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Fisco, previdenza e mercato del lavoro. Sono i tre
temi oggetto dell'ultimo rapporto del CerSpi Cgil, il XIII,
presentato stamattina alla stampa. Che corrispondono alle rispettive
deleghe ottenute dal governo per avviare riforme di politiche sociali
in quei settori. Provvedimenti che, a giudizio del rapporto, sono «un'inversione
di rotta e un'occasione mancata per fare le riforme vere», rischiando,
oltretutto, di allargare il buco nei conti pubblici e di aprire la
strada per una manovra correttiva che ne vanificherebbe gli
obiettivi.
«Le tre deleghe si legge nel rapporto riflettono un disegno
complessivo, non privo di coerenza, che si presta, però, a più di una
critica». Si tratta, infatti, di un progetto che mira a «ridurre i
vincoli che gravano su imprese e lavoro per rilanciare la crescita e,
in questo modo, garantire indirettamente il rispetto degli impegni
derivanti dall'appartenenza alla moneta unica. Ma i rischi di questa
strategia, troppo esposta alle circostanze esogene che governano la
crescita economica si stanno già manifestando, mentre i nodi
strutturali rimangono elusi e le disuguaglianze aumentano».
Il nuovo fisco
Lo studio CerSpi boccia sostanzialmente la riforma fiscale del
ministro dell'Economia Tremonti, mettendo in evidenza, innanzitutto, le
conseguenze distributive della delega fiscale, così come si
concretizzeranno nel momento in cui la riforma funzionerà a regime e
non rimarranno che due aliquote Irpef (del 23%, fino a 100.000 euro, e
del 33%, oltre). Il confronto fra la situazione che si determinerà con
la riforma a regime e la situazione, con le sole correzioni, apportata
dalla legge Finanziaria per il 2001, mostra come «la riforma non
porti che vantaggi iniziali e modesti per i contribuenti con redditi
fino a 24.000 euro: nella classe sino a 6.000 euro i beneficiari sono,
nella prima fase, il 22 per cento e ottengono una riduzione d'imposta
media di 50 euro annui». Nelle classi dai 6.000 ai 24.000 euro di
reddito, i beneficiari continua l'analisi dello SpiCgil sono
nella prima fase la quasi totalità, con risparmi d'imposta che
raggiungono i 400 euro. Ma, in ogni caso, anche con la riforma a
regime, queste classi di reddito non acquisteranno ulteriori vantaggi,
mentre riduzioni dell'aliquota media, comprese fra l'8 e il 13 per
cento, riguarderanno i redditi superiori ai 45.000 euro.
Al di là delle implicazioni distributive, che dipenderanno anche dal
nuovo assetto delle deduzioni Irpef, il rapporto sottolinea i rischi di
una strategia imperniata su un'accelerazione del calo della pressione
fiscale in una situazione di recessione e di finanza pubblica ancora
convalescente. Fra i rischi maggiori, a detta del CerSpi, quello di
«manovre improvvisate e indiscriminate di contenimento della spesa
pubblica; manovre che toglierebbero agli strati più deboli assai
più di quanto è possibile dare loro con l'alleggerimento della
pressione fiscale».
La previdenza
Stesso discorso, secondo il rapporto, è possibile fare per la delega
previdenziale: «Accanto a misure di scarso e incerto risultato
(certificazione dei diritti, incentivi alla permanenza al lavoro, norme
di ampliamento del cumulo tra retribuzioni e pensioni con 40 anni di
contribuzione), propone una riduzione dell'aliquota contributiva
obbligatoria che oscilla dal 3 al 5 per cento per i nuovi assunti. Una
misura che, secondo gli esperti del CerSpi, induce un netto
peggioramento del disavanzo pensionistico, che si incrementerebbe di
14.800 miliardi di euro al culmine della nota gobba della spesa
previdenziale e raggiungerebbe 20.900 miliardi di euro nel 2056.
«Un costo che - sottolinea il rapporto , si presume, andrà a
ridurre ulteriormente le future coperture pensionistiche. Quindi, la
perdita di copertura è superiore al 13 per cento, nel caso di 35 anni
di contribuzione e di un'età di pensionamento di 57 anni; rimane del 4
per cento, se l'età pensionabile sale a 62 anni, e si annulla solo nel
caso di 40 anni di contributi e di 65 anni d'età, livello
difficilmente raggiungibile da lavoratori con carriere discontinue».
Infatti, sempre secondo il rapporto CerSpi, la delega previdenziale
manca di fronteggiare, nonostante l'accelerazione dell'aumento
dell'aliquota contributiva, il problema, sempre più rilevante, dei
moltissimi lavoratori parasubordinati. Inoltre, non introduce elementi
di maggiore equità fra chi ancora usufruisce del sistema di calcolo
retributivo e chi, invece, rientrerà nel nuovo sistema contributivo.
Mercato del lavoro
Infine, per quanto riguarda la terza delega del governo, quella sul
mercato del lavoro, le cifre del rapporto suggeriscono un'immagine «molto
meno sclerotica di quella tratteggiata nel cosiddetto Libro bianco».
Negli ultimi anni, spiegano gli esperti del CerSpi, il mercato del
lavoro italiano sembra aver funzionato relativamente bene. Un risultato
cui ha contribuito lo stato positivo delle relazioni sindacali, messo
in dubbio da un'ipotesi d'intervento sull'articolo 18 dello Statuto dei
lavoratori, che è sembrata commisurarsi più ai limiti che ai pregi
del nostro sistema industriale.
La legge
delega, concludono gli autori, ha ripreso ed esteso le
indicazioni del Libro bianco, puntando sullo sviluppo di
rapporti individuali e diretti fra imprese e lavoratori, cercando, in
definitiva, di «disintermediare i sindacati e, comunque, parlando alla
parte più arretrata della nostra industria».
(21 novembre 2002)
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