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Il Vaticano

Diplomazia e politica vaticana si mettono drammaticamente in moto

La paura dell'antisemitismo

di Franck Barretti

Non è guerra di religione, anche se gli attori risultano musulmani, israeliti, cattolici. Ma è guerra vera. E la guerra non risparmia niente e nessuno: moschee, chiese, sinagoghe, preti e rabbini.
Di più: carri armati israeliani stringono d’assedio la Basilica della Natività; restano intrappolati miliziani in fuga, frati francescani, monache e, per qualche ora, cinque giornalisti italiani; sulla piazza della Mangiatoia palestinesi ed ebrei si rincorrono a colpi di mitra; cannoni ed elicotteri fanno il loro lavoro tutto intorno. Betlemme brucia. Betlemme luogo fondante del cristianesimo e parte amatissima dell’immaginario di tutte le genti.Per i cattolici è sbalordimento, sacrilegio.Non era nato qui Gesù bambino? Per la Chiesa, a Roma, è il momento del massimo allarme.

Diplomazia e politica

È su questo fondale che diplomazia e politica vaticana si rimettono drammaticamente in moto.Il papa è molto malato, e non è cosa buona, ma presente e lucido. Il segretario di Stato cardinale Sodano e il ministro degli Esteri monsignor Tauran sono chiamati a gestire l’emergenza. In poche ore varcano la soglia del Palazzo Apostolico gli ambasciatori di Stati Uniti, Israele e un rappresentante della Lega araba.I "sensori" di cui la Santa Sede dispone in tutto il mondo avvertono che l’intero Medio Oriente può davvero esplodere. A rischio la stessa strategia vaticana che Wojtyla da sempre sospinge lungo una linea di equilibrio, di accettabile distribuzione di diritti e doveri, morali e politici, di autentica riconciliazione

Bush, fermali tu!

Si capisce come ai vertici del Vaticano si sia fatta profonda la convinzione che la pace è possibile solo a patto di una radicale modifica della situazione di crisi, così come appare in queste ore.
Il papa si espone in prima persona e chiede al presidente Bush un "immediato intervento per il cessate il fuoco". Un messaggio assai articolato, puntigliosamente argomentato, che la Santa Sede rende pubblico nei punti essenziali.

1) Condanna non equivocabile del terrorismo, di qualsiasi parte e di qualsiasi colore.L’accento sembra essere posto, qui, sulle azioni disperate dei palestinesi.

2) Riprovazione per le condizioni di ingiustizia e di umiliazione imposte all’intero popolo palestinese, come pure per le rappresaglie e le ritorsioni le quali altro non fanno che accrescere il senso di frustrazione e di odio diffuso in tutti gli strati della popolazione.

3) Rispetto delle risoluzioni dell’Onu da parte di tutti. Un richiamo generico e no. L’ultima risoluzione del Consiglio di sicurezza, votata anche dagli Stati Uniti, intima il ritiro delle truppe di Israele dalle città palestinesi. E dunque gli Stati Uniti non possono più limitarsi a mere pressioni verbali, per dare invece sostanza a una nuova fase di mediazione (Bush annuncia l’arrivo a Tel Aviv di Colin Powel, ma intanto Sharon mette alla porta la delegazione europea e risponde che, a questo punto, non può fermarsi).

4) Proporzionalità dell’uso di legittimi mezzi di difesa. L’interpretazione è duplice. Il riferimento più diretto è ai bombardamenti e al coinvolgimento delle popolazioni civili.Ma traspare anche il sospetto, se non la certezza, che quella "proporzionalità" non sia affatto rispettata.Nei giorni scorsi l’Osservatore Romano. ha apertamente accusato il premier israeliano Sharon di nascondere sotto gli slogan della lotta al terrorismo una politica di repressione finale, in altre parole la rioccupazione stabile di tutti i territori.

5) Dovere per tutte le parti in conflitto di tutelare i luoghi sacri delle tre religioni.Ifatti di Betlemme salutati come test definitivo.

L’equilibrio difficile

Come perseguire e mantenere un "giusto equilibrio".La Santa Sede coglie, e se ne preoccupa grandemente, il riemergere di un antisemitismo diffuso.La Radio Vaticana, attraverso un’intervista di Giuseppe Laras (che è il presidente dei rabbini d’Italia) denuncia tutta la pericolosità del fenomeno.Non si tratta di un espediente o di un diplomatico contrappeso.Karol Wojtyla ha fatto del riavvicinamento ai "fratelli maggiori" dell’ebraismo uno dei cardini del suo pontificato. Il conflitto in atto può tutto corrompere.La Chiesa decide intanto di scendere in campo con l’arma sua propria della preghiera.Domenica una giornata speciale di mobilitazione.Pregare, appunto, e mobilitare alla pace, prima che venga spazzato via l’ultimo filo della ragione.

(5 aprile 2002)

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