusti diritti del popolo palestinese.
La prima è una causa di fondo, che definirei linguistica.
La cultura politica e lo stesso lessico politico di questi due paesi
sono molto diversi. Le cause di questa diversità sono a loro volta
molteplici e non possono essere facilmente rimosse. E' però necessario
sapere che queste stesse diversità esistono e tenerne conto quando si
tenta di instaurare un dialogo.
La seconda è una causa che definirei percettiva.
Pochi, in Italia, si sono dimostrati capaci di percepire con la stessa
intensità e la stessa partecipazione le sofferenze dei palestinesi e
quelle degli israeliani. Si è andati avanti, per così dire, con
simpatie differenziate. Ma simpatia significa appunto, in greco,
sofferenza comune o, quanto meno, emozione comune. La sinistra, nella
sua gran parte, è apparsa incapace di sentire e quindi di capire quanto
profonde e destabilizzanti fossero le ferite inferte alla società
civile israeliana dalla strategia stragista messa in atto da varie
organizzazioni palestinesi.
La terza è una causa che definirei politica.
Quest’ultima è relativa allo strabismo con cui la sinistra italiana,
nelle sue varie componenti, guarda al mondo politico israeliano.
Alcuni hanno puntato il loro interesse, e quindi hanno impostato le
proprie relazioni, sulla figura rassicurante del Nobel per la pace,
Shimon Peres e quindi sul centro laburista di cui egli è l'esponente di
maggior spicco. Ma il limite di questa scelta è che, oggi, il centro
laburista è alleato con la destra del partito e che, insieme, questo
centro e questa destra rischiano ad ogni momento di restare prigionieri
dell'azione di Sharon. D’altra parte, Sharon, nella migliore delle
ipotesi, è un tecnocrate privo di visione strategica e di immaginazione
politica e quindi è incapace, in tale azione, di andare, oltre una
dimensione meramente militare. Il risultato è che anche un uomo
politico raffinato ed esperto come Peres finisce per muoversi dentro uno
spazio caratterizzato da un tasso di politica assolutamente
insufficiente.
Altri, alla ricerca di una rassicurazione in qualche
modo speculare a quella dei primi, danno enfasi alle relazioni che sono
riusciti a stabilire con i gruppuscoli del pacifismo radicale
impersonati da figure come quella di Uri Avneri. Ma anche questi
settori, che pure sono una prova del vivace pluralismo della società
israeliana, non riescono ad andare oltre la soglia di una pur stimabile
testimonianza e finiscono per rappresentare solo se stessi. In modo
opposto, sono anch'essi prigionieri di una dimensione impolitica.
Non c'è quindi nulla da fare? Al contrario. Il fatto
è che, nella regressione politica seguita al fallimento del negoziato
tra Barak e Arafat e all'esplodere della seconda Intifada, la sinistra
italiana ha finito per perdere di vista quell'area politica che è la
parte decisiva della sinistra israeliana se si vuole favorire la ripresa
di un confronto degno di questo nome sia con l'Autorità nazionale
palestinese che con la società palestinese.
Mi riferisco a quell'area che va dal Meretz,
quantitativamente il secondo partito della sinistra israeliana, alla
sinistra laburista. Un'area ricca di figure di spicco quali Yossi Sarid
(Meretz) e Yossi Beilin (sinistra laburista) che ha il merito di tentare
di coniugare le ragioni e i valori della sinistra con un'effettiva
capacità di dare rappresentanza politica a settori consistenti della
società israeliana.
Per parlare con Israele, la sinistra italiana deve innanzitutto parlare
con loro.
(5 aprile 2002)
|