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I media

La sinistra, Israele e le stragi

Primo comunicare

di Fernando Liuzzi

Nella notte tra mercoledì 10 e giovedì 11 aprile, due gruppi di esponenti di organizzazioni, sindacati e forze politiche del nostro paese, impegnati nel movimento per la pace, sono stati respinti al loro arrivo all'aeroporto di Tel Aviv.
In Italia, questa notizia ha trovato spazio sui telegiornali, lo stesso giovedì, in prima serata e poi il giorno dopo, venerdì 5 aprile, nelle pagine interne dei maggiori quotidiani. Il che significa che ha almeno avuto modo di lambire l'attenzione di un cittadino mediamente informato. Per i militanti di alcune delle organizzazioni coinvolte, come Cgil, Fiom, Arci, Forum del Terzo settore e così via, ha finito per assumere, grazie anche al tam tam interno, i contorni di una notizia di rilievo. I media israeliani l'hanno invece giudicata come una non notizia. In Israele non se n'è accorto quasi nessuno.

Già questa asimmetria, una delle tante che caratterizzano da anni tutta la tragedia dei conflitti mediorientali, dovrebbe dirci qualcosa. Dovrebbe, almeno, segnalarci un paradosso: quelle stesse forze, democratiche e progressiste, che più intensamente auspicano che Israele ritrovi i fili di un rapporto e di un colloquio con la propria controparte palestinese, non riescono a parlare alla società israeliana.

Credo si possano individuare almeno tre cause dell'alto livello di incomunicabilità che caratterizza oggi i rapporti fra l'opinione pubblica israeliana e quella italiana e, in particolare, quelli tra le forze della sinistra italiana e l'area della società israeliana più sensibile all'idea che lo Stato di Israele debba riconoscere i giusti diritti del popolo palestinese.

La prima è una causa di fondo, che definirei linguistica. La cultura politica e lo stesso lessico politico di questi due paesi sono molto diversi. Le cause di questa diversità sono a loro volta molteplici e non possono essere facilmente rimosse. E' però necessario sapere che queste stesse diversità esistono e tenerne conto quando si tenta di instaurare un dialogo.

La seconda è una causa che definirei percettiva. Pochi, in Italia, si sono dimostrati capaci di percepire con la stessa intensità e la stessa partecipazione le sofferenze dei palestinesi e quelle degli israeliani. Si è andati avanti, per così dire, con simpatie differenziate. Ma simpatia significa appunto, in greco, sofferenza comune o, quanto meno, emozione comune. La sinistra, nella sua gran parte, è apparsa incapace di sentire e quindi di capire quanto profonde e destabilizzanti fossero le ferite inferte alla società civile israeliana dalla strategia stragista messa in atto da varie organizzazioni palestinesi.

La terza è una causa che definirei politica. Quest’ultima è relativa allo strabismo con cui la sinistra italiana, nelle sue varie componenti, guarda al mondo politico israeliano.
Alcuni hanno puntato il loro interesse, e quindi hanno impostato le proprie relazioni, sulla figura rassicurante del Nobel per la pace, Shimon Peres e quindi sul centro laburista di cui egli è l'esponente di maggior spicco. Ma il limite di questa scelta è che, oggi, il centro laburista è alleato con la destra del partito e che, insieme, questo centro e questa destra rischiano ad ogni momento di restare prigionieri dell'azione di Sharon. D’altra parte, Sharon, nella migliore delle ipotesi, è un tecnocrate privo di visione strategica e di immaginazione politica e quindi è incapace, in tale azione, di andare, oltre una dimensione meramente militare. Il risultato è che anche un uomo politico raffinato ed esperto come Peres finisce per muoversi dentro uno spazio caratterizzato da un tasso di politica assolutamente insufficiente.

Altri, alla ricerca di una rassicurazione in qualche modo speculare a quella dei primi, danno enfasi alle relazioni che sono riusciti a stabilire con i gruppuscoli del pacifismo radicale impersonati da figure come quella di Uri Avneri. Ma anche questi settori, che pure sono una prova del vivace pluralismo della società israeliana, non riescono ad andare oltre la soglia di una pur stimabile testimonianza e finiscono per rappresentare solo se stessi. In modo opposto, sono anch'essi prigionieri di una dimensione impolitica.

Non c'è quindi nulla da fare? Al contrario. Il fatto è che, nella regressione politica seguita al fallimento del negoziato tra Barak e Arafat e all'esplodere della seconda Intifada, la sinistra italiana ha finito per perdere di vista quell'area politica che è la parte decisiva della sinistra israeliana se si vuole favorire la ripresa di un confronto degno di questo nome sia con l'Autorità nazionale palestinese che con la società palestinese.

Mi riferisco a quell'area che va dal Meretz, quantitativamente il secondo partito della sinistra israeliana, alla sinistra laburista. Un'area ricca di figure di spicco quali Yossi Sarid (Meretz) e Yossi Beilin (sinistra laburista) che ha il merito di tentare di coniugare le ragioni e i valori della sinistra con un'effettiva capacità di dare rappresentanza politica a settori consistenti della società israeliana.
Per parlare con Israele, la sinistra italiana deve innanzitutto parlare con loro.

(5 aprile 2002)

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