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Non è guerra di religione, anche se gli attori
risultano musulmani, israeliti, cattolici. Ma è guerra vera. E la
guerra non risparmia niente e nessuno: moschee, chiese, sinagoghe, preti
e rabbini.
Di più: carri armati israeliani stringono d’assedio la
Basilica della Natività; restano intrappolati miliziani in fuga, frati
francescani, monache e, per qualche ora, cinque giornalisti italiani;
sulla piazza della Mangiatoia palestinesi ed ebrei si rincorrono a colpi
di mitra; cannoni ed elicotteri fanno il loro lavoro tutto intorno.
Betlemme brucia. Betlemme luogo fondante del cristianesimo e parte
amatissima dell’immaginario di tutte le genti.Per i cattolici è
sbalordimento, sacrilegio.Non era nato qui Gesù bambino? Per la
Chiesa, a Roma, è il momento del massimo allarme.
Diplomazia e politica
È su questo fondale che diplomazia e politica
vaticana si rimettono drammaticamente in moto.Il papa è molto
malato, e non è cosa buona, ma presente e lucido. Il segretario di
Stato cardinale Sodano e il ministro degli Esteri monsignor Tauran sono
chiamati a gestire l’emergenza. In poche ore varcano la soglia del
Palazzo Apostolico gli ambasciatori di Stati Uniti, Israele e un
rappresentante della Lega araba.I "sensori" di cui la
Santa Sede dispone in tutto il mondo avvertono che l’intero Medio
Oriente può davvero esplodere. A rischio la stessa strategia vaticana
che Wojtyla da sempre sospinge lungo una linea di equilibrio, di
accettabile distribuzione di diritti e doveri, morali e politici, di
autentica riconciliazione
Bush, fermali tu!
Si capisce come ai vertici del Vaticano si sia fatta
profonda la convinzione che la pace è possibile solo a patto di una
radicale modifica della situazione di crisi, così come appare in queste
ore.
Il papa si espone in prima persona e chiede al presidente Bush un
"immediato intervento per il cessate il fuoco". Un messaggio
assai articolato, puntigliosamente argomentato, che la Santa Sede rende
pubblico nei punti essenziali.
1) Condanna non equivocabile del terrorismo, di
qualsiasi parte e di qualsiasi colore.L’accento sembra essere
posto, qui, sulle azioni disperate dei palestinesi.
2) Riprovazione per le condizioni di ingiustizia e di
umiliazione imposte all’intero popolo palestinese, come pure per le
rappresaglie e le ritorsioni le quali altro non fanno che accrescere il
senso di frustrazione e di odio diffuso in tutti gli strati della
popolazione.
3) Rispetto delle risoluzioni dell’Onu da parte di
tutti. Un richiamo generico e no. L’ultima risoluzione del Consiglio
di sicurezza, votata anche dagli Stati Uniti, intima il ritiro delle
truppe di Israele dalle città palestinesi. E dunque gli Stati Uniti non
possono più limitarsi a mere pressioni verbali, per dare invece
sostanza a una nuova fase di mediazione (Bush annuncia l’arrivo a Tel
Aviv di Colin Powel, ma intanto Sharon mette alla porta la delegazione
europea e risponde che, a questo punto, non può fermarsi).
4) Proporzionalità dell’uso di legittimi mezzi di
difesa. L’interpretazione è duplice. Il riferimento più diretto è
ai bombardamenti e al coinvolgimento delle popolazioni civili.Ma
traspare anche il sospetto, se non la certezza, che quella
"proporzionalità" non sia affatto rispettata.Nei giorni
scorsi l’Osservatore Romano. ha apertamente accusato il premier
israeliano Sharon di nascondere sotto gli slogan della lotta al
terrorismo una politica di repressione finale, in altre parole la
rioccupazione stabile di tutti i territori.
5) Dovere per tutte le parti in conflitto di tutelare
i luoghi sacri delle tre religioni.Ifatti di Betlemme
salutati come test definitivo.
L’equilibrio difficile
Come perseguire e mantenere un "giusto
equilibrio".La Santa Sede coglie, e se ne preoccupa
grandemente, il riemergere di un antisemitismo diffuso.La Radio
Vaticana, attraverso un’intervista di Giuseppe Laras (che è il
presidente dei rabbini d’Italia) denuncia tutta la pericolosità del
fenomeno.Non si tratta di un espediente o di un diplomatico
contrappeso.Karol Wojtyla ha fatto del riavvicinamento ai
"fratelli maggiori" dell’ebraismo uno dei cardini del suo
pontificato. Il conflitto in atto può tutto corrompere.La Chiesa
decide intanto di scendere in campo con l’arma sua propria della
preghiera.Domenica una giornata speciale di
mobilitazione.Pregare, appunto, e mobilitare alla pace, prima che
venga spazzato via l’ultimo filo della ragione.
(5 aprile 2002)
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